Living (2022): la rivisitazione di Vivere del 1952

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Living

Titolo originale: Living

Anno: 2022

Paese: Gran Bretagna

Genere: Drammatico

Casa di produzione: British Film Institute, County Hall, Film4, Filmgate Films, Ingenious Media, Ingenious, Kurosawa Production Co., Lipsync Productions, Number 9 Films, Rocket Science

Distribuzione: Circuito Cinema

Durata: 103 min

Regia: Oliver Hermanus

Sceneggiatura: Kazuo Ishiguro

Fotografia: Jamie Ramsay

Montaggio: Chris Wyatt

Musica: Emilie Levienaise-Farrouch

Costumi: Sandy Powell

Attori: Bill Nighy, Aimee Lou Wood, Alex Sharp, Tom Burke

Trailer italiano di Living

Living reinterpreta il film di Akira Kurosawa Ikiru, ed è diretto da Oliver Hermanus (Moffie, The Endless River) da una sceneggiatura di Kazuo Ishiguro (autore dei romanzi Quel che resta del giorno e Non mi lasciare). Il film è prodotto da Stephen Woolley ed Elizabeth Karlsen per Number 9 Films (The Crying Game, Mothering Sunday, Carol) ed è interpretato da Bill Nighy (About Time, Emma) nei panni di Mr Williams, Tom Burke (The Souvenir Part I, Mank) in quelli di Sutherland, Aimee Lou Wood (Sex Education, The Electrical Life of Louis Wain) nel ruolo di Margaret e Alex Sharp (The Trial Of The Chicago 7, The Curious Case Of The Dog In The Night – Time) in quello di Peter.

Trama di Living

Living è la storia di un uomo ordinario, ridotto da anni di oppressiva routine d’ufficio a condurre un’esistenza nell’ombra, che all’ultimo minuto fa uno sforzo supremo per trasformare la sua vita noiosa in qualcosa di meraviglioso: in una vita che possa dire di aver vissuto pienamente.

Bill Nighy in una scena del film
Bill Nighy in una scena del film

Recensione di Living

Nel recensire Living mi sono chiesto quanti, tra tutti i rifacimenti nella la storia del cinema, abbiano superato o almeno eguagliato l’originale se non in qualità almeno in popolarità. Non sono riuscito a ottenere una risposta definitiva, ma la sensazione è che, tolta alcune sporadiche eccezioni, i remake, per lo più, soccombono al confronto. Non vi dico subito a quale categoria appartiene il nuovo film di Oliver Hermanus, sperando di fornirne una chiara percezione a fine lettura.

Il quinto lungometraggio del regista sudafricano nasce quasi casualmente durante una cena a cui partecipano lo scrittore Kazuo Ishiguro, il produttore Stephen Woolley e l’attore Bill Nighy. La passione comune porta i primi due a sfidarsi sulla conoscenza cinematografica, durante il duello verbale spunta il titolo Vivere di Akira Kurosawa del quale già da tempo lo scrittore inglese di origine giapponese, coltivava l’idea di un remake ambientato a Londra. La presenza di Nighy convince definitivamente Ishiguro a intraprendere il progetto e ad affidare all’attore inglese la parte del protagonista, reputandolo perfetto per incarnarne il personaggio principale grazie alle sue doti d’ironia, empatia e stoicismo. In seguito, insieme a Woolley, decide di affidare la regia a Oliver Hermanus di cui ha apprezzato Moffie (2019) il quale ha oltretutto il pregio di non essere inglese, caratteristica fondamentale per ottenere un punto di vista diverso e privo di preconcetti.

