
Illusione
Titolo originale: Illusione
Anno: 2025
Nazione: Italia
Genere: Drammatico, Noir psicologico
Casa di produzione: Fandango, Rai Cinema
Distribuzione italiana: 01 Distribution
Durata: 118 minuti
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura: Francesca Archibugi, Francesco Piccolo
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Esmeralda Calabria
Musiche: Teho Teardo
Attori: Jasmine Trinca, Michele Riondino, Filippo Timi, Vittoria Puccini, Angelina Andrei, Francesca Reggiani, Aurora Quattrocchi
Trailer di “Illusione”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Dal 7 maggio 2026 è distribuito nelle sale da 01 Distribution Illusione di Francesca Archibugi, con Jasmine Trinca, Michele Riondino, Angelina Andrei, Vittoria Puccini, con Francesca Reggiani, Aurora Quattrocchi e con Filippo Timi. La sceneggiatura è firmata da Francesca Archibugi, Laura Paolucci e Francesco Piccolo; la fotografia è di Francesco Di Giacomo, il montaggio di Esmeralda Calabria, le musiche originali di Battista Lena, la scenografia di Giada Calabria, i costumi di Catherine Buyse. Illusione è una produzione Fandango con Rai Cinema, in coproduzione con Tarantula, prodotto da Domenico Procacci e Laura Paolucci, e coprodotto da Joseph Rouschop ed Eva Curia.
L’opera è stata realizzata e distribuita con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura. È una coproduzione con Shelter Prod, con il supporto di Taxshelter.be e ING, e con il sostegno del Tax Shelter del Governo Federale del Belgio, oltre al patrocinio del Comune di Perugia
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Trama di “Illusione”
Nella periferia di Perugia, in un fosso viene ritrovata una ragazzina. Indossa un completo d’alta moda ed è di una bellezza sorprendente. La polizia sta per portare via il corpo quando un sospiro rivela che è ancora viva: si chiama Rosa Lazar, è moldava e non ha nemmeno sedici anni. La sostituta procuratrice Cristina Camponeschi e lo psicologo Stefano Mangiaboschi vengono immediatamente incaricati di occuparsi del caso. L’indagine si rivela più complessa del previsto: Rosa non sembra avere coscienza delle brutali violenze subite e continua a coprire la verità. Dietro la maschera di un’incessante gioiosità emerge un profilo psicologico profondamente disturbato. Come è arrivata a Perugia questa lolita che non appare una normale prostituta e che si comporta come una bambina? Per la sostituta procuratrice, Rosa diventerà la chiave di un’indagine internazionale dai contorni inquietanti. Per lo psicologo, invece, sarà l’inizio di un percorso interiore che lo porterà a confrontarsi con il vero enigma di Rosa Lazar.
Recensione di “Illusione”
Con “Illusione”, Francesca Archibugi torna a confrontarsi con i territori più fragili dell’animo umano, costruendo un racconto che si muove tra cronaca e incubo, tra verità processuale e vertigine psicologica, immergendo lo spettatore in una storia che non concede tregua e che lentamente si insinua sotto la pelle come un dubbio impossibile da dissipare.
Ambientato nella periferia di Perugia, il film si apre con un’immagine che è già dichiarazione d’intenti, perché il ritrovamento della giovane Rosa Lazar in un fosso, vestita con abiti di alta moda e apparentemente morta, è uno di quei momenti che condensano bellezza e orrore in un’unica, disturbante visione, capace di destabilizzare fin da subito qualsiasi certezza narrativa. Quando la ragazza, contro ogni previsione, lascia sfuggire un respiro che la riporta alla vita, la storia cambia direzione e si trasforma in un’indagine complessa che non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma soprattutto ciò che non può essere detto, aprendo un abisso interpretativo che il film esplora con rigore e inquietudine crescente.
Il mistero di Rosa Lazar: vittima, testimone o enigma?
Il cuore pulsante del film è Rosa, interpretata con intensità da Angelina Andrei, una figura che sfugge continuamente alle definizioni e che sembra abitare un territorio sospeso tra infanzia e consapevolezza, tra innocenza e una forma di rimozione così radicale da risultare quasi alienante, rendendo ogni tentativo di comprensione un esercizio frustrante e doloroso.
Rosa non è una vittima nel senso tradizionale del termine, perché la sua incapacità, o forse il suo rifiuto, di riconoscere le violenze subite la trasforma in un corpo narrativo opaco, su cui gli adulti proiettano interpretazioni, paure e strategie investigative, senza mai riuscire davvero a entrare in contatto con la verità che custodisce.
La sua gioiosità incessante, quasi disturbante nella sua ostinazione, diventa così il vero elemento destabilizzante del racconto, perché suggerisce una frattura profonda tra esperienza e coscienza, tra ciò che è accaduto e ciò che può essere ricordato, mettendo in crisi non solo i personaggi ma anche lo spettatore.
Due sguardi a confronto: giustizia e psiche
A confrontarsi con questo enigma sono due figure complementari e profondamente diverse, la sostituta procuratrice Cristina Camponeschi e lo psicologo Stefano Mangiaboschi, interpretati rispettivamente da Jasmine Trinca e Michele Riondino, che incarnano due modalità opposte di approccio alla verità.
Cristina è guidata dalla necessità di ricostruire i fatti, di dare un nome ai colpevoli e di inserire la vicenda in un quadro giudiziario che possa restituire ordine a ciò che appare caotico, ma si scontra continuamente con l’impossibilità di ottenere una testimonianza coerente da Rosa, trovandosi intrappolata in una realtà che sfugge alle categorie legali.
