Al di là delle nuvole (1995). Antonioni e Wenders tra sguardi e silenzi

Recensione, trama e cast del film Al di là delle nuvole (1995). Antonioni e Wenders raccontano l’amore mancato, tra silenzi e frammenti di vita.

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Al di là delle nuvole - Drammatico - Grafica de L'occhio del cineasta
Al di là delle nuvole – Drammatico – Grafica de L’occhio del cineasta

Al di là delle nuvole

Titolo originale: Beyond the Clouds

Anno: 1995

Nazione: Italia, Francia, Germania

Genere: Drammatico, Sentimentale

Casa di produzione: Cecchi Gori Group, France 2 Cinéma, WDR

Distribuzione italiana: Cecchi Gori Group

Durata: 112 minuti

Regia: Michelangelo Antonioni, Wim Wenders

Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Wim Wenders

Fotografia: Alfio Contini (segmenti Antonioni), Robby Müller (segmenti Wenders)

Montaggio: Peter Przygodda, Lucian Segura

Musiche: Laurent Petitgand, U2, Van Morrison, Lucio Dalla, Johann Sebastian Bach

Scenografia: Thierry Flamand

Costumi: Esther Walz

Attori: John Malkovich, Fanny Ardant, Kim Rossi Stuart, Jean Reno, Sophie Marceau, Irène Jacob, Marcello Mastroianni, Peter Weller, Inés Sastre, Chiara Caselli, Vincent Perez, Jeanne Moreau

Trailer di “Al di là delle nuvole”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Ultimo lungometraggio del cineasta ferrarese Michelangelo Antonioni — se non si considera Eros (2004), film episodico diretto a più mani, in cui il regista italiano firma il cortometraggio Il filo pericoloso delle coseAl di là delle nuvole è una pellicola del 1995, una co-produzione italiana, francese e tedesca, liberamente basata sul romanzo dello stesso Antonioni del 1986, Quel bowling sul Tevere: Racconti di un regista.

Il film segna il ritorno sul grande schermo di Antonioni, che si era allontanato dalla regia cinematografica da oltre dieci anni, dopo aver scritto e diretto Identificazione di una donna (1982), presentata al 35° Festival di Cannes. Quando Antonioni si avvicinò al progetto, era ormai anziano e affetto da gravi problemi di salute: nel 1985 aveva subito un ictus debilitante. Per precauzione, la produzione volle affiancargli un altro regista, capace di supportarlo nella direzione e di subentrare nel caso la sua condizione peggiorasse. Antonioni scelse Wim Wenders (Paris, Texas, 1984; Il cielo sopra Berlino, 1987), che partecipò alla scrittura del film insieme allo stesso Antonioni e a Tonino Guerra, e che in seguito diresse il prologo, alcuni passaggi di transizione e l’epilogo, creando una sorta di filo conduttore tra le storie.

Queste aggiunte, tuttavia, non furono ben accolte da Antonioni, che si oppose alla loro inclusione. Nonostante ciò, parte delle sequenze dirette da Wenders rimasero nel montaggio finale. Inoltre, su richiesta di Wenders, Antonioni fu costretto a tagliare gran parte della scena di sesso tra Peter Weller e Chiara Caselli, originariamente più esplicita. A sua volta, Antonioni eliminò dal montaggio finale molte delle sequenze dirette da Wenders, inclusi diversi momenti con Marcello Mastroianni. Il primo montaggio superava le due ore, mentre la versione cinematografica definitiva ha una durata di 1h e 44 minuti.

Il film venne presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia del 1995, dove ottenne il Premio FIPRESCI. In seguito, ricevette il premio per la migliore fotografia ad Alfio Contini e il Nastro d’Argento per la miglior colonna sonora, firmata da Lucio Dalla. 

Trama di “Al di là delle nuvole”

Un cineasta ha appena terminato il suo ultimo lungometraggio. Ora è alla ricerca di una nuova storia da raccontare, qualcosa che possa incuriosirlo e sedurlo, conducendolo verso un nuovo progetto cinematografico. Una volta atterrato in Italia, a Ferrara, il regista comincia a dare spazio alla propria immaginazione. Visualizza la storia di Silvano, un giovane che s’imbatte nella bella insegnante Carmen, con cui nasce, immediatamente, un’attrazione reciproca.

