Let Me Eat Your Pancreas (2017). Una storia struggente 

Recensione, trama e cast di Let Me Eat Your Pancreas, il film che emoziona profondamente il pubblico con una storia toccante e intensa

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Locandina di Let Me Eat Your Pancreas (2017)

Let Me Eat Your Pancreas

Titolo originale: 君の膵臓をたべたい (Kimi no Suizō o Tabetai)

Anno: 2017

Nazione: Giappone

Genere: Drammatico, Sentimentale

Casa di produzione: Toho

Distribuzione italiana: I Love Japan

Durata: 115 minuti

Regia: Shō Tsukikawa

Sceneggiatura: Tomoko Yoshida

Fotografia: Hiro’oki Nakata

Montaggio: Junnosuke Hogaki

Musiche: Suguru Matsutani

Attori: Takumi Kitamura, Minami Hamabe, Shun Oguri, Keiko Kitagawa

Trailer di “Let Me Eat Your Pancreas”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Nel 2025, la casa di produzione Adler Entertainment, in collaborazione con Dynit, fonda I Love Japan, un’etichetta cinematografica interamente dedicata al cinema giapponese. L’obiettivo è portare sul grande schermo italiano pellicole nipponiche inedite per il pubblico nostrano e, al contempo, riproporre come eventi speciali grandi classici della cinematografia giapponese, sia filmica che seriale.

La programmazione iniziale prevede la distribuzione di “Let Me Eat Your Pancreas” (3, 4 e 5 febbraio), “Your Eyes Tell” (7-9 aprile) e “April Come She Will” (28-30 aprile), per quanto riguarda le pellicole inedite in Italia. Per le celebrazioni cinematografiche, invece, dal 10 all’11 febbraio 2025 arriva nelle sale, in una speciale maratona, “L’Attacco dei Giganti – Il Film. Parte 1: L’Arco e la Freccia Cremisi” e “Parte 2: Le Ali della Libertà”.

Ad aprire la rassegna è il teen drama “Let Me Eat Your Pancreas” (Kimi no Suizō wo Tabetai), pellicola liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Yoru Sumino, inizialmente serializzato a puntate nel 2014 sul sito Shōsetsuka ni Narō e successivamente pubblicato in un unico volume dalla Futabasha nel 2015. Il romanzo, classificato al 2° posto tra i migliori dell’anno dalla prestigiosa rivista letteraria Da Vinci, ha dato origine a diverse trasposizioni: una versione manga (2015-2017), un adattamento animato (2018) e, nel 2017, un film live-action diretto dal regista giapponese Shō Tsukikawa. Quest’ultimo, noto per pellicole come Mobadora Vol.2 4×4 (2010), Tonari no Seki-kun to Rumi-chan no Jishō (2015) e Kurosaki-kun no Iinari ni Nante Naranai (2016), ha ottenuto un grande successo con il film, che in Giappone ha incassato oltre 39 milioni di dollari. La pellicola è stata inoltre nominata come miglior film dell’anno ai 41° Japan Academy Award e ai 60° Blue Ribbon Awards.

Trama di “Let Me Eat Your Pancreas”

Il professor Haruki Shiga, uomo riservato e introverso, lavora come docente nello stesso liceo che aveva frequentato da ragazzo. Tuttavia, non è certo che quella sia davvero la sua strada: è combattuto tra l’idea di rassegnare le dimissioni e il continuare a seguire una routine lavorativa che ormai gli appare priva di significato.

Proprio quando sembra deciso ad abbandonare l’insegnamento, gli viene affidato un incarico particolare: occuparsi dello smantellamento e del trasferimento della biblioteca scolastica. Questo compito lo riporta indietro nel tempo, facendo riaffiorare ricordi ed emozioni mai del tutto elaborati. Da studente, infatti, Haruki trascorreva gran parte del tempo in biblioteca, dedicandosi con meticolosa cura alla catalogazione dei libri. Ad affiancarlo in quell’attività c’era Sakura, una sua compagna di classe affetta da un tumore al pancreas, malattia che, entro un anno, l’avrebbe portata alla morte. Haruki era l’unico, oltre alla sua famiglia, a conoscere la verità sulle condizioni della ragazza.

