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Secret of a Mountain Serpent
Titolo originale: Secret of a Mountain Serpent
Anno: 2025
Genere: fantastico
Casa di produzione: Forest Flower Films
Distribuzione italiana: –
Durata: 108’
Regia: Nidhi Saxena
Sceneggiatura: Nidhi Saxena
Fotografia: Vikas Urs
Montaggio: Saman Alvitigala
Musiche: Nishant Ramteke
Attori: Trimala Adhikari, Adil Hussain, Pushpendra Singh, Richa Meena, Aaradhya Mehta, Rashmi Kandpal, Paru Upreti, Heeraballabh Kandpal
Trailer di “Secret of a Mountain Serpent”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Secondo lungometraggio della cineasta indiana Nidhi Saxena, che ha debuttato dietro la macchina da presa nel 2024 con Sad Letters of an Imaginary Woman — una storia femminile incentrata sui desideri delle donne indiane e sulle loro cicatrici interiori — Secret of a Mountain Serpent è un dramma del 2025 realizzato grazie ai contributi ottenuti partecipando al bando della 13ª edizione del Biennale College Cinema, programma pensato per film a microbudget.
La sceneggiatura del lungometraggio, selezionata tra i quattro titoli finalisti dell’edizione 2024/25, ha ottenuto i finanziamenti necessari per avviare la produzione. Gli altri tre progetti selezionati sono stati: Agnus Dei (Italia), Woman, 1 Bra (Kenya/Nigeria) e Becoming Human (Cambogia/USA).
La pellicola ha avuto la sua prima internazionale all’interno della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, venendo inizialmente trasmessa online sulla piattaforma MyMoviesOne dal 28 agosto 2025, dove è disponibile fino al 2 settembre alle ore 19:00. Successivamente, il 29 agosto 2025, è stata proiettata per la prima volta sul grande schermo alle ore 9:00 presso la Sala Astra I.
Trama di “Secret of a Mountain Serpent”
Durante la guerra indo-pakistana del 1999, combattutasi tra maggio e luglio, nella piccola cittadina collinare dell’Uttarakhand, in India, tutti gli uomini abbandonano le loro case per arruolarsi nell’esercito, lasciando dietro di sé solo donne, anziani e bambini. Tra queste donne c’è Barkha, una maestra trentacinquenne che, mentre il marito combatte al fronte, si scopre sempre più insoddisfatta della propria esistenza.
Nel cuore di una routine apatica e silenziosa, Barkha cerca conforto nella natura che la circonda. Inizia a esplorare la foresta, a parlarle, a confidarsi con gli alberi e il vento, come se la terra potesse ascoltare il suo vuoto interiore. Ma qualcosa la inquieta: gli uccelli migratori, che da sempre sorvolavano il cielo in quel periodo dell’anno, non si vedono. Il cielo è muto.
La guerra termina, gli uomini tornano. Ma il ritorno del marito non riporta in Barkha né serenità né gioia. Con i soldati, giunge in paese anche Manik Guho, un misterioso ingegnere e scrittore, straniero, enigmatico. La sua presenza rompe l’equilibrio del villaggio. Le donne iniziano a vedere serpenti in luoghi improbabili: tra le lenzuola, sotto le scale, nei sogni. Barkha, come molte altre, avverte il risveglio di desideri antichi, repressi, mai confessati. L’attrazione per Manik cresce, e con essa il dubbio: sul suo matrimonio, sulla sua identità, sul ruolo che le è stato imposto. Anche altre donne vivono risvegli simili, come se qualcosa di profondo e ancestrale si fosse attivato.
Che tutto sia legato alla leggenda del serpente? Quella di un antico spirito che abita il fiume, un serpente che attende da secoli la sua sposa promessa? Forse Barkha non sta solo cercando se stessa, ma sta rispondendo a una chiamata che viene da molto più lontano — dalla terra, dal mito, dal desiderio.
Non riesco a tenerlo lontano dal mio cuore. Ha dimenticato tutte le promesse fatte. Perchè continuo a pensare a lui? Quando chiudo gli occhi mi brucia dentro. Quando apro gli occhi fugge via, o amico. Un serpente mi ha morsa in sogno, amico. Mi aveva promesso di tornare con il monsone, ormai è passata anche la primavera.
