
I contenuti dell'articolo:
Lo sguardo di emma
Titolo originale: À bras-le-corps
Anno: 2025
Nazione: Svizzera, Belgio, Francia
Genere: Drammatico
Distribuzione italiana: Trent Film
Durata: 98 minuti
Regia: Marie-Elsa Sgualdo
Sceneggiatura: Marie-Elsa Sgualdo, Joanne Giger
Fotografia: Joseph Areddy
Montaggio: Nicolas Hislaire
Attori: Lila Gueneau, Grégoire Colin, Thomas Doret, Aurélia Petit, Sandrine Blancke, Sasha Gravat Harsch, Tamara Semelet, Cyril Metzger, Aurélien Patouillard, Etienne Fague, Raphaël Thiéry
Trailer di “Lo sguardo di emma”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Presentato in World Premiere il 1° settembre 2025 alla 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, insignito del Grand Prix della Giuria al Festival del Francofilm 2026 di Roma e vincitore di due Swiss Film Awards per la Miglior Fotografia e il Miglior Montaggio, Lo sguardo di Emma è un period drama ambientato nella Svizzera neutrale durante il secondo conflitto mondiale. La pellicola segna il debutto nel lungometraggio di finzione della filmmaker elvetica Marie-Elsa Sgualdo, nativa di La Chaux-de-Fonds e di origini italiane. Nel ruolo della protagonista troviamo la giovane Lila Gueneau (Eat the Night, 2024; La femme de, 2025), affiancata da un cast che include Sasha Gravat Harsch, Aurélia Petit (Love Me Tender, 2025; Under Paris, 2024; Rosalie, 2023) e Grégoire Colin (Rendez-vous avec Pol Pot, 2024; Riabbracciare Parigi, 2022).
L’opera, dopo un articolato percorso nel circuito festivaliero che ha compreso il Bifest – Bari International Film Festival e il 37° Palm Springs International Film Festival, approda nelle sale italiane il 2 aprile 2026 distribuita da Trent Film.
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Trama di “Lo sguardo di emma”
Nella Svizzera neutrale del secondo conflitto mondiale Emma è una quindicenne la cui formazione avviene all’interno di una rigida comunità protestante isolata dal contesto globale, un microcosmo dove la precettistica morale e religiosa assume un peso preponderante nella vita di tutti i giorni. A seguito della disgregazione del nucleo familiare e del deterioramento del legame affettivo con la madre — percepita dalla giovane come una figura moralmente discutibile — Emma si ritrova a coabitare con il padre Jean e a farsi carico delle due sorelle minori. Inoltre, per aiutare economicamente la famiglia, presta servizio come domestica presso la dimora del pastore Robert, genitore della sua compagna d’infanzia Colette. In tale cornice, Emma nutre il desiderio di diventare infermiera; tuttavia, affinché tale aspirazione possa realizzarsi, deve conseguire il “premio di virtù” del villaggio, risorsa necessaria per finanziare il proprio percorso di studi. Nel supportarla nel raggiungimento del suo scopo, la moglie del pastore, in qualità di responsabile del comitato di beneficenza locale, sostiene con fermezza la candidatura di Emma, ritenendo che la giovane meriti un futuro migliore di quello attuale.
Da un lato vi sono i sogni, dall’altro, tuttavia, la cruda realtà. La guerra è ormai alle porte della Svizzera neutrale, un evento che muta e trasforma rapidamente l’indole del pastore Robert, il quale invita i concittadini a prestare soccorso agli ebrei in cerca di protezione in territorio elvetico; tuttavia, le sue parole restano inascoltate, disperse al vento, fatto che gli causa un turbamento interiore. Parallelamente a ciò, giungono presso la dimora del pastore due giornalisti, Bernhard e Louis; quest’ultimo conquista la fiducia di Emma, salvo poi tradirla attraverso un atto di violenza carnale. Sconvolta e incapace di verbalizzare il trauma subìto, la giovane si rifugia nel lavoro, interiorizzando il senso di vergogna come una colpa propria. Quando scopre di essere rimasta incinta, tutti i suoi sogni vanno in frantumi e, per sottrarsi al peso delle malelingue e alla vergogna, si ritrova costretta a intraprendere decisioni non desiderate.
