
I Vinti
Titolo originale: I vinti
Anno: 1953
Nazione: Italia, Francia, Regno Unito
Genere: Drammatico
Casa di produzione: Film Costellazione, S.G.C.
Distribuzione italiana: Film Costellazione, Minerva Video
Durata: 110 minuti
Regia: Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Diego Fabbri, Suso Cecchi D’Amico, Turi Vasile, Giorgio Bassani, Roger Nimier
Fotografia: Enzo Serafin
Montaggio: Eraldo Da Roma
Musiche: Giovanni Fusco
Attori: Jean-Pierre Mocky, Etchika Choureau, Jacques Sempey, Franco Interlenghi, Anna Maria Ferrero, Evi Maltagliati, Eduardo Ciannelli, Peter Reynolds, Patrick Barr, Fay Compton, Eileen Moore
Trailer di “I vinti”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Presentato in anteprima mondiale alla 14ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (edizione in cui non venne assegnato il Leone d’Oro), I vinti è il terzo lungometraggio di finzione del cineasta ferrarese classe 1912, Michelangelo Antonioni, che in seguito realizzerà opere di rilevanza internazionale come Professione: reporter (1975) e Identificazione di una donna (1982). Al suo fianco, nel ruolo di aiuto regista, compare Francesco Rosi, noto all’epoca solo come assistente alla regia per aver lavorato con Visconti in La terra trema (1948) e Bellissima (1951).
Il lungometraggio del 1953, suddiviso in tre episodi di cronaca nera, tutti sceneggiati da Michelangelo Antonioni, è una coproduzione tra Film Costellazione Produzione (Italia) e Société Générale de Cinématographie (Francia). Venne distribuito nei cinema romani a partire dal 22 ottobre 1953 grazie a Film Costellazione, che fu però costretta a rilasciare il film sul territorio italiano in una versione ampiamente censurata, in particolare per quanto riguarda l’episodio inglese. Quest’ultimo venne distribuito integralmente solo nel 1962 all’interno del film Il fiore e la violenza, altro film a episodi, dove fu intitolato Il delitto.
Il lungometraggio incontrò ulteriori ostacoli distributivi in Inghilterra e in Francia. Nel Regno Unito, infatti, il film non ottenne il certificato del British Board of Film Censors, impedendone così la distribuzione nelle sale. Anche in Francia la pellicola non fu esente da problemi di censura, che coinvolsero sia l’episodio ambientato in Inghilterra sia quello francese. Nonostante tali difficoltà, il film — seppur in una versione rimaneggiata — venne distribuito nei cinema francesi a partire dal 1963.
Trama di “I Vinti”
In Francia, un gruppo di amici decide di uccidere un loro compagno, Pierre, convinti che nasconda una grossa somma di denaro, visto che si vanta spesso — e volentieri — delle sue fortune, sia amorose che economiche, arrivando perfino ad accendersi la pipa con una banconota. Il loro piano è semplice: eliminarlo e fuggire in Algeria. Ma le cose non vanno come previsto.
In Italia, Claudio, un ragazzo benestante, si dedica al contrabbando di sigarette per permettersi qualche lusso in più. Durante una fuga notturna dalla Guardia di Finanza, uccide un uomo e, nella concitazione, cade rovinosamente. Il giovane, alquanto frastornato, vaga per la città di Roma senza una meta apparente, comprendendo che ormai il suo destino è segnato.
Nel Regno Unito, Aubrey, un giovane poeta in cerca di notorietà, chiama un giornale (e non la polizia) per segnalare il ritrovamento del cadavere di una donna. Il poeta chiede una ricompensa, pretendendo di scrivere lui stesso l’articolo e di apparire in prima pagina, con una sua foto in primo piano, così che tutti possano riconoscerlo. La sua sete di attenzione, però, non si ferma lì.
