Flesh and Fuel (2026). Un road movie queer che si perde per strada. Cannes 79 La Semaine de la Critique

Recensione, trama, cast del film Flesh and Fuel (2026) di Pierre Le Gall, presentato al Festival di Cannes - Settimana della Critica 2026.

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Immagine del film al momento non disponibile per motivi di copyright - L'occhio del cineasta
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Flesh and Fuel

Titolo originale: Du Fioul dans les artères

Anno: 2026

Nazione: FranciaPolonia

Genere: drammaticosentimentale

Casa di produzione: Ex Nihilo; Lumisenta Film Foundation

Distribuzione italiana: Pan Distribution

Durata: 91 minuti

Regia: Pierre Le Gall

Sceneggiatura: Pierre Le Gall, Camille PertonMartin Drouot

Fotografia: Antoine Cormier

Montaggio: Xavier Sirven

Musiche: Paul Sabin

Attori: Alexis ManentiJulian SwiezewskiArmindo Alves de Sa

Trailer di “Flesh and Fuel”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Du Fioul dans les artères segna l’esordio nel lungometraggio di Pierre Le Gall, autore che negli ultimi anni si è fatto notare nel circuito dei cortometraggi europei. Il film viene presentato in Special Screening alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2026. Una realtà quella di Cannes non nuova all’autore, che era già arrivato alla Croisette nel 2024 in qualità di cosceneggiatore del cortometraggio animato Les belles cicatrices (2024).

La produzione è una collaborazione tra Ex Nihilo e Lumisenta Film Foundation, realtà che operano da tempo nel cinema d’autore europeo e che qui sostengono un progetto costruito su ambienti industriali, dinamiche lavorative e rapporti umani trattenuti.

Nel cast spicca Alexis Manenti, già vincitore del Premio César come miglior promessa per Les Misérables (2019), affiancato da Julian Świeżewski, presenza costante nel cinema polacco contemporaneo, e da Armindo Alves de Sa, interprete emergente proveniente dal circuito indipendente, già presente in Silenzio! (2024) di Teddy Lussi-Modeste.

La prima proiezione mondiale è avvenuta a Cannes il 16 maggio 2026. La distribuzione è affidata a Pan Distribution, con un’uscita nei circuiti d’essai ancora da definire per l’Italia.

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Trama di “Flesh and Fuel”

Étienne trascorre le sue giornate alla guida del camion, seguendo rotte che attraversano confini e zone industriali sempre uguali a se stesse. Durante uno dei suoi viaggi incontra Bartosz, un autista polacco con cui inizia un rapporto basato sull’attrazione fisica e sulla quotidianità condivisa, con lunghi spostamenti scanditi da soste e ripartenze. La relazione tra i due si costruisce attraverso gesti misurati, conversazioni spezzate e un’intimità che cresce senza bisogno di essere definita.

Parallelamente, Étienne deve fare i conti con il ritorno in un ambiente familiare che aveva lasciato sospeso, tra responsabilità rimaste in attesa e legami che chiedono di essere affrontati. Il film segue il suo percorso mentre cerca di orientarsi tra il lavoro, le distanze accumulate e un sentimento che prende forma con naturalezza, senza forzature né dichiarazioni. Un amore che deve attraversare il tormento di Étienne e la sua lenta, necessaria fase di risoluzione identitaria.

Recensione di “Flesh and Fuel”

Il regista Pierre Le Gall porta in pellicola una rappresentazione del suo sogno di vivere per le strade. È qui che emerge la volontà dell’autore di raccontare la vita in viaggio, più che la vita dei personaggi, come se il mondo attraversato avesse un peso maggiore delle dinamiche intime che li riguardano. L’autore costruisce Flesh and Fuel come un viaggio continuo, un attraversamento di spazi urbani e industriali che diventano il vero corpo del film.

La regia sembra trovare la sua identità proprio nel movimento: nei percorsi autostradali, nelle aree di sosta, nei tratti ferroviari che scorrono come un paesaggio ininterrotto. La componente queer, pur presente, viene progressivamente assorbita dalla struttura del road movie, che finisce per fagocitare la storia d’amore e relegarla a un ruolo secondario.

Una relazione che non riesce mai a prendere forza

Il rapporto tra Étienne e Bartosz nasce da un incontro casuale e da un’attrazione immediata, ma la regia sembra non voler approfondire davvero la natura di questo legame. Le scene di sesso, costruite su saturazioni rosse o blu e su una penombra costante, risultano più estetizzanti che narrative: non aggiungono complessità ai personaggi, né chiariscono la dinamica che li unisce. Le Gall preferisce sorvolare sull’aspetto più scomodo per concentrarsi su un affetto più facile da far accettare al pubblico mainstream.

L’incontro iniziale in un parchetto vicino all’area di sosta, luogo di battuage, suggerirebbe una carnalità più diretta, ma il film la smorza subito, lasciando che gli sprazzi erotici successivi perdano significato e non dialoghino con l’incipit. L’ossessione di Étienne verso Bartosz rimane così poco definita, come se la sceneggiatura non trovasse un motivo convincente per giustificare l’intensità del sentimento che dovrebbe guidare il protagonista.

