L’uomo che uccise Don Chisciotte (2018): viaggio nell’epica cavalleresca dei giorni nostri

Trailer italiano di L’uomo che uccise Don Chisciotte

L’uomo che uccise Don Chisciotte è un film del 2018 diretto da Terry Gilliam, ispirato al Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes. La pre-produzione del film venne avviata per la prima volta nel 1998, con Jean Rochefort come Don Chisciotte e Johnny Depp nel ruolo del co-protagonista Toby Grisoni. Le riprese cominciarono nel 2000 in Spagna con un budget di 32 milioni di dollari, ma, a causa di vari contrattempi e problemi finanziari, il film venne cancellato in fase di riprese. Il materiale girato fu poi riutilizzato per la realizzazione del documentario Lost in La Mancha (2002), che ripercorre le vicende della travagliata produzione del film.

In seguito al fallimento del progetto, Gilliam perse i diritti della sceneggiatura, recuperandoli solamente nel 2006. Tra il 2006 e il 2016, la pre-produzione ricominciò a più riprese, con periodici cambiamenti nel cast e nella sceneggiatura: Robert Duvall, Michael Palin e John Hurt si succedettero nel ruolo di Chisciotte, mentre Depp, Ewan McGregor, Jack O’Connell e Adam Driver in quello di Grisoni. Tuttavia, i tentativi di Gilliam si rivelarono puntualmente fallimentari a causa delle difficoltà a finanziare nuovamente il progetto e al conciliare la disponibilità degli attori. Nel 2017 il film riuscì definitivamente a completare con successo la produzione, con Jonathan Pryce nel ruolo di Chisciotte e Driver nuovamente come Grisoni, diciannove anni dopo l’inizio della produzione originale.

Trama de L’uomo che uccise Don Chisciotte (allerta spoiler)

Toby Grisoni è un regista pubblicitario alle prese con le difficoltà della produzione di un nuovo spot a tema di Don Chisciotte. Durante una cena, Toby compra da un venditore ambulante gitano un DVD de L’uomo che uccise Don Chisciotte, un cortometraggio in bianco e nero che egli aveva creato dieci anni prima quando era studente. Nostalgico, Toby si ricorda di Javier, un vecchio calzolaio del posto che egli aveva assunto nel ruolo di Don Chisciotte, e di Angelica, la figlia di un barista di cui si era innamorato e alla quale aveva promesso di farne una diva.

Toby rintraccia il villaggio dove aveva girato il suo corto studentesco, Los Sueños, situato nella Spagna rurale, e scopre che le cose sono cambiate dopo dieci anni: Angelica è fuggita di casa per seguire i suoi sogni, e il vecchio Javier, convintosi di essere il vero Don Chisciotte, è sfruttato come fenomeno da baraccone per attirare i turisti. Javier scambia Toby per il suo fedele scudiero Sancho Panza e per un incidente causa un incendio al villaggio, mentre Toby fugge in moto tornando dalla sua produzione. Sul set arriva la polizia che arresta Toby per il sospetto di essere coinvolto nell’incendio scoppiato al villaggio, così come il gitano, che il capo della produzione (geloso nei confronti della moglie Jacqui, con cui in realtà Toby ha amoreggiato) ha accusato di essersi introdotto nella sua camera.

Quando però i due vengono condotti via dalla polizia, Javier ricompare vestito da Don Chisciotte a cavallo di Ronzinante, e si ferma sulla strada richiedendo la liberazione dei due arrestati. Nella colluttazione, i poliziotti vengono picchiati da Javier e uno di loro viene accidentalmente colpito da uno sparo mentre il gitano fugge alla guida della loro vettura e Toby a piedi nella radura, ma viene raggiunto da Javier con un asino e il suo costume di Sancho Panza. Lungo il cammino Javier e Toby vanno incontro a un gruppo di immigrati che Toby inizialmente considera dei terroristi, scopre dell’oro e la sua ragione inizia gradualmente a essere consumata dalle illusioni di Javier.