Circa mille anni fa mentre attraversava il fiume, una donna venne morsa da un serpente. La donna promise al serpente che se l’avesse lasciata andare gli avrebbe dato la sua giovane figlia. Il serpente si mise ad aspettare. Passarono secoli, la donna non tornò più. Da allora il serpente la aspetta e alle donne è vietato immergersi in quel fiume.
Citazione dal film
Recensione di “Secret of a Mountain Serpent”
Scrivere una recensione di Secret of a Mountain Serpent non è impresa semplice. L’opera seconda della cineasta indiana Nidhi Saxena richiede al critico uno sguardo che vada oltre il gusto personale, oltre la reazione emotiva del semplice spettatore. È necessario, invece, adottare una prospettiva analitica, capace di cogliere gli elementi autoriali e simbolici che conferiscono spessore e introspezione a un film che si colloca con decisione nel solco del cinema d’autore più radicale.
Pur dichiarando apertamente che la pellicola non incontra il mio gradimento — e in seguito ne spiegherò le ragioni — è doveroso riconoscere la raffinatezza dell’opera. Secret of a Mountain Serpent è un film di grande eleganza formale, sorretto da una fotografia di altissimo livello, che meriterebbe senza dubbio una candidatura all’Oscar. È un esempio lucido di quel cinema autoriale che rinnega la struttura classica in tre atti e l’azione come motore narrativo, preferendo invece un racconto rarefatto, interiore, talvolta onirico e ambiguo.
Nel film non vi è alcuna azione dirompente in senso tradizionale: nessun colpo di scena, nessun momento che faccia sobbalzare lo spettatore sulla sedia. Eppure, Secret of a Mountain Serpent è attraversato da una tensione sotterranea, che culmina in una sequenza finale di grande potenza simbolica. Le donne del villaggio, fino ad allora silenziose e contenute, spezzano metaforicamente le catene che le tenevano prigioniere in una condizione patriarcale. Si riscoprono, si reinventano, e pongono — forse per la prima volta — i propri desideri davanti a tutto e a tutti. È in questa scena che il film trova il suo cuore pulsante. Non è l’azione a parlare, ma il gesto, il simbolo, il risveglio. Saxena costruisce un cinema che non cerca di emozionare, ma di evocare. E in questo, riesce perfettamente.
Ogni volta che si parla di guerra, i riflettori si accendono su chi combatte in prima linea. Ma che dire di chi resta indietro—soprattutto delle donne? Secrets of a Mountain Serpent racconta i mondi silenziosi del desiderio, dell’amore e della nostalgia che si svelano nella loro assenza. Volevo che il film esplorasse il significato del desiderare nella quiete—sentire il tempo ispessirsi e i sogni dissolversi nell’aria di montagna. La narrazione si articola in tre movimenti emotivi: solitudine, desiderio, e passione. Ogni scelta artistica—dalle inquadrature ampie e malinconiche alla dissolvenza lenta delle scene—è stata pensata per immergere lo spettatore in questo paesaggio interiore. Come nei dipinti in miniatura indiani, dove fiumi e serpenti scorrono tra mito ed emozione, ho usato colori, luce e silenzio per dare voce a ciò che resta non detto. Man mano che le donne del villaggio iniziano a sentirsi libere e risvegliate, la macchina da presa si avvicina, e il film comincia a respirare in modo diverso. La natura non è solo uno sfondo in questa storia—è un coprotagonista. Nebbia, fiumi, uccelli e foreste diventano metafore di memoria e sensualità. Il mito del serpente si trasforma in un prisma attraverso cui esplorare il desiderio—non come scandalo o peccato, ma come una ricerca profondamente umana di presenza, amore e trasformazione. Questo film non parla solo di una donna, ma di una sommessa ribellione collettiva—una storia in cui il desiderio stesso diventa mito, e dove ciò che è invisibile possiede un suo potere.
Dichiarazione della regista
Il simbolismo stratificato di Secret of a Mountain Serpent
Per come è concepito, Secret of a Mountain Serpent non è un film che si lascia comprendere pienamente con una sola visione — probabilmente neppure con due. La sua drammaturgia si muove entro un tessuto fitto di metafore e richiami simbolici, che spaziano dalla cultura indiana a quella biblica, letteraria e mitologica. È un’opera che richiede tempo, attenzione, e una certa predisposizione all’ascolto del non detto.
