Paris, Texas (1984): il viaggio dell’anima

Recensione, trama e cast del film diretto da Wim Wenders, Paris, Texas. Un film drammatico, ritenuto un'opera meravigliosa del cineasta tedesco.
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Locandina Paris, Texas (1984)

Paris, Texas

Titolo originale: Paris, Texas

Anno: 1984

Nazione: Germania Ovest, Francia, Regno Unito

Genere: drammatico

Casa di produzione: Road Movies Filmproduktion, Argos Films

Distribuzione italiana: Nexo Digital

Durata: 147 min

Regia: Wim Wenders

Sceneggiatura: Sam Shepard, Kit Carson

Fotografia: Robby Müller

Montaggio: Peter Przygodda

Musiche: Ry Cooder

Attori: Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski, Dean Stockwell, Aurore Clément, Hunter Carson, Bernhard Wicki

Trailer di Paris, Texas

“Paris, Texas” è un film del 1984 diretto da Wim Wenders, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes nello stesso anno. La pellicola è stata inserita nella lista dei 100 migliori film del XX secolo, rilasciata dall’American Society of Cinematographers.

Trama di “Paris, Texas”

Walt riceve una strana chiamata che lo avvisa che suo fratello maggiore Travis, dato per scomparso da quattro anni, è in uno stato confusionale in un piccolo ospedale di un paesino del Texas del Sud. Walt parte per riportarlo a casa ma trova il fratello chiuso in un mutismo assoluto. Durante il lungo viaggio Travis ritrova finalmente la parola e dice di aver comprato anni prima un lotto di terreno a Paris in Texas, luogo dove la madre gli rivelò d’esser stato concepito. Giunti a casa di Walt, Travis incontra suo figlio Hunter, ormai di otto anni: il piccolo, nonostante chiami mamma e papà i suoi zii, è ben conscio di chi sia il suo vero genitore. Dopo aver scoperto degli indizi su dove potrebbe risiedere la mamma del bambino, anch’essa sparita da quella notte di quattro anni prima, Travis decide di condurre Hunter con sé alla ricerca della donna.

Fotogramma di Paris, Texas
Fotogramma di Paris, Texas

Recensione di “Paris, Texas”

“Io era spaventato nel ritrovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo.
Io mi sentivo come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla.”


(Leopardi, Zibaldone 85)

Parigi non è soltanto il nome della magica capitale d’Oltralpe. In Texas, infatti, c’è una città di oltre ventimila abitanti che porta lo stesso nome. Ed è proprio in questo luogo di completa omonimia che prende vita la genesi di “Paris, Texas”.

Capolavoro emozionale di rara intensità, “Paris, Texas” è un road movie dell’anima che segue un uomo alla ricerca di un possibile futuro riparatore per gli errori del passato. Con una manciata di personaggi realistici nella loro dolente umanità, Wim Wenders traccia un percorso registico di grande fascino che sfrutta sia la bellezza del paesaggio americano che la struttura logistica delle scene in campo chiuso. Si tratta di un progetto partorito dal geniale cineasta tedesco basandosi su una sceneggiatura dell’attore Sam Shepard (che tornerà a collaborare vent’anni dopo con Wenders, questa volta anche come attore oltre che per lo script, in ”Non bussare alla mia porta”) e che ha raccolto premi e nomination in vari festival conquistando il cuore dei cinefili di ogni dove. Merito anche delle azzeccate scelte di casting che, oltre a vedere due caratteristi d’eccezione quali Harry Dean Stanton e Dean Stockwell, vantano anche l’affascinante presenza della bellissima Nastassja Kinski.