Dopo essersi separato da Javier, Toby incontra Angelica, la quale rivela di essere diventata una modella, assunta come escort di Alexei Miiskin, un aristocratico russo a capo di un’azienda di vodka. Toby si separa da Angelica quando vengono fotografati da un uomo di Miiskin e Javier li raggiunge, incoraggiando Toby a seguire Angelica e combattere per liberarla. Sulla strada Javier va incontro alla sua nemesi, il Cavaliere degli Specchi, che si scopre essere il padre di Angelica, che con gli altri abitanti del villaggio sta prendendo parte alla fantasia malata di Javier per riportarlo indietro, in quanto il suo spettacolo turistico ha lo scopo di contenerlo. Disorientato, Javier fugge mentre il padre di Angelica sferra un pugno a Toby per avergliela portata via.

Toby si risveglia in un nascondiglio e vede Javier frustarsi con dei rovi per dimostrare il suo amore verso Dulcinea del Toboso. Quando Toby porta Javier presso un fiume per guarire le sue ferite, viene raggiunto da Jacqui, vestita in abiti del XVI secolo per prendere parte a una festa in costume che si terrà alla dimora di Miiskin. Qui Javier viene ridicolizzato da Miiskin e i suoi ospiti per divertimento, mentre Toby tenta invano di scappare con Angelica; in seguito viene condotto dal gitano in una stanza superiore con Angelica, ma questa si rivela essere Jacqui, che si fa avvistare con Toby dal capo, il quale s’incammina per salire su e raggiungerli, mentre la vera Angelica sta per essere bruciata viva. Toby si prepara a combattere il capo, ma l’individuo che entra nella camera e che Toby fa cadere dalla finestra si rivela essere Javier. Il rogo di Angelica si rivela una messa in scena mentre Javier soccombe all’impatto della caduta e muore tra le braccia di un incredulo Toby.

Il mattino seguente Angelica e Toby si recano a portare il corpo di Javier per sotterrarlo a Los Sueños e per la strada passano presso il set della pubblicità su cui lavora il team di Toby. Quest’ultimo immagina di vedere dei giganti e si precipita a combatterli, finendo invece per essere colpito quasi a morte dalle pale di un mulino. Ripresosi, Toby afferma di essere Don Chisciotte come faceva Javier e parte verso nuove avventure con Angelica nel ruolo di Sancho.

Recensione di L’uomo che uccise Don Chisciotte

L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte è una riflessione metacinematografica sul potere del raccontare storie; È un film difficile da capire a fondo, soprattutto se non si conosce un minimo l’opera letteraria cui si ispira; eppure, è un lavoro straordinariamente ambizioso e ispirato, che più di ogni altro adattamento riesce a cogliere lo spirito profondo del meraviglioso libro da cui è tratto. Il regista Terry Gilliam decide di raccontarsi attraverso un protagonista, il quale a sua volta è un regista che si trasforma in un suo protagonista, con una costruzione narrativa ipnotica che gioca a confondere lo spettatore.  Inoltre, se si pensa alla travagliata produzione del film, questo è per Gilliam quello che per il Quijote di Cervantes erano le missioni dedicate all’adorata Dulcinea: una visione nobile verso cui muoversi con tutte le proprie forze, affrontando ogni ostacolo con coraggio e determinazione incrollabili.