Fin dalla scena d’apertura, Saxena evoca un potente simbolismo biblico: una donna che coglie una mela. Il gesto richiama immediatamente il mito di Eva nel giardino dell’Eden, dove il serpente — presenza costante nel film, soprattutto sul piano sonoro — induce la donna a mangiare il frutto proibito. Tuttavia, in questa rilettura, il morso non rappresenta tanto il peccato quanto un risveglio interiore. È il segnale di una presa di coscienza, di un passaggio da uno stato di passività a uno di consapevolezza.
La regista sembra offrire una visione alternativa del serpente, lontana dalla sua connotazione negativa tradizionale cristiana: qui è figura ambigua, forse liberatrice, che accompagna il desiderio e la trasformazione. Eva, nel momento in cui mangia la mela, non cade: si sveglia. Si accorge della propria nudità, del bene e del male, e della responsabilità morale delle proprie scelte. È un atto di volontà, di rottura con l’ordine divino — o, nel contesto del film, con l’ordine patriarcale. Saxena trasforma il gesto originario in un atto di emancipazione, suggerendo che la vera trasgressione non è il desiderio, ma il silenzio che lo soffoca. La protagonista, Barkha, compie lo stesso gesto: morde la mela che il marito le aveva proibito di mangiare e di cogliere, preferendo tenere in casa mele finte piuttosto che vere. È un gesto semplice, ma carico di significato. È il rifiuto dell’artificio, della finzione, della sottomissione. È il primo passo verso la riscoperta del desiderio.
Accanto al simbolismo biblico, il film si nutre anche di mitologia indiana, in particolare del ciclo narrativo dell’“Animale come sposo”. Una delle versioni più note è quella di Champavati, fiaba popolare dell’Assam raccolta nell’antologia Burhi Aair Sadhu di Lakshminath Bezbaroa. In essa, una giovane donna viene promessa in sposa a un serpente che si rivela essere una creatura divina. Il serpente la conduce nel fiume, e la leggenda si intreccia con temi di trasformazione, desiderio e mito. In India, il serpente — o Nāga — è una figura mitologica di grande rilievo, spesso associata ai fiumi e alla fertilità. Nel film, il serpente non è solo una presenza visiva o sonora: è un simbolo che attraversa i corpi, i sogni, le paure e i desideri delle donne. È il segno di qualcosa che si muove sotto la superficie, che attende di emergere.
Atmosfera, suono e visione: il cuore sensoriale del film
La cineasta Nidhi Saxena, probabilmente attingendo alla propria cultura indiana e al patrimonio folklorico del suo paese natale, costruisce l’intero impianto drammaturgico di Secret of a Mountain Serpent non tanto sulla narrazione quanto sull’atmosfera. Il film si muove per sospiri, per vibrazioni, per silenzi che si dilatano. È un’opera che respira attraverso le inquadrature e il paesaggio sonoro, generando un profondo senso di angoscia e inquietudine. Più che i dialoghi, è l’ambiente scenico — la foresta, il villaggio, il cielo muto — a trascinarci dentro la vicenda.
Secret of a Mountain Serpent è un film che vive nel non detto. Vive di suggestioni, di presenze invisibili, di sguardi che non si incrociano. E riesce a riempire in un certo senso l’animo dello spettatore grazie a un lavoro sonoro di altissimo livello: un sound design che sfiora la videoarte, miscelato con grande maestria alle immagini, capace di sostenere la drammaturgia anche nei momenti più rarefatti. Il serpente, figura centrale del film, è spesso evocato più dal suono che dalla visione, come un’eco che si insinua sotto la pelle.
Accanto al sonoro, la fotografia si impone come altro elemento di eccellenza. È una fotografia incantevole, che attraverso atmosfere spente, scolorite e buie, riesce a restituire la maestosità del paesaggio himalayano. I personaggi si muovono come ombre sullo sfondo, piccoli frammenti in un mondo che li sovrasta. La bellezza estetica del film è tangibile, e proprio nella sinergia tra immagine e suono si trova il suo punto di massima riuscita.