Bill Nighy in una scena del film Living
Bill Nighy in una scena del film Living

La storia è quella di Mr. Williams, un burocrate dell’amministrazione comunale, nella Londra postbellica del 1953, che scopre di avere pochi mesi di vita a causa di un cancro. Tale consapevolezza lo spinge ad affrontare il poco tempo rimasto recuperando la vitalità repressa e sacrificata al lavoro nei trent’anni precedenti. I tentativi iniziali, prima attraverso la ricerca del piacere edonistico in compagnia di uno scrittore da strapazzo conosciuto casualmente, in seguito attraverso la frequentazione della giovane e vivace ex collega d’ufficio (Aimee Lou Wood), sono però insoddisfacenti. La svolta arriva da una rivelazione improvvisa che lo induce a riprendere una vecchia pratica accantonata come da sua abitudine; si impegna quindi a dare seguito alle pressanti richieste di un gruppo di donne riguardo al recupero di un’area urbana trascurata e fatiscente da destinare a parco giochi per i bambini del quartiere.

La scrittura di Ishiguro ricalca fedelmente le scene di Vivere ma ciò non impedisce di apportare sostanziali differenze ben oltre l’ambientazione della storia. Già dalle prime scene, infatti, si assiste a uno spostamento di prospettiva: in Living la presentazione del protagonista non è immediata come nell’originale ma avviene attraverso i commenti dei colleghi intenti a istruire il neoassunto (Alex Sharp) descrivendo il capoufficio in modo misterioso. Il punto di vista del giovane impiegato viene mantenuto nella parte iniziale della narrazione ritornando poi significativamente nel finale. Questo cambio di prospettiva è fondamentale nel delineare un approccio profondamente diverso tra i due film: mentre in Vivere è evidenziata l’inutilità dello sforzo individuale, se non per il personaggio che lo compie, in Living la realizzazione del progetto assume un valore collettivo e l’esempio di Mr. Williams diventa un simbolo di speranza per le generazioni future. Le scene aggiuntive che riguardano il giovane appena assunto e la sua tenera relazione con la ex collega vanno appunto nella direzione indicata producendo un’inversione di rotta rispetto all’atmosfera pessimista della pellicola giapponese. In generale Living si connota come un’opera si emozionante, grazie soprattutto all’interpretazione di Nighy la cui prova attoriale fornisce il giusto spessore all’austerità del protagonista, ma, allo stesso tempo, non insiste nell’introspezione e la psicologia dei personaggi è spesso solo accennata. Anche per quanto riguarda la prima parte in cui è illustrata la quotidianità del burocrate, fatta di lavoro e poco altro, si perde quasi del tutto la rappresentazione ironica della burocrazia kafkiana e ripetitiva degli uffici comunali giapponesi del film di Kurosawa, mentre la descrizione delle abitudini e della routine di Mr. Williams appare troppo frettolosa non enfatizzando a sufficienza il peso di una vita passata a timbrare scartoffie.

Bill Nighy in una scena del film

Da un punto di vista estetico l’ambientazione è molto curata e la ricostruzione della Londra anni 50 è molto convincente grazie ai costumi della tre volte premio Oscar, Sandy Powell, per la scenografia, inoltre, il film si è avvalso della possibilità di girare la maggior parte delle scene all’interno della vera County Hall, sede storica della municipalità londinese, ed è valorizzata dalla fotografia contrastata di Jamie Ramsay il quale gioca abilmente con le zone d’ombra con effetti suggestivi.

Fotogramma di Living
Fotogramma di Living

In conclusione

Nel complesso, pur essendo molto ben confezionato e recitato ottimamente, la sensazione di patinatura prevale e, complice un finale dal sapore pedagogico in cui Hermanus cede alla tentazione d’illustrare la morale, il risultato è un’opera godibile e coinvolgente ma senza lo spessore cinematografico del predecessore. Living, dopo essere stato presentato al Festival di Venezia fuori concorso, esce nelle sale italiane il prossimo 23 dicembre distribuito da Circuito Cinema.

Note positive

  • Regia
  • Scenografia
  • Cast

Note negative

  • La sceneggiatura non possiede la forza del film Vivere, da cui l’opera è tratta.
  • Un finale troppo moralistico
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