L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte è una straordinaria interpretazione di tutte le più importanti tematiche del materiale d’origine, e un pretesto per ragionare sul presente. Consapevolmente l’autore vuol far perdere ogni riferimento allo spettatore fino a trascinarlo in un delirio perfettamente in continuità con la sua poetica. E nel finale il cineasta svela tutte le sue carte, riportando il racconto su un binario ben preciso e regalando una riflessione chiara e profondissima su cosa sia lo storytelling e su quanto si è visto. Al centro della trama, non ci sono i personaggi del romanzo di Cervantes ma un giovane regista di nome Toby (Adam Driver) che sta girando uno spot pubblicitario in Spagna, negli stessi posti dove da ragazzo aveva realizzato la sua prima opera sperimentale “The Man Who Killed Don Quixote”. Frustrato e tormentato dalla produzione, va alla ricerca dell’anziano calzolaio a cui aveva affidato dieci anni prima il ruolo di Don Chisciotte (Jonathan Pryce) e scopre che in realtà lui non è mai uscito dal personaggio. A quel punto comincia un’avventura sempre ai limiti tra fantasia e realtà e una meta-narrazione costituita da tanti livelli (il film nel film, una rappresentazione teatrale, scene oniriche) che spesso si confondono tra loro. È un’opera autoriale che, per quanto sbilenca, riesce a regalare momenti di cinema purissimo e visionario che sono una vera gioia per gli occhi. Ed una coppia d’attori inedita e altrettanto sconclusionata, la follia contagiosa di Jonathan Pryce e la fisicità e il carisma di Adam Driver, rendono il film ancor più affascinante. E si arriva alla fine e ci si chiede il senso del film: l’uomo che uccide Don Chisciotte è Toby? O Toby è colui che incarna la metafora di Don Chisciotte?

Adam Drive e Jonathan Pryce in L'uomo che uccise Don Chisciotte
Adam Drive e Jonathan Pryce in L’uomo che uccise Don Chisciotte

Chi è Don Chisciotte?

“The Man Who Killed Don Quixote” è un film affascinante come pochi, un esempio titanico della cinematografia di Gilliam, limpido ai limiti della perfezione e magistralmente diretto e interpretato.  Il surrealismo di Gilliam non sempre coinvolge, ma qui è impossibile non farsi rapire da questa storia quasi astratta, surreale per l’appunto.

La pellicola gioca su diversi livelli di lettura, si potrebbe pensare ad un film che racconti semplicemente la storia di Don Chisciotte di Cervantes come nell’opera originale, ma di base può essere visto come una reinterpretazione in chiave moderna del Don Chisciotte di Cervantes: è la storia di una persona che ritrova sé stessa, un regista, Toby, che crede di essere un genio in quanto tutti gli dicono che lo sia, il quale si ritrova davanti qualcosa (o meglio qualcuno) che gli cambierà la vita. Quindi il film è la storia del ritrovamento di un’identità o della ricerca di un’identità da parte di una persona che non sapeva neanche di star cercando questa identità.

Toby vuole portare in scena il Don Chisciotte, ma c’è un passato con il quale deve fare i conti. Passato che prende il volto di Javier, principalmente, che diventa, si crede, il Don Chisciotte, interpretato da Jonathan Pryce; è una rappresentazione contemporanea del Don Chisciotte perché a lui succede quello che succedeva al Don di Cervantes e in questo personaggio c’è una sovrapposizione meravigliosa: Don Chisciotte si credeva un cavaliere nell’opera originale, qui Javier crede di essere Don Chisciotte, quindi si ha un uomo che crede di essere un uomo che si credeva qualcun altro, e allo stesso tempo Toby si ritrova ad essere un uomo comune che assume il ruolo di quello che era un villico, Sancio Panza, il quale però tra i due era quello più assennato, in quanto era l’unico tra i due che si rendeva conto di quale fosse la realtà. Questa sovrapposizione è funzionale, in quanto fa capire quanto Gilliam volesse portare lo spettatore a discutere sul senso dell’essere Don Chisciotte, sia nel film ma anche nella propria vita.