I due non erano amici in senso stretto, ma un giorno, durante una visita in ospedale, Haruki trovò a terra il diario di Sakura e, leggendolo, scoprì la sua malattia. Da quel momento, Sakura, ragazza solare ed entusiasta della vita, decise di avvicinarsi a lui e di coinvolgerlo nei suoi ultimi mesi, trascinandolo in esperienze e avventure lontane dalla monotonia scolastica. Con il tempo, il loro rapporto si intensificò: Haruki, inizialmente convinto che i legami umani fossero superflui, iniziò a cambiare prospettiva grazie alla vitalità di Sakura. Lei, dal canto suo, trovò in lui una persona con cui potersi aprire senza filtri, qualcuno con cui essere semplicemente sé stessa, libera dal peso della malattia.

Takumi Kitamura e Minami Hamabe in Let Me Eat Your Pancreas (2017)
Takumi Kitamura e Minami Hamabe in Let Me Eat Your Pancreas (2017)

Recensione di “Let Me Eat Your Pancreas”

È impossibile uscire dalla visione del film senza versare almeno qualche lacrima. L’intento del lungometraggio di Shō Tsukikawa è proprio quello di condurre lo spettatore a sviluppare una profonda empatia nei confronti dei personaggi, permettendoci di vivere l’intero spettro emotivo che attraversano Haruki e Sakura in questo dramma adolescenziale dai connotati di romanzo di formazione.

Noi, come pubblico, percepiamo sulla nostra pelle il malessere vissuto dai due protagonisti, ma al tempo stesso cogliamo anche i rari momenti di spensieratezza e felicità che li sorprendono, istanti in cui i loro problemi sembrano svanire per lasciare spazio al qui e ora. Comprendiamo, inoltre, il loro bisogno profondo e autentico di connettersi l’uno all’altro, in particolare quello di Sakura, che desidera vivere i suoi ultimi mesi, settimane e giorni senza essere costantemente circondata da sguardi carichi di pietà o dal ricordo incessante del suo destino. È proprio per questo motivo (ma non solo) che si avvicina a Haruki: in lui non ritrova le reazioni emotive comuni, né l’atteggiamento compassionevole che riceverebbe dagli altri. Il suo silenzioso e riservato compagno di classe non la tratterà mai come una ragazza in fin di vita, ma semplicemente come una persona qualunque. Tra loro si crea così un legame sospeso, in cui malattia e morte sono una presenza costante ma mai ingombrante, lasciando perfino spazio all’ironia e alla leggerezza, fino al punto di poter scherzare sulla malattia stessa.

Se Sakura è una ragazza gioiosa, capace di comunicare con il mondo esterno e di godere della vita fino all’ultimo, Haruki è il suo esatto opposto: un ragazzo chiuso, impaurito dalle proprie emozioni, che preferisce rifugiarsi nella solitudine e nella lettura piuttosto che stringere legami affettivi. Eppure, senza nemmeno rendersene conto, si ritrova trascinato in questa strana relazione con Sakura, un legame che finirà per trasformarlo nel profondo, allontanandolo dalla rigidità emotiva e dall’isolamento che si era autoimposto. Per tutta la durata del film lo vediamo agire quasi con apatia, incapace di esternare le sue vere emozioni e timoroso di un coinvolgimento troppo profondo con l’altro, come emerge chiaramente nella scena dell’abbraccio: quando Sakura lo stringe a sé in un momento di bisogno affettivo, lui rimane immobile, combattuto, incapace di ricambiare il gesto. Le uniche emozioni che Haruki riesce davvero a esprimere nei confronti della ragazza—escludendo i momenti di leggerezza e risate durante la loro vacanza—sono due: la frustrazione mista alla rabbia nel momento del “bacio” e il dolore nel toccante confronto finale con la madre di Sakura, una scena che inevitabilmente strappa le lacrime anche allo spettatore più resistente.

In questo senso, le emozioni non sono soltanto un elemento della narrazione, ma costituiscono il cuore pulsante dell’intera pellicola: dalla scelta della storia, incentrata sul tema della malattia, alla caratterizzazione dei personaggi, con un protagonista che fatica ad aprirsi alla vita fino a quando Sakura non gli pianta dentro il seme di un cambiamento futuro. Let Me Eat Your Pancreas è un crescendo di sentimenti, un viaggio emotivo che culmina nel terzo atto con il suo momento più straziante, lasciando un segno indelebile nello spettatore e confermando la potenza del legame che si è creato con i personaggi.

