Máquina: il pugile (2024). L’ultimo incontro di Esteban “La Máquina” Osuna

Recensione, trama e cast della miniserie Disney+ Máquina: il pugile (2024), disponibile in streaming dal 9 ottobre 2024.

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Locandina di Máquina il pugile

Máquina: il pugile

Titolo originale: La Máquina

Anno: 2024

Paese: Stati Uniti d’America, Messico

Genere: Drammatico, Sportivo

Casa di Produzione: Searchlight Television, 20th Television, Hulu

Distribuzione italiana: Disney+

Ideatore: Marco Ramirez

Showrunner: Marco Ramirez

Stagione: 1

Puntate: 6

Regia: Gabriel Ripstein

Sceneggiatura: David Matthews, Gabriel Ripstein

Fotografia: Serguei Saldivar Tanaka

Montaggio: Matthew Booras

Musica: Gustavo Santaolalla

Attori: Diego Luna, Gael García Bernal, Lucía Méndez, Karina Gidi, José María Yazpik

Trailer di “Máquina: il pugile”

Informazioni sulla serie e dove vederla in streaming

La miniserie drammatica e sportiva messicana La Máquina, composta da sei episodi, è la prima produzione in lingua spagnola commissionata dal servizio di streaming americano Hulu, dove ha debuttato in anteprima mondiale il 9 ottobre 2024. In Italia, la miniserie è stata distribuita contemporaneamente su Disney+ con il titolo Máquina: Il pugile. La serie sarà inoltre celebrata alla Festa del Cinema di Roma 2024, dove verranno proiettati i primi due episodi il 20 ottobre alle ore 18:00 presso il Teatro Studio Gianni Borgna e, successivamente, il 21 ottobre alle ore 12:00 al Teatro Olimpico. All’evento saranno presenti anche i due attori protagonisti della serie, Diego Luna, noto al grande pubblico per il ruolo di Cassian Andor nella saga di Star Wars, e Gael García Bernal (Amores perros, 2000; Coco, 2017).

Máquina: Il pugile, prodotta da Searchlight Television in collaborazione con La Corriente del Golfo, vede come produttore esecutivo, showrunner e sceneggiatore Marco Ramirez (Fear the Walking Dead, Daredevil, The Defenders). La regia della miniserie è affidata a Gabriel Ripstein, regista e montatore messicano noto per film come Nessuno scrive al colonnello (1999) e Chronic (2015).

Trama di “Máquina: il pugile”

Dopo una sconfitta devastante, la carriera di Esteban “La Máquina” Osuna (Gael García Bernal) si trova a un bivio: appendere i guantoni al chiodo dopo l’amara delusione o rialzarsi in cerca di rivincita, nonostante l’età avanzata e la stampa che ormai lo considera un campione al tramonto. Mentre Osuna sprofonda nell’autocommiserazione, il suo manager e miglior amico Andy Lujan (Diego Luna) è determinato a riportarlo in vetta, evitando che la sua carriera si concluda con una sconfitta. Così, muovendosi tra i meandri del mondo corrotto della boxe, Andy riesce a ottenere per Esteban una seconda opportunità. Questa volta, Osuna torna sul ring e riesce a mettere al tappeto il suo giovane e promettente avversario, guadagnandosi l’ovazione del pubblico e il plauso della stampa sportiva.

Tuttavia, mentre la gioia per la vittoria sembra coinvolgere tutti, una potente organizzazione criminale bussa alla porta di Andy, reclamando un “favore” terribile. L’organizzazione organizza per Esteban un prestigioso incontro contro il giovane campione internazionale Harry Felix, ma pretende che Osuna perda per KO. Mentre Andy lotta per proteggere l’amico dall’infamia di una sconfitta pianificata, Esteban deve affrontare i suoi demoni personali: vuoti interiori, problemi fisici e mentali derivati dai colpi subiti sul ring. In tutto questo, l’uomo deve anche salvaguardare la propria famiglia dalle minacce dell’organizzazione criminale, che ha messo in pericolo la loro sicurezza.

A complicare ulteriormente la situazione, c’è la sua ex moglie Irasema (Eiza González), giornalista sportiva, che ha iniziato a indagare sul lato oscuro della boxe, scoprendo un mondo nascosto in cui incontri truccati e carriere sabotate sono orchestrati da potenti figure nell’ombra.