Recensione di “I Vinti”
Non importa se le storie che stiamo per raccontarvi siano vere o inventate. Guardandole sullo schermo, considerate che potrebbero essere finzione. Ma tenete anche presente che accadono ogni giorno. Riempiono le cronache quotidiane. Queste sono le storie della cosiddetta “generazione bruciata”: quella che era bambina durante la guerra e che, crescendo, ha visto il mondo solo attraverso il filtro della violenza. Una violenza onnipresente, spettacolare, così dominante da oscurare ogni altra realtà — anche quella della bontà, della generosità, del sacrificio. Eppure, anche questi valori sono esistiti, hanno continuato a fiorire, silenziosi. La violenza, però, sembrava vincente. Aveva il passo leggero, sportivo, quasi innocente. La sua legge era il disprezzo di ogni legge. Il suo tratto distintivo: il rifiuto di ogni società, in nome del trionfo dell’individuo audace, cinico, privo di rimorsi. Quando questa generazione è apparsa nelle cronache con una serie di delitti, si è capito che non si trattava della solita delinquenza nata dalla miseria o dalle disuguaglianze sociali. I nuovi protagonisti delle pagine di cronaca erano ragazzi di famiglie benestanti, inconsapevoli di aver cresciuto dei mostri. Non era il bisogno a spingerli, né un senso di inferiorità. Era il desiderio di compiere gesti eclatanti, di sentirsi protagonisti di romanzi gialli, fumetti, film di gangster. Guerra, cronaca nera, cultura pop: tutto si fondeva in un unico ideale, quello della violenza come affermazione personale. Per loro, versare sangue era un modo per imporsi, per celebrare se stessi attraverso un gesto empio e spettacolare. Ma quando l’eroe da prima pagina si accorge della propria miseria, quando capisce di essere stato sconfitto nella battaglia più inutile, è ormai troppo tardi. Intanto, altri osservano il suo gesto, ingigantito dai giornali. Lo ammirano. Pensano di imitarlo. E così il circolo vizioso ricomincia. Noi raccontiamo queste storie per un motivo opposto. Tre storie, tre Paesi diversi. Ma in fondo, le stesse tristi motivazioni. Non le abbelliremo. Non le renderemo affascinanti. Le racconteremo così come sono: senza enfasi, senza colori aggiunti. Perché la loro verità, spogliata da ogni artificio, è una verità squallida. E non ha nulla da sedurre.
Voce narrante nell’introduzione del film
Siamo nel 1953 quando Antonioni scrive le parole che introducono I vinti, tracciando un ritratto sociologico e umano attento e fedele di una generazione di giovani donne e uomini cresciuti durante la Seconda guerra mondiale e divenuti adulti negli anni ’50. Parole che, tuttavia, risultano tragicamente attuali anche nel 2025, risuonando vivide per la generazione del XXI secolo. Con I vinti, Antonioni mette in allerta rispetto alla deriva sociale che sta prendendo piede negli anni ’50. Non a caso, l’incipit e il finale del lungometraggio costituiscono una cornice narrativa fondamentale, pensata per far comprendere al pubblico generalista il messaggio fondante dell’opera: una denuncia della crescente tendenza omicida e violenta tra i giovani del suo tempo. Nei primi minuti del film, prima che si entri nel vivo della narrazione, il cineasta costruisce un montaggio accompagnato dalla voce fuori campo di un narratore invisibile. In questa sequenza iniziale vengono mostrati, in rapida successione, reperti d’archivio, scene di protesta e violenza, e articoli di cronaca nera riguardanti efferati omicidi compiuti da giovani assassini negli anni ’50 — in un’esplicita critica alla deriva sociale e culturale dell’epoca.
Purtroppo, i giovani non hanno imparato nulla da questo film: tutte le tendenze sociali più oscure e mostruose hanno subito un’accelerazione drammatica negli anni ’90 e nel XXI secolo. Difatti, a un occhio critico e attento, è evidente come anche il nostro tempo sia profondamente impregnato di cronaca nera, in cui fatti assurdi e illogici, compiuti da giovani (ma non solo), fanno il giro del mondo, riempiendo le testate giornalistiche di ogni nazione e comparendo nei programmi d’informazione e nei talk show nazionali. L’omicida, nella società degli anni ’50 e ancor più in quella del 2025, pur negativamente, ottiene uno spazio di visibilità, diventando famoso agli occhi di una massa sempre più attenta — e incuriosita — dal macabro, dai serial killer, da questi giovani uomini che uccidono, talvolta, in nome della noia. Si arriva così a porre fine a vite umane per fini economici, passionali, o semplicemente per provare un fremito di vita emozionante, capace di scuotere la noia che invade l’esistenza benestante di chi compie il gesto.
