Luce (2024). Un’opera sospesa tra realtà e immaginazione

Recensione, trama e cast del film Luce (2024), pellicola presentata al Locarno Film Festival 2024 e ad Alice nella Città 2024

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Locandina di Luce

Luce

Titolo originale: Luce

Anno: 2024

Nazione: Italia

Genere: Drammatico

Casa di produzione: Bokeh Film, Stemal Entertainment, Rai Cinema

Durata: 95 minuti

Regia: Silvia Luzi, Luca Bellino

Sceneggiatura: Silvia Luzi, Luca Bellino

Fotografia: Jacopo Maria Caramella

Montaggio: Silvia Luzi, Luca Bellino

Musiche: Stefano Grosso, Alessandro Paolini

Attori: Marianna Fontana, Tommaso Ragno

Trailer di “Luce”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Presentato al Locarno Film Festival il 9 agosto 2024, nella sezione Golden Leopard, Luce è il secondo lungometraggio di finzione scritto e diretto da Luca Bellino e Silvia Luzi. I due autori, noti per i loro numerosi documentari come La Minaccia (The Threat, 2008), Dell’Arte della Guerra (On The Art Of War, 2012) e Io sono Sofia (2019), hanno esordito nel genere fiction nel 2017 con Il Cratere, pellicola presentata in anteprima mondiale alla 74ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (Settimana della Critica, in concorso), vincendo il Premio Speciale della Giuria al 30º Tokyo Film Festival.

Il film, interpretato da Marianna Fontana (Indivisibili, 2016; Capri-Revolution, 2018; L’ultima volta che siamo stati bambini, 2023), con la voce di Tommaso Ragno (Chimera, 2001; La pazza gioia, 2016; Lazzaro felice, 2018), è una produzione Bokeh Film e Stemal Entertainment in collaborazione con Rai Cinema, prodotto da Donatella Palermo. Dopo il debutto al Locarno Film Festival, Luce è stato presentato in anteprima italiana alla 19ª Festa del Cinema di Roma, nella sezione parallela Alice nella Città, alla sua ventiduesima edizione, con una proiezione pubblica alle 18:30 presso l’Auditorium Conciliazione.

Trama di “Luce”

In una periferia del Sud Italia, caratterizzata da un paesaggio montagnoso e freddo, con un mare e una spiaggia opachi e spenti, una ragazza poco più che ventenne trascorre le sue giornate in una monotonia opprimente e una ripetitività quotidiana priva di gioia. La sua vita è segnata dall’assenza di rapporti umani profondi e intimi. Ogni giorno lavora in una fabbrica di pelli, svolgendo le stesse mansioni mese dopo mese, mentre passa le pause a chiacchierare e fumare con le colleghe, che spesso si trovano in conflitto tra loro. Le serate, invece, le trascorre in solitudine, in compagnia del suo gatto, oppure si concede qualche momento di svago andando a ballare con la zia e una collega in un locale per anziani, dove si ubriaca e si lascia andare.

La sua routine viene bruscamente interrotta quando inizia a ricevere misteriose telefonate da un numero sconosciuto. All’altro capo del telefono, un uomo riesce a emettere solo respiri pesanti, senza pronunciare una parola. Ben presto, la giovane scopre che si tratta di suo padre, che lei aveva cercato di contattare qualche giorno prima. L’uomo, che si trova in un misterioso carcere, comincia a chiamarla in modo insistente e incessante, dando inizio a un rapporto intimo e disturbante che li condurrà lungo un percorso oscuro e complesso.

Recensione di “Luce”

Luca Bellino e Silvia Luzi realizzano un’opera anticonvenzionale, caratterizzata da una struttura narrativa che si avvicina maggiormente alle dinamiche della nouvelle vague francese o del cinema del reale, piuttosto che alle tradizionali regole cinematografiche suddivise in tre atti. Luce non segue una narrazione canonica né presenta uno sviluppo drammaturgico tradizionale, ma si concentra su un breve frammento della vita di una giovane del Sud Italia, il cui nome non viene mai rivelato e che rimane avvolta da un’aura di mistero. Il suo passato, i legami familiari materni e gli eventi che riguardano la sua famiglia, madre e padre, non vengono mai esplorati in maniera esplicita.

