Stranger Things 5 (2025). Addio a Hawkins

Recensione, trama e cast di Stranger Things 5, la stagione finale, che termina la storia di Vecna e di Undici

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STRANGER THINGS: SEASON 5. (L to R) Nell Fisher as Holly Wheeler and Sadie Sink as Max Mayfield in Stranger Things: Season 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX © 2025
STRANGER THINGS: SEASON 5. (L to R) Nell Fisher as Holly Wheeler and Sadie Sink as Max Mayfield in Stranger Things: Season 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX © 2025

Trailer di “Stranger Things 5”

Informazioni sulla stagione e dove vederla in streaming

Un’altra era si chiude con Stranger Things, serie fantascientifica‑horror che ha segnato la storia della serialità di casa Netflix, al pari di grandi titoli come Twin Peaks, Breaking Bad, Il Trono di Spade e Lost. Indubbiamente non è una serie perfetta e presenta punti deboli, non a caso è più amata dal pubblico che non dalla critica, ma i suoi personaggi sono diventati iconici e, fin dalla prima stagione, la serie si è trasformata in un fenomeno di massa, conquistando il cuore di milioni di spettatori.

Debuttata il 15 luglio 2016 e ideata dagli allora sconosciuti fratelli Duffer, la serie arriva nel 2025 alla sua conclusione con la quinta stagione, suddivisa da Netflix in tre volumi distinti: Volume 1, uscito il 26 novembre con quattro episodi; Volume 2, il 25 dicembre con tre puntate; e infine Volume 3 — l’episodio finale, della durata di due ore — pubblicato il 1° gennaio 2026, che molti spettatori hanno scelto di vedere nella notte di Capodanno.

In questo ultimo arco narrativo compaiono anche volti nuovi accanto ai protagonisti: la new entry Nell Fisher, che interpreta Holly (sorella di Mike), ruolo precedentemente affidato ad Anniston e Tinsley Price, oltre a Jake Connelly e a Linda Hamilton (nota per il ruolo di Sarah Connor in Terminator).

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Trama di “Stranger Things 5”

Autunno 1987. Hawkins è rimasta segnata dall’apertura dei portali e i nostri eroi sono uniti da un unico obiettivo: trovare e uccidere Vecna, scomparso nel nulla; non si sa dove si trovi né quali siano i suoi piani. A complicare la missione, il governo ha imposto alla città una quarantena militare e ha intensificato la caccia a Undici, costringendola a nascondersi di nuovo. Nel frattempo la piccola Holly Wheeler si sente sola e ha una grande paura dei mostri; in questo stato d’animo comincia a inventarsi un amico immaginario, il misterioso Signor Cosè, un’entità che le promette di proteggerla da qualsiasi creatura le voglia fare del male. Una sera, mentre il gruppo è alla ricerca di Vecna, accade l’impensabile: si apre un portale nella casa dei Wheeler e da lì fuoriesce un gruppo di demogorgoni intenzionati a catturare Holly. Karen, la madre, tenta di salvarla ma viene brutalmente ferita; la creatura infine cattura la bambina e la trascina con sé nel Sottosopra. Ora il gruppo deve trovare un modo per salvare Holly dal terribile Vecna, che intende rapire un gruppo di bambini per portare a compimento il suo oscuro piano.

Recensione di “Stranger Things 5”