Antonioni era già severo con il suo tempo; nel 2025 avrebbe indubbiamente rivolto il suo sguardo critico e giornalistico contro la nostra società, denunciando quell’apparato televisivo italiano, europeo e americano che alimenta l’emulazione. Proprio come afferma nell’incipit del film:“Intanto, altri osservano il suo gesto, ingigantito dai giornali. Lo ammirano. Pensano di imitarlo. E così il circolo vizioso ricomincia.” Frase piuttosto alquanto attuale. Difatti, la cultura del XXI secolo, ancor più di quella degli anni ’50, fa audience attraverso i criminali: i talk show e i cosiddetti programmi giornalistici parlano incessantemente di cronaca nera, trasformando i mostri contemporanei in vere e proprie celebrità. Nel frattempo, il cinema e le piattaforme streaming rendono i mostri di oggi e di ieri delle star, attraverso serie documentarie e fiction basate su efferati omicidi del passato, che imprimono nell’immaginario collettivo globale storie oscure che, forse, meriterebbero di essere trattate con sguardo oggettivo, piuttosto che mistificate.
I vinti è un lungometraggio che si concentra interamente su questa tematica sociale, tracciando un ritratto culturale e generazionale della gioventù degli anni ’50, in particolare di quei giovani che finiscono per riempire le pagine di cronaca nera dei giornali. L’obiettivo del cineasta è raccontare queste storie senza alcuna mistificazione del “Mostro”, descrivendone l’agire attraverso una narrazione realistica e quotidiana, capace di far emergere il marciume e l’insensatezza dei loro comportamenti. Antonioni riesce indubbiamente a trasmettere il suo messaggio sociale e profondamente umano attraverso un’estetica cinematografica più classica e tradizionale, distaccandosi — per certi versi — dal linguaggio narrativo e registico che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti. In I vinti, dove adotta una narrazione più didascalica e dialogica rispetto a Cronaca di un amore (1950) e La signora senza camelie (1953), il cineasta e sceneggiatore riesce a comunicare con efficacia il proprio messaggio, grazie a una scrittura che centra pienamente i suoi obiettivi tematici. Tuttavia, il film risulta meno incisivo sul piano visivo e di genere: ciò che sembra mancare alla pellicola non sono tanto le storie — sebbene l’episodio italiano risulti il meno convincente — quanto il modo in cui esse vengono rese cinematograficamente.
Indubbiamente Antonioni nel realizzare la sua pellicola si è dovuto trattenere dal mostrare e a raccontare storie eccessivamente oscure a causa di una censura europea congeniata per bloccare la diffusione di molte opere cinematografiche che agli occhi di uno spettatore del XXI secolo appaiono prive di qualsiasi elemento disturbante. Così lo sceneggiatore si è concentrato su tre storie non troppo cruente, ma che potessero trasmettere efficacemente il proprio messaggio, rendendo I Vinti più un manifesto sociologico che non un film effettivo. Antonioni cerca di non mostrare scene cruenti (nonostante ciò il suo film venne censurato) creando tre storie di vita quotidiana che raccontano si il marcio interno alla gioventù degli anni ‘50 ma senza riuscire a donare a quelle storie il giusto pathos drammaturgico. I tre episodi risultano indubbiamente carini, ma alla fine dei conti abbastanza prevedibili, abbastanza banali e didascalici, in particolare l’episodio Francese e l’episodio Italiano, soprattutto quest’ultimo possiede una narrazione che ha ben poco da dire e che possiede, sotto svariati punti di vista, il solito punto di partenza dell’episodio francese, ovvero il denaro, il desiderio dei giovani di ottenere dei soldi facili e senza un grande impegno per ottenere una vita nel più totale agio e nel più totale comfort. I giovani francesi Simone, André e Paul, provengono tutti dalla classe borghese, è sono persone annoiata dalla loro vita e dalle regole imposte dai loro genitori. Loro non vogliono lavorare, non intendono vivere una vita comune ma vogliono vivere nel lusso e così decidono di uccidere per ottenere i soldi e la loro ambita libertà sia economica che dalle loro famiglie, che odiano profondamente. Claudio, interpretato da un abile Franco Interlenghi, è figlio di una famiglia benestante e ricca di Roma, ma anche a lui i soldi dei suoi genitori non gli bastano, così decide di diventare un malavitoso per far soldi, per vivere secondo le sue leggi, trafficando nel mercato nero e diventando infine un assassino. Il dialogo che pronuncia alla sua fidanzatina Marina (Anna Maria Ferrero), esprime il pensiero comune di questi giovani.