Recensione di “Lo sguardo di emma”
L’opera filmica in questione non si configura come una proposta rivoluzionaria all’interno del panorama cinematografico contemporaneo, né si distingue per un iter drammaturgico originale o spiazzante; ci troviamo, piuttosto, di fronte a una pellicola caratterizzata da una spiccata prevedibilità sul piano del plot, in particolare a seguito all’evento traumatico che funge da catalizzatore per il coming-of-age della protagonista. Dopo l’evento brutale subìto da Emma, la sceneggiatura avrebbe potuto strutturare uno sviluppo drammatico meno convenzionale, capitalizzando sul solido world-building – sia religioso che storico – delineato nella prima parte filmica. Indubbiamente sarebbe stato auspicabile un approfondimento della dimensione fenomenologica del sentirsi sporca e del senso di peccato percepiti dalla giovane – qui appena abbozzati – unitamente a una disamina più rigorosa del contesto geopolitico svizzero durante il secondo conflitto mondiale. Soprattutto lato sociale, la cornice storica, pur evocata, manca di una reale profondità analitica, privando il film di quella tensione necessaria che una dialettica più serrata tra il dramma privato di Emma e l’odissea dei profughi avrebbe potuto garantire, evitando così di scivolare in un certo didascalismo narrativo. Difatti, sin dal compimento dell’abuso da parte di Louis ai danni di Emma, lo spettatore intuisce con eccessivo anticipo la traiettoria degli eventi: la gravidanza indesiderata, l’abbandono forzato delle ambizioni professionali e il ricorso a un matrimonio riparatore come unico argine alla stigmatizzazione sociale. Tutto ciò avviene puntualmente, pur con minime variazioni sul tema, come la sequenza del tentato aborto, momento inaspettato. Quest’ultimo passaggio drammaturgico suscita alcune riserve, sia a causa di una ellissi nel montaggio che ne depotenzia l’impatto, sia per una certa incoerenza rispetto all’ethos del personaggio. La scelta di abortire appare in parziale contrasto con la rigida formazione morale e religiosa di Emma, la quale manifesta persino il dubbio di non essere più degna del “premio di virtù” a seguito della violenza subìta.
Pur riconoscendo i chiari connotati femministi dell’opera, volti a denunciare la condizione di subalternità della donna nella Svizzera degli anni ’40, la critica che effettuo in questa recensione si rivolge all’incapacità del film di prospettare scenari alternativi o deviazioni rispetto a un destino che appare evidente dopo una manciata di minuti filmici. Questo limite deriva in parte da una scrittura dei personaggi secondari piuttosto bidimensionale: il nucleo familiare di Emma rimane sullo sfondo, privo di un adeguato scavo psicologico, specialmente nel rapporto con la figura materna, che avrebbe dovuto costituire il baricentro emotivo della protagonista. Anche il legame con Colette manca di una reale evoluzione, mentre risulta più stratificata la figura del pastore, colto in una crisi spirituale e in una sorta di depressione esistenziale alimentata dall’eco dei conflitti mondiali che ascolta via radio. Tuttavia, anche questo sub-plot, potenzialmente il più fertile del film, non viene pienamente valorizzato. Parimenti stereotipata risulta la caratterizzazione del marito, figura funzionale esclusivamente alla dialettica femminista sulla “proprietà” coniugale, riducendo il personaggio a mero strumento simbolico narrativo.
La storia di Emma è uno di questi anelli emblematici nella catena. Rifiuta di rimanere un oggetto al servizio degli altri — della sua famiglia o del desiderio di un uomo — e quindi comincia a prendere decisioni proprie. È una storia individuale e personale di resistenza — un percorso dal basso verso l’emancipazione — che ci ricorda che, per molto tempo, le donne non sono state considerate esseri umani a pieno titolo. Inoltre, penso sia importante notare che questo desiderio di libertà e chiarezza non serve solo un destino individuale. Quando Emma acquisisce una nuova prospettiva sul suo ambiente, vede finalmente il mondo per quello che è. Diversamente dalle persone che la circondano, nascoste in luoghi comodi, la giovane donna rifiuta di distogliere lo sguardo di fronte alla disperazione dei rifugiati e alle tragedie che si svolgono nelle vicinanze. La sua nuova consapevolezza personale ha anche una portata universale.
Dichiarazione della regista
Nonostante una certa dialettica superficiale, l’impianto narrativo femminista risulta efficace grazie a una sceneggiatura priva di reali buchi di trama, sostenuta da uno script lineare e da dialoghi dotati di una buona tenuta realistica. Tuttavia, il vero cuore dell’opera non risiede nella tesi sociologica, quanto nella straordinaria performance della sua protagonista: una Lila Gueneau in stato di grazia, capace di caricarsi sulle spalle l’intero peso emotivo del lungometraggio. Non è tanto la scrittura a rendere il personaggio un fulcro di empatia per il pubblico, quanto l’interpretazione magistrale dell’attrice, che eccelle in sequenze cruciali come quella dello stupro, del tentato aborto e nel potente frame finale. La giovane interprete infonde al personaggio una complessità e delle sfumature emotive extra-testuali che arricchiscono sensibilmente il racconto. Un plauso va infine alla regia di Marie-Elsa Sgualdo, che dimostra una sicura padronanza del mezzo cinematografico e una notevole sensibilità nella direzione degli attori.
In conclusione
Pur non essendo un film rivoluzionario né un’opera capace di scardinare i codici del coming‑of‑age storico, il lungometraggio di Marie‑Elsa Sgualdo si configura come un racconto solido, sostenuto da una regia sensibile e da una protagonista straordinaria, in grado di compensare molte delle fragilità strutturali della sceneggiatura. L’opera rimane ancorata a un impianto narrativo prevedibile, incapace di deviare da un percorso già tracciato sin dalle prime battute, e non sfrutta appieno il potenziale del contesto storico e confessionale che avrebbe potuto arricchire la vicenda con ulteriori livelli di complessità.
Note positive
- Interpretazione magistrale di Lila Gueneau, autentico cuore emotivo del film
Note negative
- Personaggi secondari alquanto abbozzati
- Mancanza di approfondimento dell’elemento storico
- Una trama banale e poco originale
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Intepretazione |
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| Emozione |
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3.2
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