Che i fratelli Duffer si siano ispirati agli anni ’80 non è certo una novità: lo sapevamo fin dalla prima stagione e ora, con il finale atteso per dieci anni, ne abbiamo la conferma definitiva. Stranger Things, senza se e senza ma, è un prodotto seriale intriso di quella cultura Yuppie, Nerd e pop commerciale tipica del decennio, un periodo in cui la società americana viveva un profondo exploit economico dopo la crisi degli anni ’70. La classe media riconquistava benessere e stabilità, mentre una rivoluzione culturale investiva ogni settore dell’intrattenimento: moda, cinema, musica, televisione e soprattutto il nascente mercato videoludico. Le sale arcade tornavano a riempirsi di giovani, i cabinati diventavano icone generazionali e Dungeons & Dragons conquistava l’immaginario Nerd, dividendo l’opinione pubblica ma segnando in modo indelebile la cultura pop. Parallelamente, il settore musicale viveva un cambiamento radicale: nuove sonorità, nuovi generi e nuove modalità di fruizione — dal lettore di cassette portatile alle cuffie, fino all’esplosione dei videoclip grazie alla nascente MTV, destinata a rivoluzionare per sempre il rapporto tra musica e immagine. In questo clima di innovazione tecnologica, lo sguardo collettivo si spostava anche verso il cielo: lo spazio, l’alieno, l’ignoto. I numerosi lanci dello Space Shuttle alimentavano un immaginario futuristico e ottimista, contribuendo a definire un decennio in cui la cultura pop si nutriva di speranza e meraviglia, nonostante la tensione costante della Guerra Fredda. 

Tutto questo fermento sociale e culturale — la nascita definitiva di una società consumistica fondata sulla cultura pop commerciale — generò un sentimento diffuso di ottimismo verso il futuro. Un ottimismo che permeò la musica, con sonorità piene di colore ed energia; la moda, con i suoi toni sgargianti; e soprattutto il cinema, che abbracciò con entusiasmo il fantasy e la fantascienza. Erano film in cui, alla fine, nulla andava davvero storto: opere che celebravano l’amicizia, la forza interiore, il motto “se ci credi, ce la fai”. È in questo contesto che nascono titoli diventati pietre miliari dell’immaginario collettivo: Back to the Future (1985), Ghostbusters (1984), Terminator (1984), E.T. l’extra-terrestre (1982), Stand by Me – Ricordo di un’estate (1986), Gremlins (1984), The Blob (1988), Rambo (1982) e Alba rossa (1984).

Stranger Things, pur essendo stato sviluppato nel 2016, abbraccia pienamente l’atmosfera culturale degli anni ’80: quella cultura pop dal sapore militaresco, fantasy e fantascientifico che ha dato vita a classici intramontabili, accomunati da elementi drammaturgici ricorrenti. I fratelli Duffer si sono ispirati in modo evidente ai romanzi di Steven King, ai film per ragazzi di quel decennio, a quelle storie incentrate su un gruppo di bambini che si ritrova coinvolto in qualcosa di più grande di loro, riprendendo spunti tematici e narrativi da opere ultra generazionali come Gremlins e Stand by Me oltre al romanzo IT (1986). Per questo, quando ci si accinge a vedere l’ultimo episodio di Stranger Things, è fondamentale ricordare che la serie non pone il suo vero focus nella lotta contro Vecna o i Mind Flayers o nelle sue sequenze horror o d’azione, ma bensì nei rapporti umani. I personaggi e i loro legami sono scritti e tratteggiati come se fossimo davvero dentro una serie concepita negli anni ’80, non soltanto ambientata in quel decennio: la narrazione respira poco o nulla dell’atmosfera del 2026, rinnegando il pessimismo sociale contemporaneo a favore di una salutare dose di ottimismo anni ’80. Stranger Things, liberamente ispirata all’infanzia di Matt e Ross Duffer e alle passioni nerd che li hanno formati, si configura dunque essenzialmente come un racconto di formazione tipicamente alla E.T.: un percorso di crescita collettiva che mette al centro l’amicizia, il coraggio e la fiducia nel futuro, niente di più e niente di meno.

