RECENSIONE DI AKIRA
Akira, scritto e diretto da Katsuhiro Otomo a partire dal suo stesso manga, merita più di molti altri film d’animazione provenienti dal Sol Levante (Miyazaki compreso, ed è tutto dire) l’appellativo di capolavoro artistico che trascende i generi. Basta solo il sontuoso prologo dall’estetica cyberpunk alla Blade Runner del film per essere catturati da un comparto tecnico mastodontico e ipnotizzante.
Il budget da miliardi di yen è visibile in ogni fotogramma, nella cura maniacale per gli sfondi decadenti di Neo-Tokyo, che per quanto disegnata trasporta veramente in un opprimente clima di colossali grattacieli e luci al neon.
TRAMA DI AKIRA
Tokyo, 1989. Un’esplosione nucleare ha raso al suolo la città e dato inizio alla Terza Guerra Mondiale. Trent’anni dopo la metropoli nipponica è stata ricostruita ma ormai è consumata dal degrado urbano, tra violente gang di motociclisti adolescenti e abusi di potere militari.
La banda capeggiata da Kaneda entra in contatto con uno strano ragazzo dall’aspetto senile: Tetsuo, il più giovane membro della gang investe con la sua moto il bambino (rimasto inspiegabilmente illeso), e viene portato via senza spiegazioni dai militari.
Kaneda, infiltratosi tra i ranghi di un’organizzazione di vigilantes antigovernativi, cerca di scoprire che ne è stato dell’amico…


ANALISI DI AKIRA
La fluidità dell’animazione e l’amalgama indistinguibile di avveniristica CGI e tecniche di animazione tradizionale in 2D rasentano una perfezione superiore persino a molti classici Disney usciti negli anni successivi. Le musiche di Shoji Yamashiro fondono abilmente sonorità primordiali a motivi provenienti direttamente dalla corrente synth-wave in gran voga in quegli anni.
Il sorprendente balletto di musica e movimento accresce il fascino sensoriale straniante di un film le cui tematiche (oltre a quelle di denuncia nei confronti dei fascismi e della violenza giovanile che ricordano Arancia meccanica) toccano il teologico.
La regia di Otomo è magistrale, già a partire dallo splendido delirio gore di esplosioni, inseguimenti, e scazzottate tra motociclisti gestito con gran sensibilità sia per la chiarezza dell’azione oltre che per l’esibizione delle grandi innovazioni tecnologiche che il film intendeva sdoganare.
Il crescendo apocalittico del film è grandioso. Violenza fisica e fantascienza horror sono amalgamate in un cocktail selvaggio mozzafiato che turba fin dentro le viscere senza fronzoli. In particolare, l’ormai celebre scena dell’allucinazione di Tetsuo è innegabilmente tra le cose più disturbanti e malate mai partorite dal cinema giapponese tout court, già di suo folle e delirante.
Il secondo atto può invece risultare più ostico, e la scelta di Otomo di fare il film prima di ultimare il manga omonimo non è stata molto saggia, però anche il ritmo lento e l’ambiguità di fondo di questo secondo tempo sono entrate in pieno diritto nel fenomeno culturale creato da questo film, e non sono di certo da considerarsi come difetti.
E poi c’è la digressione puramente fantascientifica della mutazione, storia del cinema degli eccessi che fa apparire i deliri di carne cronenberghiani acqua di rose, che serve a Otomo per introdurre lo spettatore a un finale mastodontico e marcatamente filosofico che nella sua ambiguità e nelle sue poliedrica varietà di piani di lettura e critiche sociali è tranquillamente accostabile, senza paura alcuna di star esagerando nel farlo, a quello del kubrickiano 2001: Odissea nello spazio.
Un film gigantesco, imperdibile per ogni cinefilo, che dimostra una volta in più il valore del grande cinema d’animazione.
NOTE POSITIVE
- Le tecniche di animazione.
- Il sottotesto filosofico.
- La colonna sonora.
NOTE NEGATIVE
- Qualche eccesso di astrazione che non toglie la sensazione di aver assistito a un capolavoro.

