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Hallan
Titolo originale: Hallan
Anno: 2025
Nazione: Corea del Sud
Genere: Drammatico
Casa di produzione: Whenver Studio
Distribuzione italiana: –
Durata: 118 minuti
Regia: Ha Myung-mi
Sceneggiatura: Ha Myung-mi
Fotografia: Eum Hae-Jung
Attori: Kim Hyang-gi, Kim Min Chae
Trailer di “Hallan”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Selezionato come lungometraggio in concorso alla 26esima edizione del Florence Korea Film Fest, Hallan (lett. L’orchidea d’inverno), film drammatico‑storico diretto dalla regista sudcoreana Ha Myung‑mi, è stato presentato in anteprima italiana il 20 marzo alle 15:00 presso il cinema La Compagnia di Firenze, alla presenza della regista, che al termine della proiezione ha risposto alle domande del pubblico.
Il lungometraggio ha il merito di portare sullo schermo il massacro di Jeju, noto anche come 4:3, uno degli eventi più brutali della storia della Corea del Sud: una strage di civili quasi sconosciuta al resto del mondo e raramente affrontata dal cinema coreano. La vicenda riguarda l’insurrezione di Jeju, avvenuta tra il 3 aprile 1948 e il maggio 1949, nel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Con la cacciata dell’esercito giapponese e l’arrivo delle due grandi potenze — l’Unione Sovietica con il suo modello comunista e gli Stati Uniti con la loro visione capitalista — la Corea si ritrovò divisa e attraversata da tensioni interne che avrebbero portato alla futura separazione tra Nord e Sud.
In questo clima, la popolazione di Jeju insorse contro undici stazioni di polizia controllate dal governo militare statunitense, su spinta dei sovietici. La reazione fu durissima: il governo sudcoreano inviò sull’isola circa 3000 soldati, seguiti da gruppi paramilitari e milizie anticomuniste. Nel giro di un anno, tra i civili morirono tra 60.000 e 100.000 persone, un numero impressionante che testimonia la portata della tragedia. Il conflitto terminò il 17 agosto 1949 con la morte del leader della rivolta, Yi Tuk‑ku. Si stima che il 70% dei villaggi dell’isola sia stato raso al suolo e che, nelle ultime settimane prima della pacificazione, siano stati fucilati circa 2500 civili.
Il film mette in luce proprio queste uccisioni irrazionali e sistematiche, restituendo allo spettatore la brutalità di un evento storico che per decenni è rimasto ai margini della memoria collettiva.
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Trama di “Hallan”
Nella primavera del 1948 la violenza si è ormai diffusa su tutta l’isola di Jeju. Le persone, terrorizzate, abbandonano i villaggi per rifugiarsi sulle montagne o all’interno dei boschi, nella speranza di sfuggire ai soldati. A‑jin, una madre di ventisei anni, decide di unirsi a un gruppo di fuggitivi insieme a una sciamana sua amica. La donna vuole mettersi in salvo, ma desidera anche ottenere notizie del marito, rifugiatosi sui monti per combattere contro il nemico. Prima di partire la donna lascia nel villaggio la figlia Hae‑seng, una bambina di sei anni, affidandola alla nonna, convinta che l’esercito non avrebbe mai fatto del male a un’anziana e a una piccola indifesa. La realtà è ben diversa. I soldati raggiungono il villaggio e fucilano tutti i presenti. L’unica a sopravvivere è proprio Hae‑seng, protetta dal corpo della nonna che perde la vita durante l’attacco. La bambina, rimasta sola, fugge tra le case in fiamme e si inoltra nel bosco, decisa a ritrovare la madre.
A‑jin, venuta a sapere che i soldati stanno bruciando i villaggi e uccidendo chiunque incontrino, abbandona la grotta in cui si era nascosta e si mette in cammino per riabbracciare la figlia, sperando che sia ancora viva. Da questo momento in poi, madre e figlia diventano due figure in fuga, braccate senza tregua dall’esercito durante il loro percorso tra i boschi e le montagne dell’isola.
Recensione di “Hallan”
Forse avevo aspettative troppo elevate per questa pellicola, immaginando un solido film storico di guerra con una forte componente emotiva. In sala ho trovato ben poco di ciò che speravo. La pellicola, pur animata da intenzioni sincere, risulta fragile nella costruzione drammaturgica: i personaggi mancano di tridimensionalità e finiscono per trasformarsi in semplici macchiette, privati di qualsiasi approfondimento interiore capace di generare un’esperienza cinematografica davvero completa. La regista e sceneggiatrice costruisce un racconto bidimensionale, incapace di entrare davvero nell’anima dei personaggi e di farli vivere attraverso sfumature più complesse, dove luce e ombra si intrecciano per creare individui meno prevedibili. Il risultato è un mondo narrativo dominato da un binomio rigido tra buoni e cattivi, senza zone intermedie. Un esempio evidente è il capo del piccolo convoglio militare che dà la caccia ai protagonisti: un personaggio scritto senza profondità, ridotto a incarnazione della crudeltà dei soldati sudcoreani responsabili del massacro. Una figura che avrebbe potuto raccontare molto di più, ma che resta confinata a un ruolo puramente simbolico.
