Kinski Paganini (1989): Quando il genio s’impone anche sulla storia (però esagera)

Kinski Paganini (1989) locandina

Kinski Paganini

Titolo originale: Kinski-Paganini

Anno: 1989

Paese: Italia, Francia

Genere: Drammatico, Biografico

Casa di produzione: Scena Film Roma, President Films Paris

Distribuzione: Medusa Distribuzione, Pentavideo Medusa Video

Durata: 82 minuti

Regia: Klaus Kinski

Sceneggiatura: Klaus Kinski

Fotografia: Pier Luigi Santi

Montaggio: Carlo D’Alessandro

Musiche: Salvatore Accardo

Attori: Klaus Kinski, Deborah Caprioglio, Nikolai Kinski, Dalila Di Lazzaro, Eva Grimaldi, André Thorent, Marcel Marceau, Donatella Rettore, Beba Balteano, Bernard Blier, Tosca D’Aquino

Trama di Kinski Paganini

Il film inizia con un concerto al Teatro Regio di Parma in cui Niccolò Paganini, il “violinista del diavolo”, sta suonando alla sua maniera: follia e genio che s’intrecciano tra le note della musica e le reazioni disinibite delle folle di donne isteriche. Da questo punto di partenza Paganini s’immerge in un viaggio di ricordi e anticipazioni del suo epilogo. Vengono ripercorsi successi e fallimenti di una vita sregolata e maniacale, caratterizzata dall’ossessione per l’amato violino, il denaro e le donne. In particolare il protagonista si focalizza sulla dolorosa relazione con la cantante Claudia Bianchi, la donna della sua vita, con la quale diede alla luce il piccolo Achille, il rapporto umano più intenso instauratosi tra lo stesso e Paganini. In un caotico flusso di coscienza e memorie si scorgono viaggi alle corti di tutta Europa, eccessi erotici spesso sfociati in violenza, problemi con la legge e vanagloriosi accessi di superbia.

Durante l’età della vecchiaia egli è consolato solo dalla presenza costante del figlio Achille, l’unica persona a non averlo abbandonato né dimenticato. In un impeto di follia definitivo Paganini affronta il suo destino rimanendo sempre fedele a se stesso: nevrotico ma allo stesso tempo geniale.

Fotogramma di kinski paganini
Fotogramma di kinski paganini

Recensione di Kinski Paganini

Scritto, diretto e interpretato dal grande attore tedesco Klaus Kinski, qui alla prima volta dietro alla macchina da presa e alla sua ultima apparizione sul grande schermo, questo film non è necessariamente una biografia di Paganini. Del resto lo dice anche il titolo, “Kinski Paganini”: il ruolo del protagonista è sdoppiato nelle figure del celebre violinista genovese e dell’istrionico interprete tedesco. Per comprendere meglio questo concetto si faccia il paragone con un altro film biografico, “Il Casanova di Federico Fellini”. In questa pellicola il maestro italiano traspone le vicende del seduttore d’Europa più famoso della storia, ma non lo fa propriamente con un approccio biografico: infatti, se escludiamo la cornice storica, si può dire che quello riportato in scena sia semplicemente un altro dei personaggi felliniani.

In altri termini il soggetto del film non è Casanova, piuttosto la visione autoriale del Casanova, un personaggio alla mercè della poetica del regista. Questo succede anche nel film oggetto di questa recensione: ciò che la fa da padrona è la proiezione di Kinski nella figura di Paganini e non c’è spazio per altro. Neanche se questo “altro” è la storia di un mostro del violino. E’ come se il genio si sia imposto su un altro genio. Tutto questo è palpabile per l’intera durata del film, il che porta inesorabilmente a un giudizio negativo da parte dei più: il difetto più grande della pellicola è l’ego smisurato di Klaus Kinski, perché esso non dà scampo ai contenuti e alle tematiche.

Kinski Paganini - un film di Klaus Kinski
Kinski Paganini – un film di Klaus Kinski

