
Le amiche
Titolo originale: Le amiche
Anno: 1955
Nazione: Italia
Genere: Drammatico
Casa di produzione: Trionfalcine
Distribuzione italiana: Titanus
Durata: 104 minuti
Regia: Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Suso Cecchi D’Amico, Alba de Céspedes
Fotografia: Gianni Di Venanzo
Montaggio: Eraldo Da Roma
Musiche: Giovanni Fusco
Attori: Eleonora Rossi Drago, Gabriele Ferzetti, Valentina Cortese, Franco Fabrizi, Yvonne Furneaux, Madeleine Fischer, Ettore Manni, Anna Maria Pancani, Maria Gambarelli, Luciano Volpato
Trailer di “Le amiche”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Tra il 1940 e il 1949, il romanziere italiano Cesare Pavese scrisse tre romanzi brevi incentrati sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Il primo tra questi è La bella estate, scritto tra il 2 marzo e il 6 maggio 1940, incentrato sulla giovane Ginia, proveniente dalla campagna e operaia in un atelier. In seguito, tra il 20 giugno e il 4 ottobre 1948, compose Il diavolo sulle colline, incentrato su tre amici inseparabili: l’io narrante, Pieretto e Oreste. Infine, tra il 17 marzo e il 26 maggio 1949, scrisse Tra donne sole, ambientato a Torino e incentrato sulla storia di Clelia, una modista affermata che fa la conoscenza di Rosetta Mola, una giovane che ha tentato il suicidio, e delle sue amiche borghesi: Momina, Fefé e Loris.
Questi tre racconti vennero pubblicati insieme nel novembre 1949 nella collana I Supercoralli, che intitolò l’opera con il nome La bella estate. Il trittico catturò immediatamente l’attenzione della cinematografia italiana, tanto che nel 1955 Michelangelo Antonioni realizzò la trasposizione cinematografica del racconto Tra donne sole, con il titolo Le amiche. Per vedere la trasposizione degli altri due romanzi si dovette attendere: il 1985 con il film TV Il diavolo sulle colline, e il 2023 con il lungometraggio La bella estate, diretto da Laura Luchetti.
Il film di Antonioni, che vede tra i protagonisti Gabriele Ferzetti (che ritroveremo anche ne L’avventura), Franco Fabrizi (già collaboratore del regista in Cronaca di un amore, 1950), Eleonora Rossi Drago (Altura, 1949; L’impiegato, 1960) e Madeleine Fischer, venne presentato in anteprima mondiale, in concorso, alla 16ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, dove ottenne il Leone d’argento in ex aequo. In seguito, al Nastro d’argento 1956, ricevette il premio per la miglior regia, per la miglior attrice non protagonista (Valentina Cortese) e per la miglior fotografia (Gianni Di Venanzo)
Trama di “Le amiche”
Clelia, una modista romana di umili origini, torna a Torino per aprire una succursale della sua casa di moda. Una mattina, mentre si trova nella sua stanza d’albergo, viene coinvolta nel tentato suicidio della giovane Rosetta, che ha cercato di togliersi la vita con dei sonniferi nella stanza accanto. Attraverso questo evento drammatico, Clelia entra in contatto con le amiche dell’alta società della fragile Rosetta: la cinica Momina, la vivace Mariella e la talentuosa artista Nene, che vive una tormentata relazione con il pittore Lorenzo. Senza volerlo, Clelia si ritrova coinvolta nelle loro vite, tra relazioni sentimentali instabili, tensioni sociali e crisi personali.
Nel tentativo di aiutare Rosetta, affetta da un profondo vuoto interiore, Clelia le offre un impiego presso l’atelier per cui lavora. La giovane accetta, ma, travolta dalle passioni amorose e priva di reali necessità economiche, prende il lavoro con superficialità, anteponendo la propria vita sentimentale a ogni altra cosa. Questo atteggiamento la conduce infine in un tunnel esistenziale, profondo e oscuro.
Recensione di “Le amiche”
Antonioni, insieme agli sceneggiatori Suso Cecchi D’Amico e Alba de Céspedes, rilegge Pavese, rilegge Tra donne sole, riprendendo dalla narrazione dello scrittore torinese i personaggi, alcuni passaggi drammaturgici fondamentali e alcuni temi centrali come il senso di alienazione, il vuoto interiore e la falsità persistente all’interno di un gruppo di amicizia borghese, composto da donne che, in gran parte, trascorrono la propria esistenza tra frivolezze e mondanità. Allo stesso tempo, però, Le amiche si discosta notevolmente dal testo di Pavese, a partire dal punto di vista narrativo: il romanzo è scritto in prima persona, mettendo al centro la prospettiva di Clelia, che ci introduce nel mondo femminile borghese. Il lungometraggio, invece, predilige un’impostazione corale, eliminando un punto di vista centrale e onnipresente per dare maggiore spazio drammaturgico a ciascun personaggio. Il risultato, tuttavia, non è del tutto riuscito: Clelia continua a mantenere un ruolo predominante, apparendo come la vera protagonista della pellicola.
