Tlamess recensione film

Tlamess (2019): Il film presentato al 25° Medfilm Festival

Tlamess locandina film

Tlamess

Titolo originale: Tlamess

Anno: 2019

Paese: Francia, Tunisia

Genere: Drammatico

Produzione: Exit Productions, Inside Productions, Madbox Studios, Still Moving

Distribuzione: Potemkine Films

Durata: 120 min

Regia: Alaeddine Slim

Sceneggiatura: Alaeddine Slim

Fotografia: Amine Messadi

Montaggio:  Ala Eddine Slim

Musiche: Mondkopf, Frédéric D. Oberland, Stéphane Pigneul, Jean-Michel Pires

Attori: Souhir Ben Amara, Abdullah Miniawy, Khaled Benaissa

Trailer di Tlamess

Trama di Tlamess

Dopo la morte di sua madre, un giovane soldato insediato nel deserto tunisino ottiene un permesso di una settimana. Non tornerà mai più e abbandonerà l’esercito. In fuga, viene inseguito dalla polizia in un quartiere popolare. Anni dopo, una giovane donna incinta sposata con un ricco uomo d’affari vive in una lussuosa villa nel mezzo di una foresta. Un giorno incontra per caso un uomo dall’aspetto strano. È l’ex soldato, ma adesso è diverso. Questo incontro segna l’inizio di una serie di eventi misteriosi, che coinvolgono l’ex soldato, la donna incinta e il futuro bambino.

Recensione di Tlamess

Spesso i cineasti orientali accusano la critica europea di guardare il loro cinema esclusivamente da un punto di vista contenutistico e di recepire novità e innovazioni dal punto di vista linguistico solo se provenienti da un certo cinema (francese, americano). Non so se questo sia il caso di Tlamess, opera seconda del già apprezzato regista tunisino Ala Eddine Slim (premiato a Venezia per il suo primo film di finzione The last of us), sicuramente però si può dire che è un film singolare e per certi versi spiazzante.

Il titolo è un termine dialettale tunisino che si può tradurre con sortilegio, originariamente avrebbe dovuto essere il titolo relativo a un’altra sceneggiatura, come dichiarato dallo stesso regista in occasione della proiezione in concorso al 25° Medfilm Festival. Questa notazione iniziale ci introduce nel mondo di Ala Eddine Slim e nel suo modo di pensare e filmare: pur partendo dalla scrittura, infatti, il regista, si lascia trasportare dalle proprie intuizioni e sensazioni creando una vera e propria esperienza sensoriale che forse non riesce sempre a ben governare. Il risultato di tale processo è ben visibile nel film che ne risente dal punto di vista narrativo con evidenti imperfezioni di sceneggiatura.

Inizialmente il film assume la forma di un thriller psicologico nel quale si vede la camera seguire incessantemente (o quasi) il protagonista e coglierne la lenta ma inesorabile trasformazione, la composizione del quadro riflette la narrazione e gli elementi architettonici sembrano intrappolarne i movimenti. D’altra parte le ottime riprese con il drone restituiscono ariosità e respiro fino all’implacabile e interminabile piano sequenza che chiude la prima parte richiamando alla memoria la fuga di Vincent Gallo (anche lì un soldato) in Essential Killing di Jerzy Skolimowski. Nella seconda parte il quadro cambia: la macchina da presa indugia sui riflessi, l’ambientazione si sposta nella natura abbandonando la città. L’incontro tra i due personaggi apre alla comunicazione e allo scambio per quanto particolari (non posso dirvi di più). Il finale enigmatico riscrive e scardina in qualche modo i concetti socialmente acquisiti di gender, famiglia e maternità.

Oltre al riferimento a Skolimowski di cui ho già detto, se ne possono trovare di altri, soprattutto Kubrick che viene citato in più di una sequenza e anche al precedente lavoro del regista stesso, in particolare la scena che chiude il film è la stessa di The last of us, un modo per affermare la continuità di tematiche (identità, erranza) e di visione che contraddistingue l’autore. Di notevole impatto e alto livello sono il sound design, le musiche originali di Oiseaux-Tempête e la fotografia.
Nel complesso è un film che si distingue per la particolarità dello sguardo e la deriva visionaria anche se non riesce a mantenere fino in fondo le promesse iniziali.

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