In seguito, il cineasta si sposta a Portofino, dove incontra una ragazza da cui è attratto e da cui sembra essere ricambiato. La giovane gli confessa di aver ucciso suo padre un anno prima, infliggendogli dodici coltellate. Nonostante il processo e una breve reclusione, è riuscita a evitare una condanna per omicidio.

Durante un viaggio in treno, l’immaginario del regista si sposta a Parigi, dove si ritrova in un caffè parigino. Qui, un uomo fa la conoscenza di una giovane donna italiana. Tre anni dopo, i due sono ancora insieme, ma la moglie Patricia è stanca di essere costantemente tradita dal marito.

Giunto ad Aix-en-Provence, nel proprio albergo, il cineasta osserva dei dipinti e viene incuriosito da un giovane che si reca nell’edificio di fronte per consegnare dei disegni architettonici. L’uomo, Niccolò, incontra una giovane donna molto devota, che accompagna alla chiesa. Lui se ne innamora, ma lei — timorosa della vita — preferisce abbracciare una vocazione religiosa, forse per paura di vivere davvero.

Recensione di “Al di là delle nuvole”

Due registi, due modi di intendere il cinema, che si scontrano e si rincorrono, pur condividendo una visione comune: quella di un cinema che interroga la vita, che la osserva nei suoi silenzi e nei suoi abissi. È questa la sensazione che emerge dalla visione di Al di là delle nuvole, film del 1995 firmato da Michelangelo Antonioni e Wim Wenders.

Da un lato, l’autorialità di Antonioni si manifesta nei suoi classici silenzi narrativi, nel racconto di storie apparentemente insignificanti, ma che racchiudono in sé la sostanza stessa dell’esistenza. I suoi personaggi sono tormentati, incapaci di essere realmente felici, immersi in un disagio esistenziale che non cerca risoluzione ma contemplazione. Dall’altro lato, Wenders porta con sé la sua consueta verbosità filosofica, la sua ricerca di senso, la sua voce interiore. La voce pensiero — tecnica mai utilizzata da Antonioni — diventa qui il filo conduttore del film, un flusso che collega (probabilmente per volontà di Wenders) le storie attraverso la figura di un regista misterioso, calvo, di mezza età, interpretato da John Malkovich. Di lui non conosciamo nulla, se non la sua professione. Non ha nome, non ha biografia: è forse l’alter ego di Antonioni, o di Wenders, o di entrambi. È il cinema stesso che riflette su sé stesso.

Questa voce interiore ci guida lungo i quattro episodi del film, tratti dal libro Quel bowling sul Tevere di Antonioni, e ci introduce nel suo modo di leggere il mondo. Il regista-narratore ha anche un momento drammaturgico concreto, l’unico non “immaginato”: nella seconda scena, La ragazza, il delitto… (Portofino), si innamora di una giovane donna che lavora in una boutique, interpretata da Sophie Marceau. È un frammento realistico, ma non aggiunge tridimensionalità al personaggio: ci conferma soltanto che quell’uomo non è poi così distante dalle storie che immagina, da quei giovani che si innamorano senza mai riuscire a vivere un amore pieno e felice. Apprezzabile l’interpretazione dei due attori che donano maggior spessore e fascino ai due caratteri drammaturgici, poco o nulla approfonditi a livello di sceneggiatura. Ciò che emerge da questa storia e dall’intera pellicola è una nota di tristezza e di malinconia che attraversa l’intero film, come un velo sottile. È una malinconia che si riflette nei volti, nei gesti, nei paesaggi, e che trova una sua voce nelle musiche di Lucio Dalla, capaci di incarnare perfettamente il cuore del lungometraggio.

Al di là delle nuvole è un film che si nutre di assenze. Assenze di felicità, di compimento, di struttura. È un’opera che racconta storie d’amore e di solitudine, di uomini e donne incapaci di cogliere la bellezza della vita, invischiati nel proprio malessere interiore e nelle proprie paure. Come la giovane donna che sceglie la vita monastica per timore di vivere le emozioni, ogni personaggio sembra rifuggire la possibilità di essere felice.

Questi elementi drammaturgici sono profondamente in linea con il pensiero di Michelangelo Antonioni, e in parte anche con quello di Wenders, sebbene con approcci differenti. Antonioni e Wim Wenders, supportati alla sceneggiatura dal sensibile Tonino Guerra, costruiscono un film fatto di suggestioni, di momenti mancanti, di frammenti che evocano la vita più che raccontarla entro storie di grande pathos o di azione. Difatti la grande storia, il pathos drammaturgico, viene relegato fuori campo: ciò che conta è lo sguardo, il non detto, il silenzio.