Fotogramma di Máquina il pugile (2024)
Fotogramma di Máquina il pugile (2024)

Recensione di “Máquina: il pugile”

Marco Ramirez ci trascina nel mondo della boxe per esplorarne la bellezza e la durezza, un universo affascinante e brutale. La miniserie cattura l’adrenalina che scorre nelle vene dei pugili e di chi li circonda, rappresentando sullo schermo la passione che anima questi atleti, i loro allenatori e manager, così come l’intensa gioia di una vittoria o, al contrario, l’amara delusione che segue una sconfitta per KO. Ramirez, però, sa che la boxe non è solo fatta di gloria e sudore. Attraverso la creazione del personaggio di Esteban “La Máquina” Osuna, lo showrunner scava nel marcio dello sport, portando alla luce gli aspetti più sconvenienti e brutali del mondo del pugilato.

Il primo tema affrontato dalla miniserie è quello delle problematiche fisiche e mentali che la boxe lascia come cicatrici invisibili sui pugili, segnandoli per sempre. La narrazione segue Esteban, un pugile al tramonto della sua carriera, diventato un’icona sportiva nel mondo della boxe nonostante una vita segnata da difficoltà, tra cui la lotta contro la dipendenza dall’alcol. Conosciuto da tutti con il soprannome di “La Máquina”, Esteban ha affrontato innumerevoli pugili, subendo colpi su colpi al corpo e alla testa. Ora, però, il suo organismo gli presenta il conto: il sistema nervoso comincia a cedere, mostrando i segni di una vita fatta di eccessi e di pugni incassati.

A causa di questi continui traumi, accumulati durante la sua lunga carriera, Esteban inizia a manifestare sintomi fisici e mentali preoccupanti, come allucinazioni in cui vede persone che non esistono. Questi episodi rappresentano i primi segni di un cedimento neurologico che, se non affrontato, potrebbe condurlo presto a una condizione vegetativa. Marco Ramirez, attraverso questo personaggio, ci racconta i pericoli insiti nello sport, in particolare in una disciplina e in un’industria che, in nome dello spettacolo e del sangue versato sul ring, sembrano ignorare i rischi a cui i pugili sono quotidianamente esposti. La narrazione svela un sistema sportivo indifferente, che sfrutta gli atleti, costringendoli a disputare un numero di incontri superiore alle loro reali capacità fisiche, fregandosene della loro incolumità in nome del denaro.

Tuttavia, questa tematica viene trattata in maniera superficiale: il deterioramento fisico e mentale di Esteban non sviluppa una vera critica alla gestione della boxe, ma serve piuttosto come mezzo per approfondire il suo personaggio, esplorando i traumi che lo hanno segnato come uomo e che lo hanno spinto a dedicarsi a questo sport. Le visioni lo riportano a “La Fonda”, il luogo in cui ha iniziato la sua carriera di pugile insieme al padre, un uomo che lo ha abbandonato volontariamente in giovane età. In questo modo, la storia assume una dimensione più intima e drammatica, concentrandosi sull’esperienza personale e sui tormenti interiori di Esteban. Peccato che però il rapporto tra il padre e Esteban venga sviluppata malamente.

La storia non si limita a toni drammatici, con sfumature da commedia sopra le righe, ma si sviluppa anche, grazie a personaggi come Andrés “Andy” Lujan e Irasema, verso una narrazione che esplora il mondo del giornalismo e della criminalità organizzata. Queste tematiche entrano inevitabilmente in contatto anche con Esteban, che, oltre a dover affrontare i suoi demoni interiori e le difficoltà fisiche, si ritrova coinvolto in un conflitto contro un’organizzazione criminale di stampo mafioso, a causa del passato del suo manager e amico Andy. Ora Esteban è sotto minaccia: la mafia pretende che perda per KO durante il prossimo incontro contro Harry Felix.

Questo filone narrativo, che introduce elementi crime e thriller, risulta particolarmente interessante poiché si incentra su un’organizzazione invisibile che manipola da sempre il mondo della boxe e persino della politica, tirando i fili del gioco da dietro le quinte. L’organizzazione usa le persone esclusivamente per raggiungere i propri obiettivi, che siano di natura economica o politica. In questo contesto, Máquina: il pugile non è solo una storia di amicizia tra Andy, un eterno Peter Pan dai modi eccentrici, e il fragile Esteban, due uomini che il passato ha reso come fratelli. La miniserie si configura soprattutto come una critica al mondo dello sport, denunciando il ruolo centrale della mafia nel truccare gli incontri e il modo in cui atleti e persone legate a questo ambiente siano corrotti o terrorizzati da tali organizzazioni. Queste entità criminali, attraverso la strategia del terrore, soffocano ogni tentativo di ribellione, mantenendo gli atleti sotto costante minaccia e impedendo loro di liberarsi da questa oscura influenza. La serie evidenzia così come lo sport, in questo caso la boxe, sia un mondo in cui la criminalità organizzata gioca un ruolo determinante, sfruttando le fragilità e le debolezze umane per consolidare il proprio potere.