Più interessante risulta il giovane soldato che prova disgusto per ciò che ha fatto e per ciò che continua a fare. Attraverso di lui il film tenta di esplorare, almeno in parte, i dubbi e le paure di un militare che comprende l’orrore a cui partecipa, ma che non trova il coraggio di opporsi. È il personaggio più sfumato dell’intero racconto, anche se lo spazio dedicato alla sua evoluzione resta limitato. Le sue esitazioni avrebbero potuto aprire un varco emotivo importante, ma la scrittura non gli concede il tempo necessario per diventare davvero memorabile. Alla fine, persino con lui risulta difficile creare un legame empatico.
Al centro del film troviamo una storia di attaccamento materno, costruita attorno al legame indissolubile tra una madre e una figlia. Anche se i due personaggi sono scritti senza una reale tridimensionalità, lo spettatore riesce comunque a provare un minimo di connessione grazie a un obiettivo drammaturgico chiaro: la lotta per la sopravvivenza, il tentativo di A‑jin di ritrovare il marito e di salvare la figlia dalle mani del nemico. A‑jin, però, al di là di questo obiettivo, non possiede alcun tratto caratteriale aggiuntivo. La sua figura resta sospesa in un limbo bidimensionale che limita l’impatto emotivo del racconto, soprattutto in un film che, sul piano registico, musicale e di montaggio, punta tutto sulla componente empatica. L’opera cerca costantemente di suscitare dolore e commozione, ma questa strategia non trova terreno fertile perché manca una vera profondità psicologica, sia nella rappresentazione storica del massacro — trattato solo attraverso brevi accenni dialogici — sia nella costruzione dei personaggi, che non riescono a generare un legame autentico con lo spettatore.
I personaggi secondari non aiutano. La sciamana, il gruppo di rifugiati, i combattenti che potremmo definire “partigiani” sono figure appena abbozzate, prive di un’identità narrativa forte. L’unica eccezione, almeno in parte, è Hae‑seng, la bambina protagonista: la sua scrittura è più attenta, e la giovane interprete riesce a darle una presenza emotiva concreta. Il trauma che l’ha resa incapace di parlare, la paura che porta addosso, il modo in cui osserva il mondo dopo aver visto la morte da così vicino, sono elementi che le conferiscono una dimensione più viva rispetto agli altri personaggi. Anche in questo caso, però, si percepisce come il film avrebbe potuto spingersi oltre, lavorando con maggiore coraggio sulla complessità interiore dei suoi protagonisti, oltre che sul tema storico, così da trasformare la loro fuga in un’esperienza emotiva davvero coinvolgente.
Tecnicamente la fotografia è curata e la regia, pur senza guizzi memorabili, si presenta pulita e dinamica. L’emozione, quella ricercata dal primo minuto filmico, però, arriva soltanto nel finale, negli ultimi minuti, quando assistiamo, grazie al sonoro, alla sorte dei due protagonisti e veniamo trasportati nella Jeju del 2025, all’interno del memoriale dedicato alla strage. Questa sequenza conclusiva, ripresa con ogni probabilità tramite un drone, colpisce con forza: lo spettatore si trova davanti a una distesa di tombe commemorative che genera un vero pugno allo stomaco, amplificato da una colonna sonora potente e ben calibrata sul montaggio. Se l’intero film avesse mantenuto questo livello emotivo e una maggiore attenzione alla scrittura dei personaggi, ci troveremmo davanti a un’opera di ben altro spessore. Rimane comunque apprezzabile la scelta di portare sullo schermo un conflitto dimenticato, un frammento di storia che merita di essere ricordato e raccontato.
In conclusione
Il film dedicato al massacro di Jeju è un’opera che nasce da intenzioni nobili — riportare alla memoria un conflitto dimenticato — ma che purtroppo non riesce a trasformare questo materiale storico in un racconto cinematografico davvero incisivo. La fragilità della scrittura, la bidimensionalità dei personaggi e la scelta di puntare quasi esclusivamente sull’emotività immediata, senza costruire un reale approfondimento psicologico o storico, impediscono alla pellicola di raggiungere la forza drammatica che avrebbe meritato.
Note positive
- Tema storico importante, raramente affrontato dal cinema contemporaneo
- Finale emotivamente potente, grazie al montaggio e alla colonna sonora
Note negative
- Personaggi bidimensionali, privi di profondità psicologica
- Antagonisti macchiettistici, senza zone d’ombra
- Protagonista A‑jin definita solo dal suo obiettivo, non dalla sua interiorità
- Scarso approfondimento storico, ridotto a pochi accenni dialogici
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Intepretazione |
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2.9
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