I dialoghi, quando presenti, sono filosofici, astratti, lontani dal terreno. La voce pensiero del cineasta — tecnica wendersiana — diventa il filo conduttore, ma non sempre riesce a tenere insieme le parti. La struttura interna del film appare fragile, priva di una vera fluidità narrativa. La cornice del regista-narratore, interpretato da John Malkovich, dovrebbe fungere da collante tra le storie, ma funziona solo parzialmente. Le prime due storie d’amore sono ben connesse, con il cineasta che si sposta da Ferrara a Portofino alla ricerca di esperienze da raccontare. Ma la terza storia, Don’t Try to Find Me (Paris), appare scollegata: non vediamo più il regista, non sentiamo la sua voce, e la messa in scena — con inquadrature ravvicinate e claustrofobiche — rompe lo stile visivo del resto del film. Anche la breve storia di Carlo (Jean Reno) risulta poco incisiva, reiterando il tema dell’impossibilità dell’amore senza aggiungere nuove sfumature. Inoltre la sequenza successiva con Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau, della durata di poco più di un minuto, sembra un siparietto privo di funzione drammaturgica. Non aggiunge nulla, non approfondisce, non emoziona. È una sequenza che al montaggio si doveva e si poteva tranquillamente eliminare. L’ultima sequenza, This Body of Filth (Aix-en-Provence), recupera in parte la bellezza delle prime due storie, pur perdendo qualcosa dello stile iniziale. Tuttavia, riesce a chiudere il film con una nota coerente, riportando lo spettatore dentro quell’universo fatto di sguardi, di attese, di malinconia.

Il film è attraversato da una tensione stilistica che, se da un lato arricchisce la visione, dall’altro la frammenta. La regia alterna momenti di sospensione e rarefazione tipici di Antonioni — con il suo sguardo contemplativo, il silenzio che parla, l’architettura che diventa paesaggio interiore — a segmenti più dinamici e visivamente composti secondo la grammatica di Wenders, fatta di movimento, musica e una certa malinconia urbana. La fotografia stessa è divisa: Alfio Contini per Antonioni, Robby Müller per Wenders. E questo dualismo si riflette anche nel ritmo e nella costruzione dei personaggi.

Se i due registi avessero trovato una sintesi più armonica, rinunciando a certe rigidità autoriali, il film avrebbe potuto elevarsi a capolavoro. Invece, si ha spesso l’impressione che ognuno voglia affermare la propria firma, rendendo evidente — quasi didascalico — chi ha girato cosa. Per chi conosce le rispettive filmografie, è facile riconoscere gli stilemi ricorrenti: Antonioni con la sua ossessione per l’incomunicabilità e l’attesa, Wenders con il suo amore per il viaggio, per l’erranza, per il tempo che scorre tra le cose. Questa coabitazione non sempre riesce a fondersi in un linguaggio comune. Il film resta sospeso, come le nuvole del titolo, tra il desiderio di raccontare e quello di contemplare, tra la narrazione e la riflessione. È un’opera che affascina per la sua ambizione e per la bellezza di alcune sequenze, ma che lascia anche il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere: un dialogo vero tra due maestri, invece che una giustapposizione di voci.

In conclusione

Al di là delle nuvole è un film che vive di frammenti, di suggestioni, di sguardi mancati e di parole sospese. È un’opera che tenta di unire due visioni autoriali profondamente diverse senza riuscire a trovare una vera armonia. Il risultato è un film che affascina per la sua atmosfera e per alcune sequenze di grande intensità, ma che manca di coesione interna e di una struttura drammaturgica solida. Un’opera che avrebbe potuto essere un capolavoro, ma che resta un esperimento interessante e imperfetto, dove la malinconia dell’amore non vissuto diventa il filo conduttore di un racconto che si perde tra le nuvole.

Note positive

  • Regia elegante e visivamente raffinata
  • Atmosfera malinconica e coerente con la poetica di Antonioni

Note negative

  • Cornice narrativa debole e discontinua
  • Sequenze superflue e poco funzionali (Mastroianni–Moreau)
  • Tematiche ripetitive e poco sviluppate
  • Mancanza di equilibrio tra le due regie

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.8
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.