Stefano, al contrario, intraprende un percorso più intimo e ambiguo, cercando di decifrare i meccanismi psichici che regolano il comportamento della ragazza, ma finendo progressivamente per mettere in discussione se stesso e i propri strumenti interpretativi, in un’indagine che si trasforma lentamente in un viaggio interiore carico di zone d’ombra.
Un cast corale che amplifica la tensione
Accanto ai protagonisti, il film costruisce un tessuto umano complesso grazie a un cast di grande livello, in cui spiccano Filippo Timi, Vittoria Puccini, Francesca Reggiani e Aurora Quattrocchi, ognuno dei quali contribuisce a delineare un mondo fatto di relazioni fragili, ambiguità morali e silenzi carichi di significato.
Le loro interpretazioni non cercano mai il protagonismo, ma lavorano per sottrazione, costruendo una rete di tensioni sotterranee che sostiene l’intero impianto narrativo e che rende credibile un universo in cui ogni personaggio sembra nascondere qualcosa, anche quando appare trasparente.
È proprio questa coralità a permettere al film di espandere il proprio discorso oltre il singolo caso, suggerendo che la storia di Rosa non è un’eccezione ma il sintomo di un sistema più ampio e inquietante, fatto di sfruttamento, manipolazione e invisibilità.
Cronaca e finzione: un equilibrio instabile
Uno degli aspetti più riusciti di “Illusione” è la sua capacità di partire da un fatto di cronaca reale senza trasformarlo in semplice ricostruzione, ma utilizzandolo come punto di partenza per una riflessione più ampia sulla rappresentazione della violenza e sulla difficoltà di raccontarla senza tradirne la complessità.
Archibugi evita accuratamente ogni forma di spettacolarizzazione, scegliendo invece una messa in scena sobria e controllata, in cui l’orrore non viene mai mostrato direttamente ma emerge attraverso dettagli, silenzi e reazioni, lasciando allo spettatore il compito di colmare i vuoti con la propria immaginazione.
Questo approccio, se da un lato può risultare frustrante per chi cerca risposte chiare, dall’altro conferisce al film una forza particolare, perché lo trasforma in un’esperienza che continua a lavorare anche dopo la visione, alimentando domande che restano aperte.
L’estetica del contrasto: bellezza e degrado
Visivamente, il film costruisce un contrasto costante tra l’eleganza degli abiti di Rosa e la desolazione degli spazi periferici in cui si muove la vicenda, creando un cortocircuito estetico che diventa metafora della frattura interiore della protagonista e, più in generale, della distanza tra apparenza e realtà.
La fotografia insiste su tonalità fredde e su inquadrature che isolano i personaggi, sottolineando il loro stato di solitudine e incomunicabilità, mentre la regia privilegia tempi dilatati e movimenti misurati, contribuendo a creare un’atmosfera sospesa che amplifica il senso di inquietudine.
Non si tratta mai di un esercizio stilistico fine a se stesso, ma di una scelta coerente con il tema del film, che utilizza l’immagine per suggerire ciò che non può essere detto, rendendo visibile l’invisibile attraverso una grammatica cinematografica rigorosa.
Un’indagine che diventa viaggio nell’oscurità
Man mano che la storia procede, l’indagine giudiziaria si intreccia sempre più strettamente con quella psicologica, fino a diventare un unico percorso che conduce i personaggi, e lo spettatore, in territori sempre più oscuri, dove le certezze si sgretolano e le categorie morali si fanno instabili.
La scoperta di possibili connessioni internazionali amplia ulteriormente lo scenario, suggerendo l’esistenza di una rete di sfruttamento che trascende i confini locali e che rende il caso di Rosa ancora più inquietante, perché lo inserisce in un contesto globale difficile da controllare.
Eppure, nonostante l’apertura verso dimensioni più ampie, il film non perde mai di vista il suo nucleo centrale, che resta profondamente umano e legato alla difficoltà di comprendere l’altro quando l’altro sembra rifiutare ogni forma di comunicazione.
Il coraggio di non offrire risposte facili
Uno degli elementi più divisivi di “Illusione” è la sua scelta di non offrire soluzioni definitive, di lasciare aperti interrogativi fondamentali e di rifiutare una chiusura rassicurante, optando invece per un finale che continua a interrogare lo spettatore anche dopo i titoli di coda.
Questa decisione può essere percepita come una mancanza da chi cerca una narrazione più tradizionale, ma rappresenta in realtà uno degli aspetti più coerenti e coraggiosi del film, perché rispecchia la complessità del reale e la difficoltà di ridurre esperienze traumatiche a una verità univoca.
Archibugi sembra dirci che alcune storie non possono essere completamente comprese, e che il tentativo di farlo rischia di semplificarle e tradirle, invitando lo spettatore ad accettare l’incertezza come parte integrante dell’esperienza.
In conclusione
“Illusione” è un’opera che non cerca il consenso facile, ma che punta a lasciare un segno profondo attraverso un racconto disturbante e stratificato, capace di mettere in crisi le certezze dello spettatore e di costringerlo a confrontarsi con zone d’ombra spesso rimosse. Grazie a una regia attenta, a interpretazioni intense e a una scrittura che privilegia l’ambiguità rispetto alla chiarezza, il film si impone come uno dei lavori più maturi e complessi di Francesca Archibugi, confermando la sua capacità di raccontare storie difficili con sensibilità e rigore.
Non è un film facile, né vuole esserlo, ma proprio per questo riesce a distinguersi nel panorama cinematografico contemporaneo, offrendo un’esperienza che richiede attenzione, disponibilità e una certa dose di inquietudine, ma che in cambio restituisce una riflessione profonda e duratura.
Note positive
- Scrittura
- Regia
- Recitazione
Note negative
- Ogni tanto, i tempi dilatati, potrebbero trasmettere un pò di noia
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3.8
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