Ciò che il personaggio di Clelia perde, rispetto al romanzo, è l’approfondimento interiore: l’eliminazione del flusso di pensiero impedisce agli sceneggiatori di trasmettere pienamente la sua interiorità, che emerge solo attraverso i dialoghi, più che nei silenzi, diversamente da molti dei film di Antonioni. Questo avviene anche a causa della prova attoriale di Eleonora Rossi Drago, che non riesce a offrire una performance di spessore drammaturgico, incapace di donare al personaggio una tridimensionalità profonda. Clelia vive solo nei momenti in cui parla, spegnendosi quando è semplicemente in scena e in ascolto. Una prova attoriale che toglie così spessore al personaggio stesso.
Le amiche, pur configurandosi come film corale, tenta di attribuire anche a Rosetta un ruolo da protagonista — e in parte ci riesce, descrivendola con spessore psicologico, dalla sua natura infantile e ingenua fino al suo profondo senso di alienazione (che riflette il vuoto di una certa classe femminile borghese dell’epoca). La scena in treno, con il dialogo tra Clelia e Rosetta — dove la prima dichiara alla seconda “È inutile farci illusioni” — rappresenta efficacemente lo smarrimento esistenziale della giovane. In questa scena il treno diventa anche un potente simbolo narrativo: un mezzo di trasporto in viaggio che diventa un luogo in cui le due donne si confrontano con la propria mobilità interiore. Clelia, in questa scena, pur mantenendo un tono razionale, sembra quasi voler proteggere Rosetta da un’illusione che lei stessa ha già abbandonato. E Rosetta, nel suo silenzio, ci appare fragile, sospesa, incapace di trovare un punto fermo.
Il problema, però, è che il cineasta e gli sceneggiatori scelgono per Rosetta, un personaggio onestamente interessante e che si riconnette tematicamente a gran parte della cinematografia di Michelangelo Antonioni, una narrazione fin troppo convenzionale rispetto a quella del romanzo. Se nel testo di Pavese il malessere di Rosetta era meno definito, più simbolico e forse connesso a una relazione lesbica, non ben chiara, nel film il suo dolore è concretizzato nella figura di Lorenzo, pittore sposato con un’amica di Rosetta. Questa concretezza, seppur comprensibile per l’epoca (non si potevano trattare storie LGBTQIA+ per via della censura), dona all’opera una certa banalità e prevedibilità, portando lo spettatore a intuire rapidamente la conclusione della sua storia. La sceneggiatura, in questo senso, non riesce a mettere in scena l’imprevedibile, rendendo il percorso di Rosetta didascalico e banale, e togliendo forza alla narrazione. Anche la regia, tipica dello stile di Antonioni — più neorealista e autoriale che commerciale — contribuisce a questa perdita di pathos.
La regia rivela chiaramente il potenziale di Antonioni
Ciò che traspare nitidamente da questa pellicola è lo stile inconfondibile di Antonioni, che in alcuni frangenti mostra la sua mano registica realizzando scene diventate iconiche nel cinema italiano degli anni ’50, come il gioco di prospettive sul finale del film, nell’iconica scena alla stazione. Sequenze che rivelano tutto il potenziale drammaturgico del regista, capace di raccontare emozioni e di sviluppare riflessioni tematiche senza ricorrere alla voce o ai dialoghi. Questa sua capacità emerge con forza nella sequenza al mare, dove il paesaggio assume una valenza metaforica e riflette lo stato emotivo della giovane Rosetta, che osserva — con espressione vuota — il mare in tempesta, mentre le sue amiche la guardano divertite, senza reale interesse, come se tutto fosse un gioco. Una scena che descrive con efficacia la superficialità di alcuni personaggi, in primis Momina, che guarda ma non vede ciò che ha davanti a sé.
Questa sequenza, oltre a delineare l’indole dei personaggi, possiede la forza di raccontare la decadenza della borghesia, incarnata proprio da Momina — un personaggio che, purtroppo, non possiede nel film la forza drammaturgica della sua controparte letteraria.