Ciò che Bellino e Luzi costruiscono è un lungometraggio vago e a tratti ambiguo, in cui il fulcro centrale è l’indagine e l’esplorazione, nelle sue molteplici sfumature, dell’elemento psicologico della protagonista. La ragazza è in costante decadimento psichico, in bilico tra il vuoto e la devastazione interiore; un senso di tristezza e insoddisfazione pervade la sua vita, consumandola giorno dopo giorno. Per raccontare il tormento e la discesa interiore di questo personaggio, i due cineasti la rendono onnipresente nello spazio scenico, inquadrandola principalmente attraverso primi piani o mezzi busti. Queste inquadrature strette permettono di indagare e narrare ogni sfumatura emotiva di una ventenne che si perde tra racconti sospesi tra follia e realtà.

Al telefono con il presunto padre – la cui identità rimane incerta – la protagonista inventa una vita lontana dalla propria, un’esistenza irreale che forse vorrebbe fosse vera, come antidoto a quel vuoto affettivo che le attanaglia l’anima. Attraverso queste telefonate con il misterioso uomo, anch’esso senza nome, lo spettatore scopre le tristezze, ma soprattutto i sogni e le speranze di questa giovane donna. Speranze che, tuttavia, si infrangono contro la dura realtà della vita, dove non c’è via di fuga e il mondo sembra essere una prigione, in cui la felicità appare più come una chimera che come una possibilità concreta. In particolare, in un Sud Italia privo di speranza, dove a dominare sono la povertà e l’ignoranza, ottenere la vera felicità sembra quasi impossibile.

Lo spettatore segue, per tutta la durata della pellicola, questa giovane donna che non sorride mai, se non quando è ubriaca. Ogni giorno si alza alle cinque del mattino per recarsi in fabbrica, diventando un ingranaggio essenziale di una catena di montaggio che la sfianca fisicamente ed emotivamente, costringendola ogni sera a immergere le mani doloranti in una tinozza di acqua ghiacciata per alleviare il dolore. Attraverso la descrizione del microcosmo della fabbrica, i registi e sceneggiatori creano una similitudine con la vita carceraria dell’uomo al telefono, raccontando il rapporto di potere e sfruttamento, dove la fabbrica diventa una sorta di prigione – non fisica, ma esistenziale – per i suoi operai, persone sfruttate per pochi soldi e costrette a svolgere un lavoro pesante e alienante.

In fin dei conti, il lavoro forzato, svolto per necessità in un ambiente che non ci appartiene e che non ci soddisfa, non diventa forse come una prigione? Come una condanna?

In LUCE siamo tornati a temi a noi cari come la famiglia e il lavoro, provando a non tradire il nostro pensiero sulla realtà e sull’immagine, le nostre convinzioni sui fragili confini tra vero e falso . Volevamo continuare a raccontare il rapporto con il potere, che sia padre o padrone, quel potere che quando è famiglia ti schiaccia e quando è lavoro ti aliena. Abbiamo provato a farlo attraverso il tumulto di una giovane donna in un contesto che la vuole operaia, ignorante, sottoposta, e che la induce a una scelta malsana alla ricerca di un’assenza e di una voce che diventano vita parallela. Forse inventata, o forse più vera del vero. Il metodo di lavorazione è quello che amiamo: una sceneggiatura riscritta giorno per giorno, luoghi veri, persone reali, riprese in sequenza, una recitazione che non è più finzione ma messa in scena di se stessi. LUCE è per noi una storia di pelle, di voci e fatica, dove tutto è reale ma non tutto è vero.

Note di regia – Silvia Luzi e Luca Bellino

Il film segue un percorso in cui desideri e speranze si infrangono contro la dura realtà del quotidiano, fatta di fatica e solitudine. La storia affronta temi come l’alienazione sul posto di lavoro e la mancanza di relazioni umane significative, rivelando quanto sia difficile evadere da un’esistenza apparentemente senza via d’uscita. Tuttavia, Luce suggerisce che l’unica via di fuga possibile possa risiedere nell’immaginazione: una dimensione parallela in cui la protagonista tenta di placare il suo tormento interiore e di colmare il vuoto lasciato da un’assenza intima e affettiva.

La trama non offre uno sviluppo drammaturgico particolarmente complesso, concentrandosi quasi esclusivamente sulle emozioni della protagonista. La regia, congeniale a questa scelta, utilizza magistralmente la macchina a mano per riprendere in modo costante la giovane operaia del Sud Italia, sia attraverso inquadrature che la precedono sia che la seguono. In un film così esplicitamente d’autore, con una drammaturgia minima, la scelta dell’interprete principale era cruciale, e fortunatamente Luca Bellino e Silvia Luzi hanno fatto centro con la scelta di Marianna Fontana.

