Los Domingos (2025). La diciassettenne che vuole diventare suora

Recensione di Los Domingos: un film di grande sensibilità che, attraverso una regia invisibile e interpretazioni straordinarie, esplora il conflitto tra fede, identità e desiderio.

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Trailer di “Los Domingos”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Alauda Ruiz de Azúa ha compiuto un percorso accademico solido, studiando Filologia inglese all’Università di Deusto e Comunicazione audiovisiva all’UPV, per poi perfezionarsi in Regia presso l’ECAM. Dopo il successo di vari cortometraggi pluripremiati, tra cui spicca Dicen, nel 2021 ha esordito nel lungometraggio con Lullaby (Cinco lobitos), opera che le è valsa oltre trenta riconoscimenti internazionali. Tra questi figurano tre Premi Goya, il Premio Feroz per la sceneggiatura e la Medaglia CEC come miglior regista esordiente. Nel 2024 la regista ha firmato la sua prima serie televisiva, Querer, anch’essa ampiamente celebrata dalla critica.

Nel 2025 viene presentato il suo secondo lungometraggio, Los Domingos, un dramma d’autore da lei scritto e diretto. La pellicola ha debuttato in anteprima internazionale al San Sebastián International Film Festival, aggiudicandosi premi prestigiosi come la Concha de Oro e il Premio Fipresci. Il successo è proseguito ai Premi Goya, dove il film ha ottenuto ben 13 candidature vincendo in cinque categorie chiave: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Attrice Protagonista e Miglior Attrice Non Protagonista, quest’ultimo assegnato a Nagore Aranburu per la sua interpretazione di Suor Isabel, la madre superiora. Dopo aver superato la concorrenza di titoli importati ai Premi Goya come A cena con il Dittatore di Manuel Gómez Pereira, Sirāt di Óliver Laxe e Sorda di Eva Libertad, il film approda nelle sale il 2 aprile 2026 grazie alla distribuzione di Movies Inspired

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Trama di “Los Domingos”

Ainara è una diciassettenne brillante e idealista che porta dentro di sé il peso di un passato traumatico, segnato dalla perdita prematura della madre. La giovane vive con il padre, un uomo gravato da ingenti debiti finanziari, e le sue due sorelline. Giunta a un bivio cruciale della propria esistenza, mentre la famiglia attende con ansia la sua scelta universitaria, Ainara manifesta un’intenzione del tutto inattesa. Cresciuta in una scuola cattolica e influenzata dalla profonda fede materna, la ragazza dichiara di aver ricevuto la vocazione e desidera entrare nel convento di clausura delle Benedettine.

Questo luogo non le è estraneo: la giovane ha frequentato la struttura durante i ritiri spirituali scolastici, sviluppando un legame di confidenza con la madre superiora, Suor Isabel. La notizia scuote profondamente il nucleo familiare, composto da figure dichiaratamente atee o agnostiche: né il padre, né la nonna, né la zia Maite approvano la scelta. Quest’ultima, che sta affrontando una dolorosa crisi matrimoniale, si oppone con particolare fermezza, convinta che la nipote è manipolata da un’istituzione che ne soffocherebbe il potenziale. Per scongiurare l’ingresso in convento, Maite pianifica, con la complicità della migliore amica di Ainara, di esporre la ragazza alle tentazioni e ai piaceri della vita mondana, sperando che un innamoramento o la scoperta del mondo esteriore la convincano ad abbandonare l’ideale monastico per intraprendere la carriera universitaria.

Recensione di “Los Domingos”

Los Domingos è una pellicola che ha saputo indubbiamente conquistare il favore della critica spagnola, come testimoniato dall’ottenimento di ben cinque prestigiosi riconoscimenti ai Premios Goya 2026. Si tratta di un numero di premi di assoluto rilievo, oserei dire, specialmente se si considera che i Goya rappresentano per la Spagna un’istituzione del tutto analoga ai nostri David di Donatello per prestigio e importanza nazionale; un premio che decreta, in sintesi, le eccellenze assolute — dal miglior film alla miglior regia — dell’annata cinematografica 2025. Dopo la visione di questo secondo lungometraggio firmato da Alauda Ruiz de Azúa, posso asserire con certezza che Los Domingos risulta un’opera di ottima fattura, la cui forza risiede proprio in una ricercata e apparente semplicità formale.