Il personaggio di Javier funge anche da catalizzatore, e lo spettatore non sa chi sia il vero Don Chisciotte a livello simbolico: nell’opera originale, Don Chisciotte è un uomo reso folle dalla sua passione per l’etica cavalleresca e che in età senile inizia a credersi cavaliere iniziando a viaggiare in cerca di avventure, combattendo contro mulini a vento che per lui sono giganti, insieme al villico Sancio Panza che lui nomina scudiere ma che in realtà è un sempliciotto, e alla fine si invertono i ruoli, Sancio Panza inizia a credere alla realtà che gli era stata tanto presentata da Don Chisciotte e costui invece regredisce allo stato in cui era prima, rendendosi conto della follia che l’aveva colto. Nel film le dinamiche sono pressoché le stesse ma rilette in chiave contemporanea, al tal punto da chiedersi chi sia effettivamente Don Chisciotte, perché essere Don Chisciotte è una cosa più comune di quanto possa sembrare, e cioè il credersi qualcuno che effettivamente non si è, forse perché si è passato troppo tempo a sentirtelo dire o a sognare di esserlo.

A fine film viene da chiedersi chi sia il vero Don Chisciotte: potrebbe essere Toby in quanto dopo la morte di Javier, lui rimane devastato da questa perdita, e sembra che succede la stessa cosa dell’opera originale e cioè Sancio Panza (Toby) diventa Don Chisciotte; ma in realtà non è proprio cosi perché si, alla fine Toby inizia un’avventura come se fosse Don Chisciotte con quella che sarebbe Dulcinea (che a quel punto potrebbe essere vista come il nuovo Sancio Panza), ma lui, in quel momento, ha ripreso le sue facoltà intellettive, e il suo attacco al mulino, che lui crede sia un gigante, è semplicemente una metafora per far capire che in realtà Toby non ha perso la sua lucidità ma l’ha ritrovata, ha capito di essere stato per tutto il tempo qualcuno che non era realmente e per capirlo ha dovuto incontrare un uomo che gli ha ricordato il suo passato, e cioè Javier. Quest’ultimo era il protagonista del film di Toby che era la sua tesi di laurea e che era una trasposizione del Don Chisciotte; Toby, a distanza di anni divenuto un regista affermato, si era ritrovato in questo paesino in cui aveva girato il film mentre stava girando lo spot pubblicitario, e trova che il Don Chisciotte che era nel suo film era impazzito e si credeva veramente il Don Chisciotte quando in realtà era semplicemente un calzolaio, mentre Toby diventa il suo Sancio Panza  e, esattamente come nel Don Chisciotte originale, Sancio Panza viene intrappolato in quella realtà fittizia che aveva creato il suo cavaliere che cavaliere non era.

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” è un titolo spoiler di quello che effettivamente accade nel film, perché Toby uccide accidentalmente Javier che in quel momento crede fermamente di essere Don Chisciotte, ma non solo, in realtà Toby è colui che ha ucciso Don Chisciotte metaforicamente, perché lo ha svalutato inserendolo in un banale spot televisivo che, per quanto possa essere bello, ha lo scopo di vendere. Dunque  il titolo fa intendere che il protagonista non è Don Chisciotte ma Toby, il quale alla fine diventa moralmente lui stesso Don Chisciotte, e che combatterà forse una battaglia impossibile, quella contro una società che rifiuta lui stesso.

Jonathan Pryce come Don Chisciotte
Jonathan Pryce come Don Chisciotte

Ritrovare la propria vita

Toby è un personaggio che, inconsapevolmente, viene portato ad interrogarsi su se stesso, arrivando a fine film cambiato, ma il suo è un cambiamento che è sempre stato dentro di lui pronto a venir fuori, perché aveva accumulato una tale dote di menzogne, dette da lui e dagli altri, che non si accorgeva della cosa più importante e cioè di capire quale fosse il suo posto nel mondo. Lui dovrà operare un distacco da quell’ ambiente che lo aveva viziato intraprendendo un viaggio con un uomo del quale non si sarebbe mai aspettato di rimanerne affascinato, da questo Don Chisciotte che lo strappa dalla sua realtà per farlo entrare in una sorta di incubo ad occhi aperti che in realtà incubo non è. Toby ritrova, un’ingenuità che aveva prima di farsi fagocitare da quella realtà, da quell’ambizione alla quale aveva sempre ambito, ma che aveva trovato vuota; Ed è meraviglioso vedere come man mano che il film va avanti anche le ambientazioni si trasformano con Toby e diventano sempre più fiabesche, a sottolineare, il suo cambiamento.