Se teniamo conto di tutto ciò, ovvero delle radici concettuali da cui i fratelli Duffer hanno attinto. è dunque logico e inevitabile che il finale sia intriso di un salutare e profondo ottimismo. Così aspettarsi un epilogo traumatico, tragico, “alla Trono di spade”, non ha mai avuto molto senso: le prime quattro stagioni lo avevano già dichiarato apertamente. I Duffer non uccidono i loro beniamini, non spezzano il nucleo emotivo della serie. Anche nei momenti più cupi, anche quando l’orrore sembra prevalere, la storia mantiene un cuore luminoso, dove un gruppo di nerd — i bullizzati dell’America reaganiana — diventa capace di salvare il mondo, ancora e ancora. Se consideriamo tutto questo, se teniamo conto delle ispirazioni e del fatto che al centro della serie c’è l’evoluzione di un gruppo di amici che attraversa il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, il finale non poteva essere diverso. Non tanto nel come ci si arriva, quanto nel cosa rappresenta. Alla fine di tutto si ritorna, in pratica, dove tutto era iniziato: una regia e una sceneggiatura che si autocitano, che recuperano elementi visivi e caratteriali dei primi minuti della prima stagione, permettendoci di salutare per l’ultima volta i protagonisti nel luogo che più gli appartiene, quello in cui li avevamo visti per la prima volta. In questo senso, il finale, così come è stato concepito, non poteva che essere perfetto: un equilibrio di tristezza per ciò che è accaduto e di nostalgia per ciò che non sarà più, un congedo coerente con l’anima stessa della serie.

Lo spettatore non potrà che provare un magone di fronte alla scena finale, agrodolce e definitiva: da quel momento niente sarà più come prima. Le vite di quei ragazzi sono arrivate a un capolinea e le loro strade si divideranno, forse per poi ricongiungersi; per questo la costruzione conclusiva della serie risulta, nel suo insieme, la più sensata possibile. Non ho nulla da rimproverare alla scena finale in sé — la definirei quasi perfetta — ma ciò che contesto è il percorso che vi conduce: una stagione di otto episodi costellata da problemi strutturali, buchi di trama evidenti e trattazioni superficiali di personaggi (ad esempio la dottoressa Kay, figura potenzialmente interessante che non viene sviluppata in alcun modo in questa stagione), oltre a situazioni ed eventi drammaturgici che hanno indebolito la forza emotiva e la tensione complessiva.

L’oscurità che caratterizzava il finale della quarta stagione qui resta un miraggio: tutto appare fin troppo facile. Questo emerge con chiarezza nel conflitto conclusivo, che risulta sbrigativo e inverosimile; la lotta contro il Mind Flayer e Vecna manca di pathos, e il villain principale non convince come minaccia terribile — a tratti un Demogorgone sembra più pericoloso. Dopo tanta attesa era lecito aspettarsi qualcosa di più oscuro, più sensazionale; invece i Duffer, in nome dell’ottimismo, hanno spogliato lo scontro della sua carica inquietante, eliminando il brivido e la tensione e lasciando l’epilogo finale su Vecna piatto e facilmente dimenticabile. Nel settimo episodio era stata costruita la giusta tensione, il giusto climax per la battaglia; peccato che la preparazione non sia stata seguita da uno scontro “tosto” e incisivo come avrebbe dovuto essere. Il risultato è un contrasto straniante: le aspettative dello spettatore si infrangono contro un vuoto narrativo, lasciando una sensazione di mancata soddisfazione rispetto al potenziale accumulato. Tutto troppo facile per i protagonisti.

Al di là di evidenti problemi strutturali, come lo sbilanciamento nell’episodio finale, alcune scelte narrative mi sono parse discutibili, anche se qui si entra nel campo del gusto personale più che in una valutazione oggettiva. Le morti nell’episodio conclusivo hanno comunque una loro ragion d’essere: chiudono il percorso di un personaggio in modo coerente e realistico, mostrando qualcuno che sceglie il sacrificio per salvare il mondo e i propri cari. Detto questo, avrei preferito qualche perdita in più e, soprattutto, un’altra morte (piccolo spoiler): Will — protagonista assoluto di questa stagione — avrebbe meritato un ruolo più centrale nello scontro finale con Vecna. Inoltre per l’evoluzione che ha compiuto, culminata nella 5×07, e per il peso emotivo che porta con sé, sarebbe stato coerente che fosse lui a morire nella splendida e oscura lotta contro Vecna: l’eroe inatteso, il ragazzo soggiogato e traumatizzato da Henry che trova la sua liberazione definitiva nel sacrificio. Questo non è avvenuto, e per me rappresenta un’occasione mancata: la sua morte avrebbe chiuso perfettamente il ciclo narrativo iniziato con la sua sparizione nella prima puntata della serie.