La padronanza dello schermo di Marianna Fontana è straordinaria: ogni piccola variazione delle sue espressioni riesce a comunicare un mondo interiore complesso e sofferto. L’attrice evita di cercare facili complicità visive, come il contatto diretto con la macchina da presa, mantenendo invece un distacco che amplifica la tensione e l’ambiguità della narrazione, sospesa tra realtà e accettazione di una realtà alternativa. La sua interpretazione è un gioco sottile tra ciò che mostra e ciò che nasconde, e proprio in questo risiede la sua forza: pur parlando poco, riesce a trasmettere tutto il peso della solitudine e del tormento interiore del suo personaggio.

Ogni giorno, la protagonista si alza alle cinque del mattino per recarsi alla catena di montaggio di una fabbrica di pelli, vivendo un’esistenza meccanica e alienante. In questa routine opprimente, il contatto telefonico con un padre distante e quasi sconosciuto assume un carattere surreale, come se quel legame spezzato rispecchiasse il modo frammentato in cui la giovane percepisce la sua stessa realtà. La narrazione lascia nel dubbio se ciò che vediamo sia reale, frutto dell’immaginazione della protagonista o un tentativo di accettare un rapporto illusorio tra due solitudini: lei, una donna priva di legami intimi, e lui, un uomo in carcere, altrettanto isolato. Forse la verità su questo legame, se reale o fittizio, ha poca importanza ai fini della narrazione.

Marianna Fontana riesce a superare i limiti della sceneggiatura, che a tratti forza l’enigmatico a scapito della comprensione narrativa. La trama cerca di mantenere un equilibrio delicato tra realtà e fantasia, ma è la sua interpretazione a dare profondità al film. Nonostante alcuni momenti in cui la storia sembra arenarsi in eccessi stilistici o nel tentativo di mantenere una distanza emotiva, Marianna Fontana trasforma un personaggio silenzioso e apparentemente passivo in una figura di grande forza, capace di coinvolgere lo spettatore e trascinarlo nel suo tormento e nel suo disperato desiderio di fuga.

Dunque, in questo film, Marianna Fontana offre una performance straordinaria e profondamente immersiva, frutto di una preparazione meticolosa che l’ha portata a lavorare in incognito per tre mesi in una fabbrica di pelli. Questa esperienza le ha permesso di infondere al suo personaggio una tridimensionalità autentica, costruendo una figura complessa il cui tormento interiore si riflette in ogni gesto e sguardo. Fin dalle prime scene, Fontana cattura l’attenzione dello spettatore con una recitazione magnetica, trasportandolo in una narrazione intrisa di follia e disperazione.

L’attrice rappresenta con estrema sensibilità la sottile linea che separa la realtà dalla fantasia, esplorando come l’immaginazione possa fungere da rifugio per chi vive in una condizione di profonda solitudine. La sua interpretazione dà vita a un personaggio stratificato che, nonostante la fragilità emotiva, emana una forza magnetica capace di guidare lo spettatore attraverso le complessità del film.

LUCE - ©Bokeh Film Stemal Entertainment
LUCE – ©Bokeh Film Stemal Entertainment

In conclusione

Luce è un film che si discosta dalle convenzioni narrative tradizionali, offrendo un’esperienza cinematografica che esplora la condizione psicologica di una giovane donna intrappolata in una vita alienante. Grazie alla regia di Luca Bellino e Silvia Luzi, e alla straordinaria interpretazione di Marianna Fontana, il film riesce a esprimere la complessità dei desideri inespressi e delle sofferenze interiori della protagonista. Anche se la trama rimane vaga e volutamente ambigua, l’opera riesce a trasmettere una sensazione tangibile di solitudine e alienazione, facendo riflettere lo spettatore sulla ricerca della libertà interiore.

Note positive

  • Interpretazione coinvolgente di Marianna Fontana
  • Approccio anticonvenzionale alla narrazione
  • Atmosfera realistica e intensa

Note negative

  • Narrazione vaga che può risultare poco accessibile
  • Sviluppo limitato dei personaggi secondari
  • Ritmo piatto
Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozioni
SUMMARY
3.8
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.