Adam Drive come Sancio Panza
Adam Drive come Sancio Panza

Mille chiavi di lettura

Il film si presta a innumerevoli interpretazioni, è cinema a 360 gradi: si può vedere anche solo per la storia semplice senza troppi doppi significati, ed è bellissimo anche così; si può vedere come un semplice film che intrattiene e racconta una bella storia. Si può vedere come un film profondo che affronta tematiche fondamentali e importanti, non è sicuramente un film semplice ma emoziona e non poco. Può essere visto anche come una sorta di autobiografia di Terry Gilliam, il quale si riconosce in Don Chischiotte, ed è proprio la presenza di un regista nella sua storia a far capire quanto sia personale quello che sta raccontando.

O ancora, si può vedere come una rappresentazione contemporanea del Don Chisciotte, o com una lettura del superuomo nietzschiano con Javier che ha le caratteristiche del super uomo, ma che in realtà è una menzogna che racconta a sé stesso, forse il superuomo nietzschiano è Toby ma non è dato saperlo con certezza. Si può benissimo vedere il film come uno spaccato della cultura hollywoodiana ed una critica ad essa; o ancora come una sorta di film in cui il protagonista ricerca la sua identità. Insomma, ci sono infiniti modi di vedere la storia che non ne esiste uno unico, e per questo è un film che rimane. Conoscendo l’opera originale si può ammirare ancor di più quanto Gilliam sia riuscito a adattarla, perché di fatto lo spettatore vede alcuni dei momenti emblematici dell’opera originale, ma ricontestualizzati; quindi, il film può anche essere questo, ossia la visione dell’opera di Cervantes filtrata dalle lenti di Gilliam, la sua interpretazione, per cui ha preso qualcosa che non era suo. ma lo ha trasformato in qualcosa di proprio.

Per utilizzare una definizione di Italo Calvino, che disse che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire, questa affermazione si può perfettamente adattare anche a questo film, perché ogni volta che si guarda, muta, si evolve dopo ogni visione, si trovano diverse interpretazioni.

Scena del film
Scena del film

L’epica cavalleresca, filosofia e cinema

La poetica di Gilliam si è fusa tantissimo con quella dell’epica cavalleresca, basti pensare non solo a quanto la trama rispecchi l’opera originale soprattutto simbolicamente, ma anche ai personaggi che ricalcano quelli della classica opera cavalleresca o addirittura della fiaba: il cavaliere, la fanciulla da salvare, il cattivo, la spalla, il personaggio magico. Ma Gilliam gioca molto anche con riferimenti filosofici; infatti si può ritrovare in Javier, come in Toby, una sorta di rappresentazione del superuomo nietzschiano, perché Javier potrebbe essere definito una persona pura, che dovrebbe cambiare il mondo che ha una convinzione che è sua e che la persegue, ma il vero super uomo è Toby in quanto intraprende questo viaggio (Javier è solo il catalizzatore di tutto quello che gli succede), si rende conto di tutto e si distacca da quella società in cui aveva sempre cercato di entrare ma che poi trova vuota, disgustosa, dove tutto è finto, come ciò che accade al castello, è finta la morte della pseudo Dulcinea, è finto il Don Chisciotte che stanno girando per lo spot televisivo, è finta anche la definizione di genio viene affibbiata a Toby da questa società fasulla, sono più veri i giganti che affronta alla fine vede alla fine rispetto a tutto quello che gli è accaduto nella sua vita da quando era diventato un grande regista di spot pubblicitari.