Sparizioni e incongruenze: Argyle, Suzie e il caso Dustin

Non riuscirò mai a comprenderlo: come è possibile che un prodotto così importante, con un budget così gigantesco, presenti buchi di trama così evidenti? L’ho già scritto in vari articoli, ma Netflix e le case di produzione non hanno un revisore? Nessuno che legga la sceneggiatura e segnali gli errori?

In primo luogo: le spaccature avvenute sul terreno di Hawkins nel finale della 4 stagione che fine hanno fatto? Stesso discorso vale per la sparizione dalla scena di Argyle, personaggio centrale nella quarta stagione e completamente assente nella quinta, svanito dalla storia senza una vera conclusione. E soprattutto: che cosa è accaduto a Suzie Bingham, il personaggio che abbiamo imparato ad amare nell’iconica scena della terza stagione in cui canta The Never Ending Story con Dustin? In questo arco conclusivo Suzie non viene mai nominata, non viene mai raccontata nemmeno una volta. Una scelta sorprendente, considerato il modo in cui era stata introdotta e la storia d’amore che le era stata affidata con Dustin.

Proprio riguardo a Dustin emergono incongruenze piuttosto grossolane. All’inizio della stagione lo vediamo come un adolescente segnato dalla morte di Eddie Munson, una perdita che gli provoca una rabbia profonda e lo porta a scontrarsi con il liceo: Dustin continua a indossare la maglietta del Hellfire Club, il gruppo di Dungeons & Dragons visto dagli altri come una setta malefica più che come un gioco. Così lo ritroviamo, più maturo rispetto alla stagione precedente, impegnato a riabilitare il nome di Eddie, scontrandosi con la realtà scolastica, tanto da venire picchiato per le sue idee. Eppure, diciotto mesi dopo, durante il discorso al diploma, Dustin sfoggia con orgoglio la maglietta del Hellfire Club e viene applaudito da tutti. Cosa è successo? Come mai Dustin arriva a sostenere che il caos che ha colpito Hawkins sia stato positivo riuscendo a unire le persone? In definitiva, che cosa di così brutale è accaduto alla popolazione in questa quinta stagione da far cambiare così radicalmente l’atteggiamento collettivo, al punto che Dungeons & Dragons non è più percepito come qualcosa di diabolico, come avveniva all’inizio della serie? Questi sono solo alcuni dei buchi di trama presenti in questa stagione, sviste che lasciano perplessi: come del resto lascia perplessi l’assenza del Demogorgone dal pianeta in cui si trova Vecna e la sparizione nel Sottosopra — un vero e proprio wormhole interdimensionale — dei Demobats, creature divenute pericolosissime nella quarta stagione e qui inspiegabilmente evaporate. La presenza del Demogorgone e dei Demobats avrebbe dovuto costituire un ostacolo concreto per i protagonisti nel loro avvicinamento a Vecna; così non è stato.

Henry e i problemi di scrittura sul personaggio

Vecna è Henry Creel, un antagonista la cui profondità psicologica è stata ampliata fuori dallo schermo ma non adeguatamente integrata nella serie, e questo ha prodotto una narrazione frammentata che lascia aperti dubbi sulla sua cronologia e sulle sue motivazioni. La serie televisiva fornisce flashback e rivelazioni, ma molti dettagli chiave sull’origine, sui legami con la comunità di Hawkins e sulle fasi intermedie della sua vita sono stati affidati al prequel teatrale The First Shadow, un’opera che i creatori hanno dichiarato canonica ma che non è stata resa pienamente accessibile né integrata nello show televisivo. Questo approccio ha due effetti concreti: da un lato arricchisce il mondo narrativo per chi fruisce di tutti i materiali; dall’altro crea una frattura di comprensione per chi segue solo la serie, perché informazioni essenziali — come periodi in cui Henry sarebbe stato “fuori” dal laboratorio, incontri giovanili con figure che poi diventeranno adulte a Hawkins — restano parziali o implicite nella narrazione televisiva.