Quindi questo film è pretenzioso? Assolutamente sì. Racconta le vicende di Paganini? Direi di no, salvo qualche eccezione. E’ una trasposizione della vita di Kinski, affamato di gloria incallito e maestro assoluto della sregolatezza recitativa. Quindi il consiglio è di guardare questo prodotto per quello che è, ossia tutto il contrario di un film “di trama” ricco di dettagli storici e biografici. Sappiate di trovarvi di fronte a un film caotico in ogni suo aspetto. Werner Herzog,
alla lettura del mastodontico copione scritto di pugno da Kinski, dovette declinare l’offerta di dirigere l’amico/nemico, preferendo evitare d’imbarcarsi verso destinazione ignota. Le motivazioni erano chiare: il materiale era impossibile da filmare, perché troppo intimista, schizofrenico e sconclusionato. In effetti il film è proprio così; dalla sceneggiatura senza senso e lungi dall’essere “pratica”, passando per la fotografia da attacco epilettico causato da contrasti chiaro – scuro alquanto azzardati, fino al montaggio da mal di testa, la voglia di sperimentare è largamente pronunciata. Troppo pronunciata. Kinski sa recitare, ma il lavoro del regista è un altro: ci prova a essere credibile, davvero, però il risultato è un’opera che in più di un’occasione sembra addirittura di stampo amatoriale. Si prenda in esempio una sequenza, quella in cui il montaggio alternato disegna sullo schermo il lento andirivieni di Kinski per Venezia simultaneamente alla rievocazione dei crimini, che oggi potremmo tranquillamente chiamare violenza sessuale e stupro, commessi dal protagonista durante la sua vita. L’idea è buona, la messa in scena è discutibile; l’utilizzo del rallentatore, evidentemente molto caro a Kinski dato l’elevato numero di occasioni in cui egli lo sceglie come metodo per creare emotività filmica (basti pensare al contrasto rallentatore/montaggio accelerato nel finale), è troppo dilatato, quasi noioso. Le riprese fatte con la macchina a mano danno sicuramente un senso di dinamismo notevole: mentre Paganini rievoca attimi di passione violenta e sfrenata, filmate con un’insolita staticità e insensibilità (un po’ come la sequenza dello stupro della signora dei gatti in “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick), le inquadrature di Kinski mentre ricorda sono veloci, quasi instabili, e simboleggiano in un certo senso lo squilibrio del protagonista. Il sonoro è di bassa qualità e non è in sincronia con i movimenti labiali degli attori. Di certo la pronuncia italiana alquanto particolare di Kinski non è sempre d’aiuto (la scena de “il violino è come un cucciolotto” fa un po’ ridere, peccato che non dovrebbe). In ogni caso bisogna affrontare il discorso riguardante il montaggio, l’aspetto più controverso del film. Se si è fan della Nouvelle Vague e dei primissimi Godard, potreste rimanere sorpresi positivamente;tuttavia è palese che Kinski abbia solamente cercato di rifarsi ai sopracitati, dato che il risultato finale lascia perplessi in più punti. Perché anche nella fase più tecnica della realizzazione di un film, ossia il montaggio, regna la confusione e si sa, dal caos ogni tanto esce qualcosa di buono (per fortuna di Klaus). Spesso all’interno della pellicola non si riesce a capire perfettamente in che momento Paganini/Kinski stia parlando. Questa scena è un flashback? Forse queste due sequenze sconnesse si sviluppano in contemporanea? Non ci è dato saperlo con precisione, ciò che importa è che alla fine questo tipo di montaggio sgangherato ha il suo perché: riflette appieno l’aura di sregolatezza che avvolge il protagonista. Paganini è sostanzialmente pazzo, quindi le scene sono frammentate, illogiche: è un aspetto positivo del film, però a molti potrebbe far storcere il naso, è normale. La punta di diamante dell’intera pellicola è la colonna sonora, composta da opere di Paganini ed eseguita dal maestro Salvatore Accardo. Anche se a volte è un po’ troppo predominante, la musica eleva di molto il film e riesce addirittura a nascondere i molteplici errori disseminati lungo tutta la durata del “Paganini”. Il caso emblematico è la sequenza finale. Kinski finge di suonare il violino con la sinistra, mentre è risaputo che Paganini suonasse con la mano destra; in effetti il primo piano dello strumento che viene animato dalla sapienza di Accardo mostra la corretta impugnatura, ciò non toglie che l’errore sia piuttosto grossolano. Eppure il “Capriccio n.24 in La minore” sovrasta su ogni cosa, accompagnato in parte dall’interpretazione disperata e immensa di Kinski, e riesce a creare una situazione emotiva in grado di far sorvolare lo spettatore sull’obbrobriosa svista.

Ma quindi, a conti fatti, il gioco vale la candela? La risposta è sì e no, nel senso che il film è proprio un caso di “brutto, ma buono”. Lo definirei “sublime”, ma non col significato più comune di “eccelso”, quanto con l’accezione romantica del termine, ossia “orribile, ma che affascina”. Di certo Kinski ha prodotto qualcosa d’innegabilmente ambiguo. Artisticamente non è affatto da buttare, anzi. Il fatto però è che, nonostante il risultato improntato sul flusso di coscienza funzioni, è evidente che le intenzioni originali fossero altre: Kinski ha fatto un film modesto,
inconsapevolmente e contro ogni pronostico, un po’ per caso. E l’ha fatto tutto da
solo, a modo suo. Dopo questo film non avrebbe più recitato sul grande schermo,
perciò “Kinski Paganini” è il testamento artistico di una persona che non ha mai
cercato di nascondere il suo carattere difficile e non ha voluto scendere a
compromessi. Nel bene e nel male. Lo spettacolo inizia. Su il sipario per un’ultima volta. Prestate attenzione e prendete quel che viene, perché Paganini non ripete.

Note positive

  • L’interpretazione folle di Klaus Kinski
  • Le musiche di Paganini eseguite da Salvatore Accardo
  • L’impostazione a flusso di coscienza
  • Il montaggio che riflette l’animo del protagonista

Note negative

  • All’infuori di Kinski, le interpretazioni degli altri attori sono piatte
  • Il sonoro è poco curato
  • La sceneggiatura è vacua e illogica in diversi punti

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