Eppure, nel cinema francese c’è Théo et Hugo dans le même bateau (2016), di e con Olivier Ducastel e Jacques Martineau, un esempio lampante di film in cui la promiscuità porta a un legame emotivo ed introspettivo più irriverente, e forse proprio per questo più reale. ma ci sono altri esempi, come l’inglese Weekend (2011) di Andrew Haigh.

Figure familiari ridotte a dispositivi normalizzanti

L’inserimento del giovane collega di Étienne, interpretato da Armindo Alves de Sa, appare funzionale a un unico scopo: rappresentare un’accettazione spontanea dell’omosessualità del protagonista. Il gesto del collega che gli affida il figlio appena nato è il culmine di questa linea narrativa, ma rimane un momento isolato, più simbolico che organico.

Lo stesso vale per la madre e la sorella di Étienne: la prima delinea una figura ingombrante mentre a seconda è la parte solidale. Entrambe queste figure non trovano un reale spazio di sviluppo mentre finiscono per assodarsi in facili stereotipi oramai obsoleti. Sono presenze che servono a definire il contesto familiare, non a incidere sul percorso emotivo del protagonista o a una sua esposizione.

Una regia che smarrisce la propria direzione

Le Gall dimostra una sensibilità particolare nella rappresentazione dei paesaggi, soprattutto quando si affida ai campi lunghi per restituire la vastità degli spazi attraversati. Le sequenze in autostrada o in treno sono tra le più suggestive del film: mostrano un mondo ancora selvaggio, fatto di infrastrutture e margini, che il regista sembra voler elevare attraverso uno sguardo capace di trovare bellezza anche nei luoghi più anonimi. In questo senso, alcune scelte visive possono richiamare, per assonanza, il cinema sociale di Ken Loach, pur senza condividerne la radicalità politica – se lo vuole fare, allora non ci riesce.

La prima metà del film è costruita con coerenza: ritmo, spazi, movimenti e silenzi lavorano insieme. Nella seconda parte, però, la regia sembra perdere direzione, soprattutto quando la storia sentimentale prende il sopravvento. La crisi tra i due protagonisti nasce in modo pretestuoso, quasi meccanico, come se fosse necessaria per arrivare a un finale che punta a un lieto fine sentimentale ma risulta prevedibile e poco incisivo. L’autore non riesce a conciliare la dimensione romantica con quella del viaggio, lasciando che la prima indebolisca la forza visiva della seconda.

Interpretazioni trattenute e corpi reali

Alexis Manenti interpreta Étienne come un uomo imprigionato in una gabbia emotiva che la sceneggiatura non gli permette mai davvero di rompere. Anche nel finale, quando dovrebbe emergere una maggiore libertà, il personaggio rimane trattenuto, quasi bloccato.

Julian Świeżewski ha un ruolo più semplice, ma lo porta sullo schermo con naturalezza, restituendo un Bartosz credibile e misurato. Entrambi gli attori hanno fisicità normali, lontane dall’estetica patinata spesso associata alla rappresentazione queer contemporanea, e questo è uno degli aspetti più onesti del film.

Il montaggio di Xavier Sirven segue il ritmo del road movie, alternando momenti più distesi a passaggi più serrati. La fotografia di Antoine Cormier è accurata, ma le saturazioni di colore — rosso, blu, talvolta verde — sembrano scelte più per una esigenza estetica che per coerenza narrativa. La musica di Paul Sabin si perde spesso nel flusso delle immagini, mentre il sonoro, soprattutto nei contesti urbani e industriali, è registrato con precisione e contribuisce a definire l’ambiente.

In conclusione

Flesh and Fuel è un film che trova la sua forza nei paesaggi attraversati e nella dimensione del viaggio, ma fatica a dare profondità alla storia sentimentale che dovrebbe sostenerlo. La regia di Pierre Le Gall mostra intuizioni interessanti, soprattutto nella prima parte, ma perde identità quando tenta di conciliare il road movie con un racconto romantico che rimane poco sviluppato. Rimangono le immagini, i movimenti, gli spazi: elementi che funzionano più della trama e che suggeriscono un autore ancora in cerca della propria forma definitiva.

Per assonanza, ricordo En el camino (2025), film messicano di David Pablos vincitore della sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia 2025. Anche in questo caso ci troviamo davanti a un road movie, con una storia queer d’amore coraggiosa e ben contestualizzata.

Note positive

  • Paesaggi industriali ben rappresentati
  • Montaggio incalzante

Note negative

  • Scene di sesso usate per baiting
  • Mancato approfondimento dei personaggi

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Musiche
Interpretazioni
Emozioni
SUMMARY
2.2
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Renato Soriano
Renato Soriano

Mi occupo di spettacolo ed eventi culturali dal lontano 1991. Nasco come attore per diventare poi regista e autore teatrale. I miei studi mi hanno portato a specializzarmi verso la rappresentazione omonormativa nel cinema, italiano e non. Inoltre, sono ideatore del progetto TeatRealtà, legato alla consapevolezza delle nuove tecnologie usando il teatro come realtà.