Wenders si concentra sulla storia e sui personaggi con un tocco fine e delicato che non straborda mai in eccessi ma riesce a catturare con superba maestria la potenza dei sentimenti, dei rimorsi e dei rimpianti su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Un dramma melanconico che strugge ma libera al contempo in un’evoluzione narrativa che si prende i suoi giusti tempi con un tocco di regia virtuoso ma mai fine a se stesso. Gli spazi infiniti del deserto americano, attraversati da un vagabondo in chiaro stato confusionale, sono l’inizio folgorante di “Paris, Texas”, che gioca da subito la carta dello spaesamento e del contrasto. La camera inquadra rocce, cieli e orizzonti stabilendo una geografia interiore: questi luoghi non sono semplici sfondi ma indizi rivelatori di uno stato dell’anima. Travis (Harry Dean Stanton) li attraversa alla ricerca del proprio luogo d’origine, tabula rasa di memoria e linguaggio. Là dove è la nascita di tutte le cose, lì si compie anche la loro dissoluzione, in un viaggio che è principalmente dimenticarsi di sé e imparare a guardare il mondo.

Ma “Paris, Texas” nella seconda parte diventa un atto di contrizione, una consapevolezza che si trasforma in espiazione. Ritornato in sé, venendo a contatto con Hunter, il figlio perduto, Travis ne assume la purezza dello sguardo. Esemplare la scena di padre e figlio che si copiano le camminate ai lati opposti della strada: in quel campo – controcampo risiede tutta la magia di un cinema che svela il segreto del sentimento nascente. Wenders pone la macchina da presa ad altezza bambino e viaggia da Los Angeles ad Houston con questo particolare punto di vista: le insegne al neon, i tramonti rosso fuoco, le nuvole basse. Tutto è visto come se fosse la prima volta. L’utilizzo delle lenti bifocali pone in primo piano contemporaneamente paesaggio e volto, sottolineando l’importanza dell’elemento naturale sulla mutazione dell’espressione umana. Jane (Nastassja Kinski) è la madre dimenticata, la moglie traditrice. Il regista, in maniera geniale, mette Travis e Jane uno di fronte all’altro, separati da una parete di vetro trasparente che consente all’uomo di potere osservare senza essere visto.

Nell’ultimo confronto, è la voce umana a prendere il sopravvento e il dialogo è realistico, fatto di ammissioni e di accuse, di consapevolezza e perdono, di vigliaccheria ed eroismo. Ed è sempre nel finale che ci si rende conto dell’impossibilità reale di riconquistare il proprio sé, ormai disperso in mille brandelli lontani; è qui che si prende atto dell’immaterialità di quell’orizzonte infinito, impossibile da raggiungere se non nella condizione del sogno, che aveva consentito la speranza in una risoluzione pacifica della frattura, ma che svanisce ogni qualvolta si tenti di afferrarlo. Perché a volte non si fa altro che dipingere le cose e le persone come le si vuole vedere. E proprio tale idealizzazione risulta distruttiva, quando emergono caratteri contrastanti con tale percezione, comprendendo la vera natura delle cose. L’idealizzazione complica i rapporti. Eppure quei sentimenti erano veri, seppur per la persona sbagliata, di cui si aveva un’opinione diversa.

Fotogramma de Paris, Texas
Fotogramma de Paris, Texas

In conclusione

“Paris, Texas” è un’esperienza emotiva, dove lo spazio è il riflesso dello stato interiore dei personaggi e dove il viaggio, inteso come rapporto tra spazio e tempo, ha una funzione catartica. Un viaggio di redenzione attraverso cui si realizza l’espiazione del protagonista, nel tentativo di ricucire uno strappo del passato a cui ormai non vi è più rimedio, preservando la memoria di bei momenti ormai trascorsi.

Note positive

  • Regia
  • Fotografia
  • Tematica

Note negative

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Erika Quartucci
Erika Quartucci

Laureata in Scienze linguistiche, Università Sapienza di Roma. Studio subtitling e traduzione audiovisiva. Collaboro per il Festival del Cinema Italiano di Lisbona. Credo da sempre in Fellini, vorrei vivere in un film di Terry Gilliam.

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