Devo andarmene. Ma sai cosa sarebbe davvero bello? Andarcene insieme. Vedere posti lontani, partire quando ci va, tornare quando ci viene in mente. Quella sì che sarebbe vita. Solo così si può essere felici. Ma per farlo servono soldi. Tanti. E subito. Perché io voglio vivere adesso, a vent’anni. Non quando sarò vecchio. Credi che i soldi che ho me li dia mio padre? No. Me li procuro da solo. Non è difficile, davvero. Avevo trovato il giro giusto. Ancora qualche mese e sarei venuto a chiederti di partire con me. E voglio salvarmi lo stesso, capisci? Non mi sento colpevole. Nessuno ha il diritto di togliermi la libertà. Dovrei costituirmi? Passare anni in prigione? Perdere tutto? Rinunciare alla mia giovinezza? Solo a pensarci mi sembra di impazzire. Ho fatto di tutto per godermela, questa vita. E credo di avere ancora quel diritto. Anche ora. Anche dopo aver ucciso un uomo. Sì, Marina. Ho ucciso un uomo.
Questo monologo rappresenta, in linea generale, il pensiero dei protagonisti dei primi due episodi, sebbene nel finale dell’episodio francese emerga una parvenza di pentimento in almeno uno dei personaggi. Ciò che manca, in entrambi i segmenti, come già evidenziato, è la verve, il pathos, l’emozione. Antonioni evita deliberatamente che il pubblico possa empatizzare con i giovani Mostri, ma questa scelta finisce per sottrarre forza emotiva alle due storie, che, al contempo, non presentano uno sviluppo drammaturgico realmente coinvolgente: le svolte narrative risultano deboli e i finali prevedibili.
Nell’episodio italiano, l’elemento di maggior interesse è la visione paesaggistica: vediamo il protagonista muoversi in una Roma del dopoguerra, che appare come un gigantesco cantiere aperto, simbolo di una città — e forse di una generazione — in ricostruzione, ma ancora priva di direzione.
Più interessante, sia sul piano registico che su quello della sceneggiatura, risulta l’episodio inglese, il più censurato dai singoli Stati, a partire proprio dall’Italia. Questo segmento è liberamente ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto. Il 3 agosto 1951, Herbert Leonard Mills, diciannovenne di Nottingham, mise in atto un piano premeditato per compiere quello che definiva il suo “delitto perfetto”. Attirò la quarantottenne Mabel Tattershaw in una zona appartata di Sherwood Vale, dove la colpì alla testa e la strangolò.
Dopo l’omicidio, tornò a casa e attese che il corpo venisse scoperto, convinto che il suo crimine sarebbe rimasto impunito. Quando, dopo sei giorni, il cadavere non era ancora stato ritrovato, Mills decise di contattare il giornale News of the World. Fingendosi un passante, dichiarò di aver trovato il corpo di una donna strangolata e chiese una ricompensa per la notizia, proponendosi anche come autore dell’articolo e chiedendo che la sua foto fosse pubblicata in prima pagina. Questo gesto, motivato dal desiderio di notorietà, lo rese immediatamente sospetto. Solo dopo un lungo e pressante interrogatorio da parte del giornale, Mills ammise di essere l’autore di quello che considerava il suo “delitto perfetto”.
Aveva incontrato Mabel Tattershaw al Roxy Cinema, in Ribblesdale Road, e le aveva dato appuntamento per il giorno successivo al Metropole Cinema. Da lì, i due si erano spostati per una passeggiata a Woodthorpe Park, dove si consumò l’omicidio. Mills non aveva un movente concreto: sembrava mosso unicamente dal desiderio di visibilità. Dichiarò persino di essere “abbastanza orgoglioso” di ciò che aveva fatto. Nonostante il suo evidente squilibrio emotivo, fu giudicato capace di intendere e di volere. La condanna fu eseguita l’11 dicembre 1951, quando fu impiccato nel carcere di Lincoln.
Ispirandosi a questa macabra vicenda storica, Antonioni realizza il più riuscito tra i tre episodi: non solo il più interessante dal punto di vista drammaturgico, ma anche quello girato con maggiore maestria registica. Il finale dell’episodio inglese anticipa chiaramente ciò che vedremo in Blow-Up (1966), film che condivide con questo segmento alcune similitudini tematiche e visive, a partire dal ritrovamento del cadavere fino alla scena conclusiva.