Se le emozioni arrivano intense e profonde al cuore dello spettatore, ciò non significa necessariamente che la pellicola sia ben realizzata. Let Me Eat Your Pancreas è un lungometraggio caratterizzato da una sceneggiatura fortemente didascalica, talvolta in maniera eccessiva, concentrandosi su tematiche tipiche del filone sentimentale delle rom-com adolescenziali a tema malattia. Il messaggio centrale è chiaro e ribadito più volte: vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché—come afferma Sakura—non sappiamo quando e come moriremo, potremmo andarcene oggi, domani o tra cent’anni. La pellicola dunque risulta didascalica sotto diversi aspetti, dalla regia alla sceneggiatura, adottando una semplificazione visiva, dialogica e narrativa che tende a rendere la drammaturgia più sbrigativa, riducendo leggermente la tridimensionalità dei personaggi. Tuttavia, questo non intacca minimamente la potenza emotiva del film.

A livello di sceneggiatura, una delle scelte più discutibili riguarda la cornice narrativa creata appositamente per l’adattamento cinematografico, assente nel romanzo originale. La versione adulta di Haruki, ora professore, rappresenta un’aggiunta interessante, ma al tempo stesso diluisce eccessivamente il cambiamento del protagonista, che impiega dieci anni per aprirsi agli altri. Questa scelta narrativa finisce per togliere forza alla storia principale, rendendo il percorso di trasformazione meno incisivo e poco credibile. Probabilmente, la struttura del romanzo funziona meglio sul piano drammaturgico rispetto a quella del film, dove l’inserimento della cornice narrativa non aggiunge spessore alla vicenda, ma al contrario la appesantisce.

Se da un lato le interpretazioni sono discrete, dal punto di vista registico e di montaggio il film presenta alcune debolezze. La regia, in diversi passaggi, risulta poco ispirata e poco riuscita a livello narrativo, mentre il montaggio alternato tra passato e presente non è sempre efficace. Alcune scene ambientate nel presente appaiono più che altro riempitive, prive di un reale valore narrativo, e finiscono per rallentare il ritmo anziché arricchire la storia.

Minami Hamabe in Let Me Eat Your Pancreas (2017)
Minami Hamabe in Let Me Eat Your Pancreas (2017)

In conclusione

Let Me Eat Your Pancreas è un film che punta tutto sulla componente emotiva, riuscendo nell’intento di commuovere profondamente il pubblico grazie alla costruzione di un rapporto intenso tra i protagonisti. Il contrasto tra la vitalità di Sakura e la chiusura emotiva di Haruki crea una dinamica coinvolgente che accompagna lo spettatore in un viaggio di formazione, crescita e dolore. Tuttavia, se la pellicola colpisce per la sua capacità di suscitare empatia, presenta anche delle debolezze strutturali, a partire da una sceneggiatura eccessivamente didascalica e da una regia non sempre all’altezza del materiale narrativo. La cornice narrativa ambientata nel futuro, introdotta appositamente per la trasposizione cinematografica, risulta poco funzionale e diluisce l’evoluzione del protagonista, rendendo il suo cambiamento meno incisivo. Anche il montaggio alternato tra presente e passato non sempre appare efficace, con alcune scene che sembrano più riempitive che realmente necessarie. Nonostante queste criticità, il film riesce nel suo intento principale: toccare il cuore dello spettatore e lasciare un segno indelebile attraverso una storia di vita, amore e perdita.

Note positive

  • Profonda carica emotiva, capace di coinvolgere e commuovere
  • Buona costruzione della relazione tra i protagonisti
  • Tematiche universali sul valore della vita e della connessione umana

Note negative

  • Sceneggiatura eccessivamente didascalica e priva di sottigliezze
  • Regia e montaggio non sempre efficaci, con alcune scene superflue
  • La cornice narrativa ambientata nel futuro indebolisce la potenza della storia principale

Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazioni
Emozione
SUMMARY
3.6
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.