A differenza di un’opera come Sirāt di Óliver Laxe, la quale persegue una spinta sperimentazione visiva attraverso complessi virtuosismi tecnici, Los Domingos predilige la costruzione drammaturgica affidandosi a una regia praticamente invisibile. In questo lavoro, i movimenti della macchina da presa non cercano mai l’autocelebrazione, ma recedono in secondo piano per farsi elemento di contorno impercettibile; una scelta stilistica che invita lo spettatore e il critico a non focalizzarsi tanto sulla forma estetica pura o su suggestioni oniriche — del tutto assenti nel corso della narrazione — quanto sull’essenza ontologica della storia e sulla verità umana dei suoi personaggi. A parere di chi scrive, Los Domingos non si configura come un cinema di sola regia, bensì come un’opera fondata sulla scrittura e sull’interpretazione.

Occorre tuttavia sottolineare che la direzione della Ruiz de Azúa è assolutamente pregevole, sebbene risulti volutamente “trasparente” all’occhio dello spettatore, il quale quasi non avverte i lievi e misurati movimenti di macchina. In una pellicola dove la cineasta preferisce restare “incollata” ai suoi protagonisti attraverso l’uso della macchina fissa su cavalletto, emerge da parte della regia la capacità di posizionare l’obiettivo nel punto esatto e nell’angolo ideale per far affiorare l’emotività dei personaggi. Questo rigore visivo, unito a un montaggio sapiente, conferisce al film il giusto respiro filmico, accompagnando silenziosamente il pubblico attraverso un ritmo mai sostenuto, bensì delicato e tranquillo. Tale equilibrio permette un’immersione totale nella vicenda per l’intera durata di circa 1h e 55 minuti, senza che si avvertano cedimenti della tensione o momenti di noia; personalmente, non ho mai avvertito la necessità di consultare l’orologio durante la visione nella speranza che la visioni termini il prima possibile.

Come regista, ho optato per una certa nudità nel linguaggio, lasciando che i personaggi respirassero così come sono e permettendoci di osservarli da una prospettiva intima, ma a distanza. Allo stesso tempo, ho visto come la spiritualità si insinui nel formale attraverso molte crepe. Allo stesso modo in cui ciò che i personaggi tacciono è importante quanto o più importante di ciò che dicono, ho anche scelto con cura ciò che rimane fuori campo, ciò che non si vede… come le figure divine o le statue. Ho optato per un’unica colonna sonora: un coro.

Dichiarazione della regista

Oltre a un’efficace direzione registica, che opera abilmente per sottrazione formale e valorizza la dimensione semantica dei silenzi, il film si avvale di un comparto visivo fotografico di discreta fattura — pur senza raggiungere vette tali da comprenderne la vittoria al premio alla miglior fotografia ai Premi Goya, specialmente a fronte del rigore estetico e della ricercatezza di un’opera come Sirāt. Detto ciò, la fotografia, pur non essendo eccezionale, è caratterizzata da una tavolozza cromatica tenue, quasi fredda, priva di una saturazione cromatica realmente accesa. Nonostante ciò, Los Domingos convince, soprattutto sul piano della sceneggiatura, eccellendo nella messa in scena — sia verbale che fisica — del profondo confronto tra ateismo e cristianità, tra chi non crede e chi invece possiede una fede così dirompente da sentire, o credere di sentire, la chiamata di Dio. Tale spinta mistica è così forte da indurre la protagonista a prendere in considerazione l’idea di farsi suora di clausura a soli diciassette anni.

Los Domingos mi è venuto in mente grazie a un aneddoto che ho sentito qualche tempo fa: una ragazza di diciotto anni ha deciso di entrare in un convento di clausura dall’oggi al domani. I tentativi della sua famiglia di convincerla a non farlo sono stati vani. Perché qualcuno dovrebbe diventare suora di clausura a quell’età? Perché decidere di voltare le spalle al mondo proprio quando si sta entrando nell’età adulta? Come si può convincere qualcuno che l’età adulta vale la pena quando il mondo esterno può essere incerto e difficile? La vocazione di clausura è forse una delle espressioni più estreme della ricerca di un posto nel mondo, e mi è subito sembrata la scusa perfetta per mettere in discussione la famiglia come nostro rifugio naturale. In fin dei conti, che siamo atei, agnostici o credenti, abbiamo bisogno di credere in qualcosa per andare avanti. Tutti noi facciamo delle scommesse di fede. Tutti noi scommettiamo su qualcosa, ci impegniamo in relazioni diverse senza alcuna prova assoluta che siano reali. Ci sembra reale e questo ci basta. C’è chi crede in Dio, chi nel proprio partner e chi nella famiglia come qualcosa di indissolubile.