Jonathan Pryce nel film
Jonathan Pryce nel film

Reparto tecnico

Il comparto visivo è molto curato e funzionale ad una messa in scena che avvicina forma e contenuto quasi sullo stesso piano. Molti sono gli spunti di riflessione che Gilliam regala, come un richiamo metanarrativo verso tutto ciò che c’è dietro un film. La sua marca autoriale è forte e ben salda, con il suo onirismo surreale e con i molteplici simbolismi psicanalitici circa l’identità e le realtà parallele che circondano il mondo intorno a noi.

Costumi, Fotografia e Scenografie: Benjamin Fernandez cura le scenografie con scelte vincenti, dalle desolate ed aride terre vulcaniche delle Canarie alla trasformazione di un convento spagnolo in location per la festa di un magnate russo. Lena Mossun cura i costumi con notevole ricchezza di fantasia e dettaglio. Nicola Pecorini, Direttore della Fotografia, cattura le atmosfere e i cieli di Spagna con una fotografia meravigliosa con questi colori fortissimi polverosi che restituiscono l’arsura dei luoghi in cui è ambientato per lo più il film, e il fatto che ad un certo punto luoghi che sono reali diventano quasi magici, luoghi da romanzo cavalleresco, è questa la bellezza: un romanzo cavalleresco che prende vita ma nella nostra realtà. Il tutto è talmente immersivo e proietta così tanto nella psicologia dei personaggi che sembra di conoscerli da una vita. Non ci sono spiegoni, mostra tutto per immagini.

L’estetica è meravigliosa anche nella creazione dei personaggi, ma soprattutto nell’uso del bianco e nero, tatticamente inserito in alcune scene. Le scene con la computer grafica sono molto belle, come anche gli effetti speciali, che riescono a creare un’atmosfera sensazionale.

Regia: La regia non è nulla di arzigogolato, non ci sono virtuosismi; è una regia pulita che utilizza tantissimi primi piani sui volti dei protagonisti, per far entrare nelle loro emozioni: già solo con lo sguardo ti comunicano tutto; oppure ci sono campi lunghi, inquadrature molto ampie su ambientazioni estremamente suggestive, che rispecchiano l’epica cavalleresca anche se teoricamente non si dovrebbe essere in quell’ambientazione, e quindi si rimane confusi ma affascinati; le scene d’azione sono dirette con una chiarezza, con una maestria unica. Gillian immerge in un ambiente quasi di fantasia dove tutto è finto, è fittizio, ed a d un certo punto si capisce il valore della realtà e dei propri sogni: forse ha più valore un’ambientazione da sogno, un qualcosa che è personale, piuttosto che vedere questa stessa ambientazione prendere vita ma in maniera fittizia, in cui tutto è costruito, in cui tutto è programmato.

Ambientazione: Il Film ha un’ambientazione definita all’inizio che va a perdersi nel corso del suo sviluppo, perché ad un certo punto non si riesce più a capire cosa stia succedendo in quanto sembra che si fosse cambiata senza nessun avviso, l’epoca, non sembrando più ambienta ai giorni nostri; ed è qui che irrompe il surrealismo di Gilliam in piena potenza e viene fuori tutta la sua poetica, tutto il suo stile, tutto il suo modo di fare cinema. In ogni film sbugiarda la realtà, della quale lo spettatore non se ne fa più nulla, e, forse, questa è la cosa che Gilliam vuole trasmettere con il suo stile.

Sceneggiatura: Nonostante il cast formidabile, il punto di forza è la sceneggiatura che rivisita un classico della letteratura e al tempo stesso è la rivitalizzazione di un genere, una metafora del superomismo, il racconto di un uomo che ritrova sè stesso, la ricerca di un’illusione tra le pieghe della realtà ben più noiosa, la disperata ricerca della vera identità di sè stessi dove lo spettatore può rispecchiarsi. Musiche: Le musiche e la colonna sonora sono meravigliose: quest’ultima è immersiva, rende parte lo spettatore di quello che sta accadendo; ci sono momenti senza musica ma anche quello fa parte del lavoro sonoro, perché il silenzio tattico, con un motivo, è funzionale per la colonna sonora del film, in quanto anche i rumori e i silenzi (per dare un tono più solenne alla scena) fanno parte delle musiche di un film e questi sono ai limiti della perfezione. Insomma, Gilliam regala un capolavoro della sua cinematografia, che non annoia neanche per un secondo e dove ci si interessa a ciò che accade ai personaggi.

