50 e 50 (2011): la malattia ha il volto di Joseph Gordon-Levitt

50 e 50 locandina

50 e 50

Titolo originale: 50/50

Anno: 2011

Nazione: Stati Uniti d’America

Genere: commedia, drammatico

Casa di produzione: Mandate Pictures, Relativity Media

Distribuzione: Eagle Pictures

Durata: 100 min

Regia: Jonathan Levine

Sceneggiatura: Will Reiser

Fotografia: Terry Stacey

Montaggio: Zene Baker

Musiche: Michael Giacchino

Attori: Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Bryce Dallas Howard, Anna Kendrick, Anjelica Huston, Philip Baker Hall, Serge Houde, Andrew Airlie, Matt Frewer, Donna Yamamoto, Sugar Lyn Beard, Yee Jee Tso, Sarah Smyth, Peter Kelamis, P. Lynn Johnson, Jessica Parker Kennedy

Trailer italiano di 50 e 50

50/50 è un drama-comedy diretto da Jonathan Levine, il quale affronta il tema del cancro affidandosi all’efficacia espressiva di un registro stilistico che oscilla tra un’ironica leggerezza e una profonda amarezza. Il regista statunitense racconta per il grande schermo l’incontro – scontro con la malattia – e con la sua sottile capacità di sconvolgere rapidamente la routine quotidiana – riuscendo a confezionare un prodotto filmico che intenerisce il cuore, senza risultare patetico e melenso. La pellicola, scritta da Will Reiser, ha ricevuto due nomination ai Golden Globe, nel 2012: una nella categoria di Miglior film musicale o commedia, e la seconda riservata all’attore Joseph – Gordon Levitt, candidato come Miglior attore in un film musicale o commedia.

Trama di 50 e 50

Adam (Joseph-Gordon Levitt) è un giovane giornalista radiofonico ventisettenne, che conduce una vita piuttosto regolare. Non ha grilli per la testa, come si suole dire. Rappresenta il perfetto prototipo del white good guy americano senza macchia. Non fuma, non beve, non guida – perché, a detta sua, è una delle più frequenti cause di morte – ha un’avvenente fidanzata, Rachael (Bryce Dallas Howard), artista di poco talento con cui convive da anni, e un migliore amico, Kyle (Seth Rogen), scapolo incallito che lo accompagna quotidianamente a lavoro e in giro, durante il tempo libero. La sua esistenza viene improvvisamente scombussolata a causa della scoperta – del tutto causale – di una rara forma di cancro che colpisce la colonna vertebrale. Appresa la notizia, Adam, come da routine, sostenuto dalla famiglia e da Kyle, inizia a seguire un ciclo di chemioterapia, con la speranza di riuscire a sconfiggere la malattia.

Recensione di 50 e 50

Niente di speciale o di originale la trama di 50 e 50, eppure, a fine visione, si ha la sensazione di aver speso una piacevole ora e quaranta del nostro tempo. Forse perché, a volte, bastano poche idee, ma efficaci, per far sì che una pellicola – o meglio – una storia lasci una qualche traccia a chi sta dietro lo schermo. L’arma vincente dell’opera diretta da Levine risiede proprio nella asciuttezza e semplicità del dettato cinematografico, lontano, nella sua struttura complessiva, da patetismi triti e ritriti e facili sentimentalismi. C’è un personaggio, un uomo tendenzialmente comune, privo di particolari qualità, che scopre di essere malato e che, di rimando, senza abbandonarsi a una disperazione senza scampo, si assume con compostezza l’onere di rispondere all’avvento di un imprevisto non programmato.  

Adam, con il sostegno di Kyle, si rasa i capelli prima dell'inizio della chemio - 50  e 50
Adam, con il sostegno di Kyle, si rasa i capelli prima dell’inizio della chemio – 50 e 50

Così, lo spettatore non incapperà in scene e sequenze narrative strappalacrime, in cui si enfatizza il peso insopportabile di una malattia logorante, si evidenzia l’amore incondizionato degli affetti circostanti, o dove, magari, si inizia a compiere un nostalgico bilancio delle meravigliose e sane esperienze vissute fino a quel momento di rottura. Al contrario, quello che si vede, e che regista e sceneggiatore, insieme, scelgono di far vedere, è un’altra – forse meno frequente – modalità di reazione alla scoperta del cancro. Una reazione, per quanto possibile, logica e misurata, in cui si affronta la bestia nera attraverso la lente dell’oggettività, della concretezza, e dell’onestà di pensiero, da non confondere con il grigio spirito della rassegnazione.  

