Gioia mia (2025): tornare bambini per custodire il tempo

Recensione di Gioia mia di Margherita Spampinato, un film sull’infanzia, le tradizioni e il valore dei legami tra generazioni.

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Gioia mia (2025) - Credit. Fandango - Immagine ricevuta dall'ufficio stampa del film
Gioia mia (2025) – Credit. Fandango – Immagine ricevuta dall’ufficio stampa del film

Gioia mia

Titolo originale: Gioia mia

Anno: 2025

Nazione: Italia

Genere: Drammatico

Casa di produzione: Yagi Media, Gianluca Arcopinto, Claudio Cofrancesco, Paolo Butini, Ivan Caso, Filippo Barracco

Distribuzione italiana: Fandango Distribuzione

Durata: 90 minuti

Regia: Margherita Spampinato

Sceneggiatura: Margherita Spampinato

Fotografia: Claudio Cofrancesco

Montaggio: Margherita Spampinato

Musiche: Alice Zecchinelli

Attori: Marco Fiore, Aurora Quattrocchi, Camille Dugay Comencini, Martina Ziami, Clara Salvo, Renata Sajeva, Concetta Ingrassia, Giuseppina Cardella, Giuseppina Cammareri, Gaspare Gruppuso

Trailer di “Gioia mia”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Gioia mia segna l’esordio alla regia di Margherita Spampinato, prodotto da Yagi Media in associazione con Gianluca Arcopinto, Claudio Cofrancesco, Paolo Butini, Ivan Caso e Filippo Barracco. Il film è stato presentato con successo in importanti appuntamenti festivalieri, tra cui il 78° Festival di Locarno, dove ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria – Cine+ e il Pardo per la migliore interpretazione femminile ad Aurora Quattrocchi. Ha debuttato nelle sale italiane l’11 dicembre 2025 distribuita da Fandango.

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Trama di “Gioia mia”

Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All’improvviso viene strappato al suo mondo “del nord” per passare un mese d’estate in Sicilia, in compagnia di un’anziana zia, Gela. A casa della donna non c’è il wifi né l’aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l’adorabile cagnolino Frank, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti all’ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune.

Recensione di “Gioia mia”

Con Gioia mia Margherita Spampinato esordisce alla regia scegliendo un racconto ambientato in Sicilia e costruito attorno all’incontro-scontro tra Nico, un bambino cresciuto nella modernità, e Gela, la zia che lo accoglie durante un’estate lontano da casa. Il film segue la loro convivenza forzata, fatta di regole, rituali e incomprensioni, in un contesto dove il tempo sembra muoversi secondo leggi diverse da quelle a cui Nico è abituato. Senza cercare l’evento o il conflitto spettacolare, Spampinato affida la narrazione ai dettagli, ai gesti quotidiani e a una dimensione domestica che diventa spazio di confronto tra generazioni. Questa scelta è apparentemente semplice, ma in realtà tutt’altro che scontata: raccontare l’infanzia non come territorio della scoperta, bensì come luogo della memoria. Il film non osserva Nico soltanto mentre cresce, ma mentre viene lentamente riportato indietro, verso un tempo che non è più il suo e che forse non esiste più. È qui che Gioia mia trova il suo punto di forza, nel mettere in scena una regressione emotiva che diventa cura.

Il rapporto tra Nico e la nonna Gela si costruisce attraverso lo scontro, ma anche attraverso una ritualità che richiama un cinema fatto di gesti, di attese, di silenzi pieni. C’è qualcosa del cinema di Ermanno Olmi nella centralità delle azioni quotidiane e persino un’eco del neorealismo più intimo, quello che raccontava le famiglie come microcosmi morali. La Sicilia non è mai cartolina, ma spazio sensoriale, caldo, ruvido, ironico, attraversato da superstizioni e regole non scritte che il nipote fatica a comprendere ma che finiscono per avvolgerlo.

Spampinato evita il racconto di formazione classico e sceglie un’inversione di sguardo. Non è il bambino che deve diventare adulto, ma l’adulto che guarda il bambino e riconosce ciò che ha perduto. Le prime cotte, le paure notturne, i racconti tramandati, la routine che profuma di pane caldo e lenzuola pulite diventano frammenti di un patrimonio emotivo fragile, minacciato dalla velocità del presente. In questo senso Gioia mia è anche un film sul rischio della dimenticanza, su una lentezza che la modernità tende a cancellare.

In conclusione

Il film è un gioiellino che scalda il cuore senza mai forzare la mano. Lo fa con un umorismo asciutto, spesso affidato allo scontro tra l’ipercontrollo di Gela e l’insofferenza di Nico, e con una delicatezza che non cerca la lacrima ma la riconoscibilità. È un cinema che parla di cura, di trasmissione, di una generazione che ci ha cresciuti e che ci ha insegnato ad abitare il mondo con attenzione. Gioia mia non forza la nostalgia, ma il rispetto per ciò che è stato, per chi ci ha insegnato a guardare e per quella magia dell’infanzia che, se ascoltata, può ancora sopravvivere.

Note positive

  • Regia e scrittura misurate
  • Interpretazioni convincenti: la zia Gela di Aurora Quattrocchi e Nico di Marco Fiore.
  • La Sicilia come ambiente vivo, tra gesti, rituali e magia dell’infanzia.

Note negative

  • Ritmo lento, può risultare poco dinamico per chi cerca azione.
Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora
Emozione
Interpretazione
SUMMARY
4.0
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Sara Camardella
Sara Camardella

Autrice, sceneggiatrice e filmmaker. Le sue passioni sono da sempre la musica, il genere horror e il cinema indipendente. Attualmente vive a Roma e come L.B. Jefferies trova continua ispirazione dal vicinato chiassoso e multiculturale.