Se per Pavese la borghesia era una classe in decadenza, per Antonioni è qualche cosa di più e di meno, è un modello dell’uomo moderno che estende la sua incapacità di guardare su tutto il mondo. L’occhio della borghesia vede soltanto quando c’è qualcosa da vedere, un oggetto, un senso, un valore, è l’occhio strutturato interamente sul mondo dei fini. […] I personaggi di Antonioni infatti, a differenza dei personaggi di Pavese sono uomini e donne senza sogni. Quello che in Pavese era la traccia inquieta del mito (i ricordi di giovinezza di Clela, l’io narrante), qui è divenuto la sua dolorosa mancanza.
– Cit. Il paesaggio nel cinema italiano di Sandro Bernardi.
Nel film di Antonioni, ma direi anche di tutto il suo cinema, la borghesia non è solo una classe sociale ma un modello esistenziale dell’uomo moderno, incapace di percepire il mondo se non attraverso l’io, scopi e utilità tangibili. Lo sguardo borghese è funzionale, limitato a ciò che può essere interpretato e utilizzato, e in questa visione strumentale si perde la dimensione del sogno, del mito, dell’invisibile. I personaggi di Antonioni, quei personaggi che sono onnipresenti nel suo film, vivono in un paesaggio elegante ma emotivamente deserto, mossi da gesti automatici che nascondono una profonda disconnessione interiore. Antonioni, con la sua regia fatta di silenzi e assenze, non denuncia semplicemente il vuoto borghese: lo eleva a simbolo della crisi del soggetto contemporaneo, che ha smarrito il senso dell’essere per inseguire il dominio dell’apparire e dell’utile. Tale lettura è onnipresente all’interno de Le amiche, che racconta appunto di questa crisi esistenziale e di questo vuoto onnipresente nella classe borghese.
L’alienazione borghese
Il film, effettuando una critica alla borghesia, presenta, in maniera evidente, personaggi alienati, partendo dalla protagonista Clelia, il cui sguardo estraneo e distaccato incarna una condizione di solitudine consapevole. Clelia si muove in un ambiente borghese fatto di rituali sociali e relazioni superficiali, senza mai aderirvi completamente: osserva, ascolta, partecipa con misura, ma resta sempre in una posizione liminale, né dentro né fuori. La sua alienazione non nasce da debolezza ma da lucidità: è una donna autonoma, realizzata professionalmente, che rifiuta di definirsi attraverso lo sguardo maschile o secondo ruoli prestabiliti, e che sceglie la propria libertà anche a costo dell’isolamento. In questo, Clelia rappresenta un manifesto femminile che conserva una parvenza di attualità nel XXI secolo: la tensione tra autodeterminazione ed esclusione sociale, tra emancipazione e solitudine amorosa e familiare, continua a interrogare la condizione femminile contemporanea.
Intorno a lei si muovono altri personaggi ugualmente alienati, ma privi di strumenti per affrontare quel vuoto: Rosetta, dona dipendente dagli altri, ne è l’emblema tragico, incapace di trovare un senso nell’universo mondano, priva di voce e di spazio per esprimere la propria fragilità. Antonioni, con la sua regia fatta di silenzi, spazi eleganti e vuoti emotivi, non solo denuncia il conformismo borghese, ma mostra come esso diventi una forma di prigione invisibile per individui che non rientrano nei modelli dominanti. Le amiche racconta dunque una società che offre apparente libertà ma nega profondità, e in questa tensione Clelia emerge come un soggetto femminile che resiste, capace di incarnare una forma nuova di coscienza — attuale, lucida, e in cerca di un altrove autentico.
In conclusione
Le amiche si colloca al crocevia tra adattamento letterario e visione autoriale, dove Antonioni restituisce il vuoto borghese non come semplice condizione sociale, ma come paradigma esistenziale dell’uomo moderno. Con una regia discreta e una narrazione corale, il film abbraccia il silenzio come strumento di rivelazione, trasformando Clelia in figura liminale e contemporanea, e Rosetta nell’emblema di un’inquietudine incapace di trovare voce. Un racconto che interroga la condizione femminile e smaschera l’illusione di libertà, aprendo un varco nella coscienza del presente.
Note positive
- Regia elegante e coerente con lo stile di Antonioni
- Temi esistenziali e sociali rilevanti e attuali
- Scena al mare simbolica e drammaturgicamente potente
- Approccio critico alla borghesia come modello esistenziale
Note negative
- Sceneggiatura convenzionale e prevedibile
- Alcune interpretazioni attoriali poco incisive
- Mancanza di introspezione nei momenti silenziosi
- Riduzione del malessere di Rosetta a cliché amoroso
- Personaggi secondari non sempre sviluppati
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| Colonna sonora e sonoro |
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3.4
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