Emanuele Crialese parla del suo film L’immensità – Venezia ’79

Dal 15 settembre 2022 arriva al cinema, per Warner Bros, L’immensità, film in concorso alla 79.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, per la regia di Emanuele Crialese, che nel 2006 aveva ottenuto con Nuovomondo, il Leone d’argento Rivelazione a Venezia ’63. Nel lungometraggio spicca anche Penelope Cruz.

È un lavoro sulla memoria, un lavoro sull’autobiografia?

Sì, è sicuramente un lavoro sulla memoria. È un lavoro sull’autobiografia… credo sia importante iniziale dicendo che il personaggio di Adriana è nessuno. Si è ispirato alla mia infanzia, alla mia storia, chiaramente trasfigurata. Ho cercato una chiave che potesse non essere autoreferenziale ma ho cercato di fare, come in ogni mio film, di rappresentare in chiave un po’ più universale dei temi che mi stanno molto al cuore come l’emigrazione, io arrivo da lì. L’immigrazione di un anima che può essere anche una transizione, un movimento che facciamo da uno stato all’altro e quel movimento, per me, è un movimento molto importante e che tutti noi facciamo. Sono temi a me molto cari e in questo film li ho ripresi in una chiave un pochino più autobiografica, sicuramente.

L’immensità è il film che inseguo da sempre: è sempre stato “il mio prossimo film”, ma ogni volta lasciava il posto a un’altra storia, come se non avessi ancora raggiunto la giusta maturità e quindi non mi sentissi mai abbastanza pronto. È il mio film più personale, un viaggio nella memoria attraverso ricordi, a volte nitidi a volte sbiaditi, e impressioni di un tempo passato, rivisitati e rielaborati dall’esperienza di oggi.

Photocall - L'IMMENSITA' (IMMENSITY) - Emanuele Crialese and Penélope Cruz (Credits La Biennale di Venezia - Foto ASAC, ph G. Zucchiatti)
Photocall – L’IMMENSITA’ (IMMENSITY) – Emanuele Crialese and Penélope Cruz (Credits La Biennale di Venezia – Foto ASAC, ph G. Zucchiatti)

La pellicola parla anche del privilegio di essere un uomo, poiché il mondo è governato dagli uomini quindi mi chiedo se potrebbe parlarci di più del suo ruolo di persona che racconta storie dal punto di vista maschile.

Al centro dei miei film c’è spesso una famiglia, quasi sempre frammentata, problematica, disfunzionale persino. Credo che L’immensità rappresenti un po’ il “culmine” di un discorso che affronto da tempo, di un’indagine su un tipo di famiglia che non riesce a offrire protezione, dove i figli non trovano sicurezza, dove manca l’amore coniugale, la complicità e la maturità nelle figure di riferimento. L’immensità non è un film solo sull’identità di genere, né credo si possa “tematizzare” quella complessità che è invece carne viva, che riguarda ciascuno e ciascuno a suo modo, senza doverla – né poterla – ridurre a un tema. La pellicola parla anche del privilegio di essere un uomo, poiché il mondo è governato dagli uomini quindi mi chiedo se potrebbe parlarci di più del suo ruolo di persona che racconta storie dal punto di vista maschile.

Com’è andato il cast e la ricerca dei piccoli attori?

La ricerca dei miei piccoli interpreti è stata molto lunga. I bambini di oggi hanno uno sguardo, un rapporto con la realtà molto diverso dai bambini dei miei ricordi, dal bambino che ero io. Oggi i bambini chiedono una relazione più paritaria con il mondo degli adulti. Sono più partecipativi, le loro opinioni vengono ascoltate e sollecitate con più attenzione. I bambini dei miei ricordi amavano stare tra loro, raramente partecipavano alle interazioni tra adulti. In qualche modo gli adulti restavano adulti e i bambini potevano tranquillamente fare ed essere bambini. Dopo aver lungamente e invano cercato i miei protagonisti nella Capitale, ho deciso di provare a cercare nelle zone di provincia, quelle vicino al mare o alla campagna. Ed è lì che ho trovato i miei piccoli attori, che sono bambini meno urbanizzati, che vivono a contatto con la natura, lontani dai telefonini e quindi più “naturalmente” credibili come bambini degli anni Settanta.

La ricerca di Adri mi ha portato a riflettere sull’opportunità o meno di trovare una bambina che non si riconoscesse nel proprio genere. Dopo diversi incontri è stato evidente che si poneva un problema che, in modo diverso, avevo già dovuto affrontare in passato: l’esperienza di un set, la rappresentazione di sé stessi è un detonatore che esplodendo può disorientare e sconvolgere la vita di un adolescente. Scegliendo una bambina che vive realmente quella condizione avrei rischiato di “forzare” un processo che ha bisogno di un tempo per definirsi, avrei rischiato di contaminare o accelerare il naturale corso degli eventi interferendo nel suo processo d’identificazione così delicato in quell’età della vita. Quindi ho semplicemente deciso di cercare Adri tra le bambine appassionate di sport più “maschili”. Luana è una campionessa di motocicletta e gareggia nel circuito Super Moto: compete con i maschi. In questo sport non si fanno differenze di genere, ci vuole solo tanta grinta e tanto coraggio, due doti necessarie per interpretare il personaggio di Adri.

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