
Nel tepore del ballo
Titolo originale: Nel tepore del ballo
Anno: 2026
Nazione: Italia
Genere: Drammatico, Commedia
Casa di produzione: Duea Film, RAI Cinema
Distribuzione italiana: 01 Distribution
Durata: 90 minuti
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Fotografia: Cesare Bastelli
Montaggio: Ivan Zuccon
Musiche: Stefano Arnaldi
Attori: Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Raoul Bova, Giuliana De Sio, Sebastiano Somma, Lina Sastri, Pino Quartullo, Morena Gentile, Jerry Calà, Bruno Vespa, Patrizio Pelizzi
Trailer di “Nel tepore del ballo”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Nel tepore del ballo è un film di Pupi Avati, presentato al Bif&st (Bari International Film Festival) e distribuito al cinema dal 30 aprile 2026. Nel cast troviamo volti noti del panorama italiano come Massimo Chini nel ruolo del protagonista Gianni Riccio, Isabella Ferrari, Raoul Bova e Giuliana De Sio. Il film include anche presenze curiose e trasversali come Lina Sastri, Sebastiano Somma, Pino Quartullo, Jerry Calà e perfino un cameo del giornalista Bruno Vespa.
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Trama di “Nel tepore del ballo”
Il celebre conduttore televisivo Gianni Riccio (Massimo Ghini) viene investito da uno scandalo finanziario proprio nel momento di massimo successo. Tra Roma e Jesolo, il film segue il crollo della sua immagine pubblica e il confronto, più intimo, con un passato segnato dalla perdita prematura dei genitori e da un amore giovanile sacrificato sull’altare della carriera. Ne emerge un racconto che interroga il peso delle scelte decisive, la fragilità della reputazione e la possibilità, sempre incerta, di una rinascita.
Recensione di “Nel tepore del ballo”
Nel tepore del ballo si inserisce nel percorso autoriale di Pupi Avati, che torna a esplorare i territori a lui più familiari: la provincia come spazio dell’anima, la memoria come materia narrativa, il tempo come lente per osservare le esistenze dei personaggi. Potrebbe considerarsi come il tassello di una riflessione più ampia del regista sulla senilità e il declino; iniziata con Lei mi parla ancora e proseguita con La quattordicesima domenica del tempo ordinario, dove Avati non cerca più la sorpresa narrativa, ma la persistenza del ricordo come se il film non procedesse per eventi, ma per “stati d’animo” che si sovrappongono. Nel tepore del ballo si presenta come un’opera coerente con il cinema del suo autore, capace di muoversi con eleganza tra malinconia e riflessione, interrogando il rapporto tra identità e memoria senza mai cedere a soluzioni facili o a chiusure definitive.
La pellicola si muove tra dimensione pubblica e privata, costruendo un racconto che intreccia la caduta di un uomo con la necessità di ridefinire la propria identità. Al centro, il personaggio di Gianni Riccio, figura segnata da un improvviso tracollo mediatico e personale, che diventa occasione di confronto con ciò che è stato rimosso o lasciato indietro.
Il cast riunisce volti capaci di restituire questa tensione tra apparenza e interiorità, con interpretazioni misurate che privilegiano la sottrazione rispetto all’enfasi. Accanto al protagonista, una galleria di personaggi secondari contribuisce a delineare un universo umano fatto di relazioni imperfette, legami sospesi e ritorni inattesi.
C’è un’ interessante critica mediatica e feroce sulla televisione. Il personaggio Gianni Riccio è un uomo che “esiste” solo finché viene guardato da milioni di persone. Una volta spenti i riflettori dello scandalo, lui non esiste più come personaggio e torna ad essere una persona. Difatti la ricerca del “tepore” non è da considerarsi una zona di comfort, ma la temperatura minima necessaria per non lasciar morire le persone sotto il manto del cinismo moderno. Questa critica viene rappresentata con il personaggio soprannominato “La morta” interpretato da un’ottima Giuliana de Sio.
La regia di Avati mantiene uno sguardo discreto, evitando qualsiasi spettacolarizzazione del dramma e affidandosi invece a una costruzione narrativa essenziale. I gesti sono minimi, i dialoghi essenziali e una narrazione che si affida a una dimensione emotiva che resta sempre sul limite, evitando qualsiasi deriva melodrammatica. Il ballo, fulcro simbolico dell’opera, diventa un luogo di transito più che di incontro uno spazio in cui i personaggi si sfiorano senza mai davvero coesistere, prigionieri di una distanza che è prima di tutto interiore. Anche la messa in scena riflette questa impostazione, le location, tra Roma e Jesolo, diventano spazi emotivi prima ancora che luoghi fisici, posti in cui il passato continua a insinuarsi nel presente. La messa in scena si costruisce su una sottrazione costante.
Proprio in questa scelta il film trova la sua coerenza più ampia, ma anche il suo limite, dato che lavorando oltremodo in sottrazione, il ritmo si dilata a tal punto che il rischio è quello di trasformare la narrazione in una sorta di immobilità controllata. I personaggi sembrano muoversi all’interno di una narrazione già nota, senza che il racconto riesca a imprimere loro una direzione nuova, ne deriva una sensazione di staticità che indebolisce anche i momenti potenzialmente più significativi, ridotti a variazioni di un tono e ritmo che non evolvono.
In conclusione
Con Il film Il tepore del ballo, Pupi Avati firma un’opera di sottrazione, spogliando i suoi interpreti di ogni maschera per riconsegnarli a una dimensione profondamente umana. Rimane una pellicola elegante e consapevole, ma anche trattenuta oltre il necessario, come se rinunciasse a compiere fino in fondo quel passo emotivo che avrebbe potuto trasformare la malinconia in qualcosa di più incisivo.
Note positive
- Cast
- Personaggi
- critica mediatica sulla televisione
Note negative
- Sceneggiatura che lavora fin troppo in sottrazione
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3.1
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