Dichiarazione della regista

In questo senso, la pellicola pone al proprio epicentro due donne forti: Ainara e Maite. Quest’ultima è molto più di un personaggio secondario, arrivando a tratti a rubare la scena alla stessa protagonista grazie all’interpretazione straordinaria di Patricia López Arnaiz, qui in uno stato di grazia assoluto. Grazie a un’ottima scrittura, l’attrice riesce a trasporre sullo schermo tutta la tridimensionalità di Maite: una donna spaesata, adirata con il mondo, in crisi relazionale e incerta sulla strada da intraprendere nella propria vita. Anche la risoluzione narrativa dedicata al suo personaggio — che chiude il suo percorso di formazione lasciandola però dinanzi a un bivio evidente e a una scelta da immaginare — risulta perfettamente in linea con il suo carattere stratificato e complesso.

Più che sulla costruzione del rapporto tra il padre e Ainara — pur presente e utile a rendere l’uomo una figura tridimensionale — la pellicola si focalizza su questo duello dialogico, morale e filosofico tra zia e nipote, che mantiene costante la tensione. Da una parte vibra l’opposizione di Maite, che non accetta di vedere la nipote manipolata da un gruppo di fanatici religiosi che la conducono su una strada di “follia”; dall’altra emerge Ainara, segnata dalla perdita della madre (figura trattata forse troppo poco nel corso della narrazione), la quale avverte un amore così incredibile verso Dio da sentire l’urgenza di testarne l’autenticità nel silenzio della clausura. Sebbene Ainara tenti di spiegare ai familiari come quella possa essere la via per la sua felicità, Maite mette in atto ogni sforzo per dissuaderla. Il film, tuttavia, non si limita a questo contrasto di opinioni, ma sviluppa un conflitto interiore più silenzioso e determinante nel cuore di Ainara: nonostante il desiderio vocazionale, la giovane inizia a nutrire sentimenti — forse d’amore o forse carnali — verso un giovane del coro a sua volta innamorato di lei. Grazie a questo escamotage narrativo, che permette di approfondire i dubbi della protagonista, l’opera evita la banalità di un percorso scontato; proprio l’instabilità emotiva della ragazza rende la risoluzione incerta fino agli ultimi dieci minuti del film.

La regista trova per la giovane protagonista un’interprete d’eccezione in Blanca Soroa, attrice galiziana (classe 2008) che, nonostante la giovanissima età e una formazione artistica focalizzata sul pianoforte e sul canto lirico, dimostra al suo debutto cinematografico un talento assolutamente fuori dal comune . Attraverso una sapiente e misurata mimica facciale, la Soroa riesce a rendere trasparente la complessa interiore di Ainara, restituendo l’immagine di un personaggio volutamente privo di facili idealizzazioni e semplificazioni. Ci troviamo di fronte a una figura mai completamente positiva, definita da spigolosità caratteriali e da venature di egoismo che la rendono autentica; si pensi, a tal proposito, alla sua reazione quasi distaccata e imperturbabile dinanzi alla morte della nonna, momento in cui la ragazza sembra ripiegata esclusivamente sul proprio dramma personale. Tuttavia, è proprio questa natura “grigia” — lontana dalla bidimensionalità di un personaggio totalmente “bianco” o stereotipato — a permettere allo spettatore di sviluppare una profonda empatia: l’indole di Ainara, intaccata da imperfezioni umane, ne esalta la stratificazione psicologica e la rende una figura vivida e tridimensionale.

Grazie a una simile prova attoriale ha senza dubbio meritato il riconoscimento come miglior attrice protagonista al Premio Goya, specialmente per la sequenza finale della preghiera. In questo momento di altissima densità emotiva e potenza visiva, la giovane protagonista, attanagliata dai dubbi vocazionali, mostra una capacità di reggere la scena che conferma la caratura di un’interprete destinata, probabilmente, a un lungo percorso artistico, specialmente in pellicole dall’elevato spessore drammaturgico come Los Domingos

In conclusione

Los Domingos è una pellicola che conferma la maturità artistica di Alauda Ruiz de Azúa, capace di costruire un’opera apparentemente semplice ma in realtà stratificata, sorretta da una scrittura solida e da interpretazioni di altissimo livello. Non è un film che punta al virtuosismo formale né alla sperimentazione visiva: al contrario, sceglie la via della sottrazione, della regia invisibile, del silenzio come spazio drammaturgico. È proprio questa scelta a rendere l’opera così efficace: la macchina da presa non invade, non impone, ma osserva; non guida lo spettatore, ma gli permette di abitare l’interiorità dei personaggi.

Note positive

  • Interpretazioni straordinarie, soprattutto Patricia López Arnaiz e Blanca Soroa
  • Scrittura solida, capace di dare profondità al conflitto tra fede e razionalità
  • Finale coerente, aperto ma perfettamente in linea con i personaggi

Note negative

  • Assenza di un vero approfondimento sul passato di Ainara, che avrebbe potuto arricchire ulteriormente il suo percorso

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.9
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.