Adam non è rassegnato, quanto, piuttosto, realista. È uno che sta con i piedi ben saldati a terra e che – attraversato da emozioni contrastanti sempre taciute – pretende che si chiamino i fatti con il proprio nome. Ergo, vuole guardare in faccia la realtà. Non vuole illudersi di guarire e, soprattutto, desidera sottrarsi a quella retorica buonista che intende, per forza, addolcire una pillola che non può essere affatto addolcita. Significativo è, a tal proposito, uno dei vari dialoghi intessuti con la psicoterapeuta Katherine (Anna Kendrick), durante il quale il giornalista afferma, con estrema lucidità e consapevolezza, di sentirsi prossimo alla morte, e che, di conseguenza, a nulla servono le rassicuranti parole di conforto tramite cui la sua interlocutrice cerca, invano, di risollevargli il morale.

Adam e Katherine in una scena di 50 e 50
Adam e Katherine in una scena di 50 e 50

Quel realismo, compostezza ed equilibrio interiore di cui Adam si serve per affrontare al meglio il decorso della malattia, le giornate di chemio, la stanchezza fisica, sono, in fin dei conti, armi di difesa necessarie. Una corazza allestita nei minimi dettagli per non cedere alla tentazione del baratro. Un baratro che il protagonista sfiora di striscio, senza, però, cadervi mai, mostrando un carattere e una tenacia ravvisabili proprio nella sua capacità di evitare la discesa agli inferi del dolore. Adam, anche da malato, prova a vivere la stessa vita di prima, senza lamentarsi e aprendosi anche alle genuinità di nuove – inedite – amicizie. Solo in un caso, sembra cedere al fascino della disperazione, nelle ore che precedono l’intervento che segnerà per sempre il corso della sua esistenza. Si tratta, di fatto, dell’unica parentesi narrativa in cui si avverte una profonda tensione emotiva, capace di ravvivare la sostanza generale della sceneggiatura. È in questo frangente che, infatti, la corazza, si rompe: Adam tira fuori tutto quello che ha dentro, e noi, spettatori, tocchiamo con mano, per la prima volta, la sua paura di non farcela.

Ed è sempre in questa fase cruciale della storia che, con delicatezza e naturale spontaneità, affiorano i barlumi dell’amore. Sì – starete pensando – ecco spiattellata la solita stereotipata relazione tra dottore e paziente. In effetti, potrebbe essere considerato in questi termini l’affetto nascente tra Adam e Katherine, ma, contro ogni aspettativa, il regista non ci mostra il consumarsi appassionato del canonico happy handing. È una scelta filmica intelligente, che, pur scontrandosi con l’insoddisfazione di uno spettatore affezionato alle accomodanti romanticherie, abbatte il cliché sul nascere. Alla fine dei giochi, dunque, quando ogni cosa sembra risolversi per il meglio e la malattia diventa un brutto ricordo, il sipario cala sul più bello. Su un irresistibile sguardo d’intesa. Sullo start di un appuntamento intimo di cui non è difficile immaginare la fine, che apre a un nuovo inizio. E va bene così.

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Fotogramma di 50 e 50

In conclusione

Levine realizza un prodotto filmico autentico, non scontato, che racconta la malattia con profondo spirito di autenticità, mettendo in campo una regia scolastica, essenziale, priva di virtuosismi tecnici, e che riflette con efficacia quella stessa essenziale umanità dei personaggi che si muovono sulla scena. Uno, in particolare: Joseph Gordon Levitt, in perenne stato di grazia.  

Note positive

  • L’interpretazione di J.G. Levitt
  • La regia in grado di far trasparire la crudezza della malattia

Note negative

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