La creazione di questa organizzazione invisibile a livello di sceneggiatura è assolutamente ben congegnata, in modo tale da non dare né allo spettatore né ai personaggi la sensazione di poterla fare franca in qualche modo, eliminando ogni barlume di speranza che le cose possano sistemarsi per il meglio. Nonostante questa scrittura interessante e l’intuizione di non mostrare mai i membri di quest’organizzazione, che rimane sempre nell’ombra, anche nel semi-tragico finale, la serie manca dello spessore necessario per affrontare una vicenda di questo tipo, perdendosi in una narrazione superficiale per tutte le sei puntate. Questa narrazione risulta incapace di approfondire i suoi personaggi, che vivono solo grazie alle ottime interpretazioni attoriali. Diego Luna, in particolare, offre una performance straordinaria, riuscendo a incarnare perfettamente un personaggio più interessato all’apparenza che alla sostanza. Al suo fianco, Gael García Bernal riesce a trasmettere l’umanità del suo personaggio con una semplicità recitativa toccante, mentre Eiza González, nel ruolo di Irasema, offre una prova solida, sebbene priva di grandi sfumature emotive.

La miniserie, pur vantando un ritmo ben costruito e una visione piacevole, risulta alla fine poco memorabile. Il vero problema sta nella mancanza di audacia nel raccontare la storia: si tenta di presentare una narrazione cruda e oscura, ambientata in un contesto crime-thriller, ma lo stile adottato è eccessivamente edulcorato, quasi “disneyano”. Questo contrasto è evidente nelle scenografie volutamente kitsch e nel look anni ’80, enfatizzato da una fotografia vivace e sgargiante, in linea con il personaggio di Andy, un uomo sopra le righe sia per come si veste sia per il modo in cui vive.

Questi elementi visivi, pur affascinanti a livello estetico, non si sposano con il tono che una storia del genere richiederebbe. La serie sembra voler restare in superficie, senza mai scavare nelle vere complessità del suo carattere o nelle dinamiche oscure della vicenda. A tutto questo si aggiunge una sceneggiatura che introduce personaggi secondari senza mai svilupparli a fondo. La fidanzata di Esteban e la madre di Andy, ad esempio, vengono appena accennate, ma non ricevono lo spazio necessario per avere un impatto reale sulla trama. La storia, quindi, finisce per perdersi in dettagli estetici e narrativi che, anziché arricchirla, la svuotano di sostanza.

Il problema più grande risiede, dunque, nella riluttanza della serie a esplorare il lato più oscuro e drammatico della vicenda. Non si è osato andare a fondo, creando così un’opera che resta sospesa a metà tra il thriller e il drama, senza riuscire ad affermarsi pienamente in nessuno dei due generi. Manca quella tensione, quel brivido oscuro che avrebbe potuto rendere questa miniserie davvero incisiva.

Al termine della visione, si resta con un senso di incompiutezza, e la sensazione prevalente è quella di un’occasione sprecata. Un prodotto che poteva essere molto più potente, ma che alla fine si perde in un’estetica eccessivamente leggera per la storia che voleva raccontare.

A fine visione, l’unica cosa che ho pensato è: che gran peccato!

Fotogramma della miniserie Máquina il pugile
Fotogramma della miniserie Máquina il pugile

In conclusione

Máquina: il pugile offre uno sguardo affascinante ma superficiale sul mondo del pugilato, mostrando la lotta di Esteban Osuna tra gloria e oscurità. Le performance di Gael García Bernal e Diego Luna sono senza dubbio il punto forte della serie, portando profondità ai loro personaggi. Tuttavia, la narrazione non riesce a esplorare appieno le problematiche di corruzione e violenza che permeano il mondo della boxe. Nonostante il buon ritmo e un’estetica accattivante, la mancanza di coraggio nella sceneggiatura limita l’impatto emotivo e critico del racconto. Nel complesso, è un’opera che intrattiene ma lascia con una sensazione di incompiuto.

Note positive

  • Ottime performance di Gael García Bernal e Diego Luna
  • Buon ritmo narrativo
  • Estetica visiva accattivante

Note negative

  • Trattamento superficiale della corruzione nel pugilato
  • Mancanza di profondità emotiva nella narrazione
  • Personaggi secondari poco sviluppati
  • Assenza di coraggio nel trattare temi complessi
Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozioni
SUMMARY
3.4
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.