La conseguenza è che la cronologia di Henry appare incoerente se la si legge esclusivamente attraverso la serie: nelle stagioni precedenti la sensazione era che fosse divenuto adulto come soggetto del laboratorio, come 001, ma i nuovi inserti e i materiali collaterali mostrano momenti in cui lo si vede inserito nella vita sociale della città, perfino al liceo, senza che la serie spieghi chiaramente i passaggi che giustificherebbero questi spostamenti e senza mostrarlo effettivamente nell’interazione con tali ambienti.

Il paradosso del prequel è emblematico: The First Shadow aggiunge texture e scene che spiegano aspetti del passato di Henry, ma senza un ponte esplicito nella serie televisiva quelle informazioni restano per molti spettatori non integrate, trasformando chiarificazioni potenziali in nuove fonti di confusione. Per restituire coerenza al personaggio sarebbe servito un episodio‑ponte o una timeline ufficiale che ricomponesse i salti temporali e mostrasse, in modo narrativamente soddisfacente, come la detenzione, le manipolazioni del laboratorio e i periodi di vita civile si concatenino fino alla nascita di Vecna. Senza questo lavoro di integrazione, la mitologia espansa finisce per frammentare invece di chiarire, lasciando un villain affascinante ma narrativamente incompiuto oltre a porre il rischio di possibili incongruenze tra serie e piece teatrale. Cosa grave se i due prodotti sono entrambi canonici.

Arco dei personaggi: chi cresce e chi resta fermo

Non tutto il gruppo di protagonisti ha avuto, in questa quinta stagione, un arco narrativo capace di far evolvere interiormente i vari personaggi messi in scena. Parto da Mike Wheeler, figura che aveva un ruolo centrale nella prima e nella terza stagione ma che, col tempo, ha perso parte della sua rilevanza: la caratterizzazione è spesso risultata inefficace e, in più di un’occasione, il personaggio è apparso drammaturgicamente superfluo. Anche in questa quinta stagione, fatta eccezione per il finale post‑conflitto con Vecna, Mike non compie un’evoluzione soddisfacente e rimane spesso statico all’interno della vicenda. Situazione analoga per Undici: se non fosse per la scelta finale che compie, il suo arco in questo ciclo narrativo non presenta una crescita vera e propria; resta imprigionata nella propria rabbia contro Vecna, determinata a ucciderlo a ogni costo. Anche l’interpretazione di Millie Bobby Brown non sempre convince: l’espressione del personaggio tende a rimanere simile dalla 5×01 alla 5×08, con poche sfumature che ne arricchiscano il percorso.

Anche Finn Wolfhard non offre una performance pienamente convincente per gran parte della stagione, sebbene nel finale riesca finalmente a infondere al suo personaggio quel carisma che gli era mancato. Altri protagonisti risultano poco sviluppati: Lucas Sinclair è privo di una caratterizzazione significativa e di un ruolo definito, mentre Max Mayfield, fondamentale nella prima metà della stagione, non riceve un vero upgrade in termini di crescita personale nelle otto puntate complessive. Nonostante ciò, gli interpreti Caleb McLaughlin e Sadie Sink offrono performance di livello, spesso superiori a gran parte del cast.

Ai “grandicelli” del gruppo viene riservato un piccolo approfondimento caratteriale, ma nulla di veramente significativo fino allo scontro finale: solo dopo gli eventi conclusivi li vediamo più maturi e speranzosi verso il futuro. Va detto però che, complessivamente, attori come Natalia Dyer, Charlie Heaton, Joe Keery, David Harbour e Winona Ryder non offrono interpretazioni memorabili; tendono a reiterare atteggiamenti consolidati, sebbene Harbour risulti meno macchiettistico rispetto al passato.