Nel finale dell’episodio inglese, il giornalista Watton, dopo aver comunicato la notizia della condanna a una piccola folla attratta dalla spettacolarizzazione del processo, si reca in una cabina telefonica per informare il giornale dell’esito. Lo vediamo all’interno della cabina, ma la macchina da presa si allontana progressivamente, aprendosi in un totale visivo che si espande sul paesaggio: un prato, alcune villette, due persone che giocano a tennis — la stessa immagine che chiude Blow-Up. Questa scelta registica, marcatamente autoriale, non rappresenta altro che la normalità della vita che prosegue, indifferente, come se il male fosse ormai parte integrante del quotidiano. Come scrive il critico Sandro Bernardi in Paesaggi nel cinema italiano:
“Sono l’immagine di una normalità più paurosa del crimine: mostrano l’esistenza come un gioco, come simulazione, ma allo stesso tempo indicano un enigma che sta dietro la normalità e il gioco. Il parco dei Vinti, con il suo banale, ottuso realismo, è forse più conturbante e incerto di quello di Blow-Up, ma in quest’ultimo film il mistero giunge a compimento, a pienezza”
L’episodio inglese de I vinti è una riflessione tagliente sul desiderio di fama e sulla spettacolarizzazione del crimine. A differenza degli altri due episodi, qui il delitto non nasce da un bisogno economico né da un impulso improvviso, ma da un’ambizione lucida e narcisistica: quella di diventare protagonista, di essere visto, riconosciuto, celebrato — anche a costo di uccidere. Il personaggio di Aubrey Hallan, interpretato da Peter Reynolds, incarna perfettamente questa tensione. Giovane, colto, apparentemente raffinato, Aubrey è un aspirante poeta che telefona a un giornale per segnalare il ritrovamento di un cadavere. Ma non si accontenta di essere una fonte anonima: vuole scrivere lui stesso l’articolo, apparire in prima pagina, diventare un nome. Quando la sua sete di visibilità non viene saziata, confessa di essere l’assassino, convinto di aver orchestrato un delitto perfetto e di poterlo dominare anche mediaticamente. Ma la realtà lo smentisce.
Antonioni costruisce attorno a questo personaggio una narrazione fredda, quasi clinica, che evita ogni complicità emotiva con lo spettatore. Aubrey non è un eroe tragico, né un mostro da demonizzare: è un giovane vuoto, sedotto dall’idea di sé stesso come figura pubblica, come personaggio da romanzo o da rotocalco. La sua ironia sottile, il suo distacco, lo rendono inquietante proprio perché non cerca giustificazioni. È un prodotto di un mondo in cui la visibilità ha sostituito il senso, e in cui l’omicidio diventa un mezzo per affermare la propria esistenza.
La performance di Peter Reynolds è centrale in questo equilibrio. L’attore riesce a dare al personaggio una leggerezza ambigua, quasi affascinante, che amplifica il senso di disagio. La sua interpretazione va oltre quanto scritto in sceneggiatura: rende Aubrey più sfuggente, più disturbante, più reale. Non è un folle, ma un giovane lucido e vanitoso, che ha interiorizzato la logica dello spettacolo fino a trasformarla in azione.
In conclusione
I vinti è un film che, pur con i suoi limiti narrativi e formali, conserva una forza tematica e una lucidità sociologica che lo rendono ancora attuale e necessario nel 2025. Antonioni, con sguardo critico e disilluso, anticipa la spettacolarizzazione del crimine e la fascinazione per la violenza giovanile che caratterizzano anche il nostro presente. Se gli episodi francese e italiano risultano più deboli sul piano drammaturgico, quello inglese brilla per costruzione, tensione e potenza visiva, prefigurando le inquietudini che esploderanno nei suoi film successivi. I vinti non è solo un’opera cinematografica, ma un documento morale e culturale che invita a riflettere sul rapporto tra gioventù, società e rappresentazione del male.
Note positive
- Tematica sociologica ancora attualissima
- Episodio inglese di grande forza narrativa e registica
- Approccio realistico e non spettacolarizzato alla violenza
- Visione critica della società del dopoguerra
Note negative
- Episodi francese e italiano deboli e prevedibili
- Narrazione a tratti didascalica e poco coinvolgente
- Mancanza di pathos emotivo
- Estetica meno incisiva rispetto ad altri film di Antonioni
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| Sceneggiatura |
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SUMMARY
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3.4
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