Interessante risulta anche il lavoro registico di Nidhi Saxena, che nella prima parte del film adotta una messa in scena rarefatta e distaccata: i personaggi appaiono sfumati, quasi irriconoscibili, immersi in un paesaggio che sembra avere più voce di loro. La macchina da presa si sofferma sui rumori della foresta, sul silenzio del villaggio, creando un retrogusto inquietante e angosciante che avvolge lo spettatore in un’atmosfera sospesa. Nella seconda metà del film, si assiste a un cambio netto: la regia si avvicina alla protagonista, Barkha, e ne esplora le emozioni interiori, la sua infelicità, il senso di smarrimento. È un avvicinamento che non è solo fisico, ma anche emotivo, e che dovrebbe permettere al pubblico di entrare nel suo tormento.
Tuttavia, ciò che la regia riesce a suggerire con grande sensibilità non trova pieno riscontro nella performance attoriale di Trimala Adhikari. L’attrice sembra mantenere una medesima espressione facciale lungo tutto l’arco narrativo, non riuscendo a rendere percepibile la trasformazione interiore del personaggio. Il cambiamento di Barkha — profondo, simbolico, doloroso — si manifesta più nei suoi spostamenti fisici e nel lavoro di regia e sonoro che non nella sua recitazione. È la macchina da presa, con i suoi movimenti e posizionamenti, a raccontare ciò che lo sguardo dell’attrice non riesce a trasmettere.
Una visione difficile, ma non priva di valore
La scelta registica di mantenere la macchina da presa distante dai personaggi nella prima parte della pellicola rende più complessa la fruizione dell’intera drammaturgia, complicando ulteriormente la comprensione di un film che si muove sul non detto, sulle suggestioni e su un fitto tessuto di metafore — letterarie, mitologiche, culturali. Talvolta si ha la sensazione che la cineasta voglia deliberatamente rendere il suo film criptico, inserendo scene che appaiono superflue, fini a sé stesse, e che generano confusione più che chiarimento.
Secret of a Mountain Serpent è una pellicola ben realizzata, ma che ho trovato estremamente difficile da seguire. A livello personale, l’ho percepita come noiosa, priva di ritmo, eccessivamente statica e introspettiva. Lo spettatore, se non predisposto a un certo tipo di cinema contemplativo, rischia di non provare nulla — se non quel senso di inquietudine e angoscia che emerge fin dai primi minuti, grazie al lavoro sonoro ma che non si evolve mai in altro.
Il ritmo, elemento fondamentale per la tenuta di qualsiasi film, qui non sussiste. E questa è, a mio avviso, la pecca più evidente dell’opera, che rischia di stancare e allontanare lo spettatore. Tuttavia, se si riesce a entrare nel mondo che Saxena costruisce — un mondo fatto di simboli, silenzi e paesaggi interiori — ci si trova davanti a un film di grande valore, un’opera autoriale che merita attenzione e rispetto. Io non ci sono riuscito, ma chissà che qualcuno riesca in ciò, trovando nella pellicola un certo tipo di ritmo che io non sono riuscito a percepire.
In conclusione
Secret of a Mountain Serpent è un’opera che sfida lo spettatore, lo costringe a rallentare, a decifrare, a immergersi in un universo simbolico e stratificato. Nidhi Saxena firma un film che non cerca di piacere, ma di esistere come gesto autoriale puro, dove il suono e l’immagine diventano strumenti di introspezione e resistenza. Non è un film per tutti, e non vuole esserlo: è un viaggio interiore, un racconto mitologico e politico che si muove tra il sacro e il quotidiano, tra la leggenda e la lotta. Un’opera che, pur faticosa nella visione, merita rispetto per la sua coerenza estetica e per il coraggio di non cedere alla semplificazione.
Note positive
- Fotografia di altissimo livello, visivamente potente
- Sonoro evocativo e perfettamente integrato nella narrazione
- Finale potente e liberatorio
Note negative
- Ritmo narrativo estremamente lento e statico
- Performance attoriale poco espressiva
- Regia talvolta troppo criptica e distante
- Scene superflue che appesantiscono la visione
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| Regia |
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| Fotografia |
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Interpretazione |
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| Emozione |
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SUMMARY
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3.8
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