Cast

Adam Driver nell’interpretare il protagonista, regala una performance incredibile perché interpreta un personaggio che si evolve in modo straordinario; bravissimo sia quando interpreta il famoso regista di spot, sia quando incarna le molteplici facce disorientate per le vicende surreali che si trova a vivere, di Sancio Panza.

Per non parlare di un Jonathan Pryce straordinario come Don Chisciotte, magnetico non solo verso Toby ma anche con lo spettatore. Jonathan Pryce è decisamente l’attore che meglio poteva interpretare Don Chisciotte, in quanto ha una fisicità perfettamente idonea, nell’età, nei lineamenti e nella capigliatura perennemente disordinata. Si muove a piedi e a cavallo con perfette movenze seicentesche e modula la sua bella voce dai timbri più profondi nelle enunciazioni solenni alle vocine fanciullesche quando si beffa del suo scudiero.

Gilliam ha incentrato tutta l’essenza del film in questo duo e nel riprodurre quella dicotomia rappresentata dai due personaggi principali, dove il vecchio calzolaio, ossia Don Chisciotte rappresenta la follia, la fantasia, ma anche l’idealismo, l’integrità, il coraggio e Toby, ossia Sancio Panza, rappresenta il realismo, la pavidità, l’ignoranza. Don Chisciotte ha un ruolo pedagogico sul suo scudiero, del vecchio e visionario riparatore di scarpe sull’arrogante creativo pubblicitario. Infatti Toby/Sancio Panza, a fine film o a fine avventura, imparato dal suo maestro prendendo addirittura, metaforicamente, il suo ruolo.

Olga Kurylenko è stata estremamente brava nell’interpretare un personaggio che rappresenta la tentazione seducente che conduce al di fuori dei binari, una figura presente nell’epica cavalleresca. In realtà tutti i personaggi nel film hanno un loro corrispettivo nell’epica cavalleresca, come Angelica/Dulcinea interpretata da Joana Ribeiro, che rappresenta la fanciulla amata.

Anche personaggio dello zingaro ha una sua valenza perché compare sempre quando Toby sta per avere una rivelazione, compare al ristorante quando gli dà il film che aveva girato da ragazzo, comprare quando sta per iniziare il suo viaggio con Javier, compare quando al castello gli viene detto che è una festa in costume e vogliono semplicemente far sentire più a suo agio Javier quando in realtà lo vogliono usare come attrazione; è un personaggio che rispecchia quelli magici nell’epica cavalleresca, che hanno una loro funzioni (e che ritroviamo nelle fiabe), cioè quella di iniziare qualcosa che cambierà la vita del personaggio.

Adam Drive
Adam Drive nel film

In conclusione

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” è un film godibilissimo, divertente, profondo, un film che fa riflettere lo spettatore sulla propria vita con un po’ di pedagogica follia. È affascinante e incredibile come Gilliam sia riuscito a proiettare lo spettatore in un romanzo cavalleresco senza però spostarlo da quella che è la realtà attuale .Gli interpreti sono riusciti a dare allo spettatore la visione che aveva il regista del film, e  nonostante tutti gli imprevisti, con la dedizione, Gilliam è riuscito a realizzare il suo film, il quale diventa anche una rappresentazione dell’avventura di Gilliam che si può rivedere nel personaggio di Toby: l’inseguimento di un sogno, dell’importanza di non demordere, perché lo stesso Gilliam non ha voluto abbandonare il suo progetto.

Note Positive

  • Regia
  • Cast
  • Chiavi di lettura

Note Negative

  • /

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