I personaggi che mostrano la maggiore evoluzione in questo arco sono Dustin — nonostante i buchi di trama — che passa dall’essere un bambino a un giovane uomo confrontato con la rabbia, e Will, il personaggio più tratteggiato in questa stagione, dotato di un arco narrativo solido e coerente lungo tutte e cinque le stagioni, confermandosi uno dei punti di forza della serie. Noah Schnapp dimostra buone qualità interpretative, seppur inferiori rispetto ad alcune sue prove precedenti; l’attore che però spicca su tutti è Gaten Matarazzo, perfettamente a suo agio nel ruolo, pur tendendo talvolta a spingere un po’ oltre il registro comico.

Will Byers: da vittima a agente del Sottosopra

La storia di Will Byers è sempre stata al centro della mitologia di Stranger Things: la sua scomparsa nella prima stagione ha inaugurato la saga e la sua relazione con il Sottosopra è stata ritratta come una ferita profonda e persistente. Nella quinta stagione, però, la serie compie una scelta narrativa netta: Will non è più soltanto la vittima che subisce il mondo alternativo, ma diventa un agente in grado di interferire con esso, manifestando capacità che, per certi aspetti, ricordano quelle di Eleven e che gli permettono di giocare un ruolo decisivo nelle battaglie contro le creature del Sottosopra. Questa rivelazione è stata accolta come una svolta che chiude il cerchio narrativo, ma al tempo stesso solleva interrogativi sulla coerenza emotiva del personaggio.

Il problema principale non è tanto la novità in sé quanto il modo in cui viene introdotta: la serie tende a usare la scoperta dei poteri di Will come strumento per risolvere conflitti immediati, senza dedicare spazio sufficiente alla progressiva integrazione di quel trauma nella sua identità quotidiana. Will, che per quattro stagioni è stato il simbolo del trauma e della vulnerabilità, appare in certi momenti quasi “riabilitato” troppo in fretta, con poche scene che mostrino una terapia, una rielaborazione o un percorso di adattamento che renda credibile la sua nuova funzione narrativa da eroe. Questo crea una dissonanza: il pubblico percepisce la trasformazione come utile al plot ma non come il risultato di un lavoro psicologico coerente, a causa di eventi troppo frettolosi.

Un ulteriore elemento che alimenta il senso di incompletezza è la gestione della simbiosi stessa: la serie alterna momenti in cui la connessione di Will con il Sottosopra è centrale e minacciosa per lui a momenti in cui quella stessa connessione sembra attenuata o funzionale, senza regole esplicite che ne definiscano limiti e costi. Senza una spiegazione più chiara delle regole che governano la relazione tra Will e il Sottosopra, la sua capacità di intervenire contro Vecna rischia di apparire arbitraria, più utile alla sceneggiatura che radicata nella logica interna del mondo creato dagli autori. Per rendere la svolta credibile sarebbe servito maggiore spazio per mostrare le conseguenze a lungo termine: segni di stress post‑traumatico, relazioni che cambiano, o scene che illustrino come Will abbia imparato a modulare quella connessione.

In conclusione

La quinta stagione chiude il cerchio emotivo della serie con un finale che, per tono e intenzione, rispetta l’anima ottimista e comunitaria voluta dai creatori: un congedo agrodolce che rimanda ai primi istanti della storia e celebra il legame tra i protagonisti. Tuttavia, il percorso che conduce a quel congedo è segnato da scelte narrative discutibili, buchi di sceneggiatura e una gestione disomogenea degli archi dei personaggi che indeboliscono la tensione e la coerenza complessiva.

Note positive

  • Scelte tematiche che privilegiano l’ottimismo e la solidarietà del gruppo.
  • Alcune performance (Caleb McLaughlin, Sadie Sink, Gaten Matarazzo) di grande intensità.
  • La sequenza finale

Note negative

  • Scontro finale privo di pathos e tensione, troppo sbrigativo rispetto alle attese.
  • Gestione dei personaggi disomogenea: alcuni evolvono, altri restano statici o trascurati.
  • Scelte di scrittura che lasciano questioni irrisolte e opportunità mancate (morti, archi narrativi).
  • Integrazione del materiale canonico (prequel The First Shadow) confusa e poco organica.

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.7
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.