Noi due sconosciuti (2025). Il donatore ignoto

Recensione, trama e cast del film Noi due sconosciuti (2025), una pellicola norvegese sulla genitorialità e sull'inseminazione artificiale

Condividi su
Noi due sconosciuti (2025) - Credit. Teodora Film
Noi due sconosciuti (2025) – Credit. Teodora Film

Noi due sconosciuti

Titolo originale: Solomamma

Anno: 2026

Nazione: Norvegia

Genere: Commedia, Dramma

Casa di produzione: Bacon Pictures Oslo, Dansu Films, Mistrus Media, It’s Alive Films, Bacon Pictures CPH

Distribuzione italiana: Teodora Film

Durata: 100 minuti

Regia: Janicke Askevold

Sceneggiatura: Jørgen Færøy Flasnes, Mads Stegger, Janicke Askevold

Fotografia: Torjus Thesen

Montaggio: Patrick Larsgaard

Musiche: Karlis Auzans, Paulius Kilbauskas, Vygintas Kisevicius

Attori: Lisa Loven Kongsli, Herbert Nordrum, Nasrin Khusrawi, Rolf Kristian Larsen, Celine Engebrigtsen

Trailer di “Noi due sconosciuti”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Presentato in concorso al Festival di Locarno l’11 agosto 2025, dove ha conquistato l’Ecumenical Prize delle giurie indipendenti, e successivamente al Reykjavik International Film Festival, dove ha ottenuto una menzione speciale il 26 settembre 2025, Noi due sconosciuti (titolo originale: Solomamma) segna il ritorno dietro la macchina da presa della cineasta norvegese, naturalizzata francese, Janicke Askevold. La regista vanta un percorso artistico eclettico: dopo aver iniziato come modella a Milano all’età di 19 anni, ha intrapreso la carriera attoriale partecipando a pellicole come Una famiglia allargata (2018) e Colpo di fulmine a Natale (2017), per poi dedicarsi alla regia teatrale. Dopo il successo del cortometraggio Le Contrat (2020) e il debutto nel lungometraggio con Together Alone (2021) — opera incentrata sulle dinamiche relazionali di due coppie — la Askevold firma con Solomamma il suo secondo lavoro, curandone anche la sceneggiatura insieme a Jørgen Færøy Flasnes e Mads Stegger.

Per questa pellicola, che esplora con sensibilità tematiche legate alla maternità e alla genitorialità moderna, la produzione ha scelto due interpreti di spicco del cinema nordeuropeo: la protagonista è interpretata da Lisa Loven Kongsli, nota per le sue prove in Forza maggiore (2014) e Zack Snyder’s Justice League (2021), affiancata da Herbert Nordrum, apprezzato interprete de La persona peggiore del mondo (2021) e Hypnosen (2023).

Sotto il profilo distributivo, dopo l’uscita nelle sale norvegesi avvenuta il 30 gennaio 2026, il film approda nei cinema italiani a partire dal 7 giugno 2026, distribuito da Teodora Film. Come dichiarato dalla stessa regista, l’idea per il soggetto è nata da un’esperienza reale di un’amica che, nonostante le scarse informazioni fornite dalla banca del seme, è riuscita a rintracciare e contattare il donatore, dando vita a un incontro eticamente complesso tra biologia e famiglia.

Vuoi aggiunger il titolo alla tua collezione Home video?

Trama di “Noi due sconosciuti”

Edith è una madre single sulla quarantina che ha compiuto la scelta di avere un figlio, Sigurd, ricorrendo all’inseminazione artificiale presso una banca del seme. La donna ha selezionato un donatore ignoto basandosi esclusivamente su un audio vocale di una seduta psicologica che l’aveva colpita, e ora cresce il bambino in un ambiente domestico marcatamente femminile, supportata dalla nonna, colpita da demenza senile, e da un’amica che ha avuto una bambina dallo stesso donatore. Nonostante Sigurd sia tutta la sua vita, Edith inizia a nutrire dubbi sull’ereditarietà di alcune caratteristiche biologiche del figlio e desidera conoscere meglio l’identità del padre biologico. Quando la sua amica scopre che l’uomo si chiama Niels e lavora nel campo dei videogiochi, Edith decide di incontrarlo utilizzando come pretesto il suo lavoro da giornalista. Con l’intento di realizzare un’intervista professionale, la donna entra in contatto con Niels e tra i due nasce immediatamente una connessione profonda capace di stravolgere le vite di entrambi.

Recensione di “Noi due sconosciuti”

Sotto il profilo della scrittura, Noi due sconosciuti si sviluppa lungo una direttrice narrativa estremamente lineare, sorretta da una sceneggiatura che esplicita le proprie dinamiche fondamentali sin dalle battute iniziali. Per lo spettatore abituato ai codici del linguaggio cinematografico, il film non fatica a rivelare la sua aderenza ai canoni classici dello sviluppo drammaturgico, procedendo attraverso quattro fasi strutturali ben definite: la scoperta iniziale, l’incontro, la nascita di un sentimento che oscilla tra l’amore e una forma di infatuazione ossessiva, e infine l’inevitabile scontro seguito da una risoluzione. In tal senso, l’architettura della vicenda non punta sull’originalità della struttura, risultando in alcuni passaggi quasi prevedibile nella sua successione di eventi. Il pubblico può infatti intuire agevolmente che l’intesa tra Edith e Niels sia destinata a vacillare nel momento in cui l’impalcatura di bugie costruita dalla protagonista crollerà, (cosa che accade inevitabilmente), portando alla luce una verità inespugnabile capace di colpire duramente la sensibilità dell’uomo. Tuttavia, questa semplicità narrativa funge da base per elevare la complessità del tema trattato, permettendo alla regista di concentrarsi sulla profondità psicologica dei protagonisti piuttosto che su sterili colpi di scena. La vicenda si configura quindi come un percorso dove lo spettatore osserva i due personaggi conoscersi e intrigarsi, sapendo che dovranno inevitabilmente scottarsi una volta che il segreto di Edith verrà svelato.

All’interno di una narrazione banale, però, ciò che lascia piacevolmente sorpresi è la scelta finale, l’ultima decisione che Edith prende per suo figlio: una scelta indubbiamente forte e coraggiosa che, sotto alcuni punti di vista, risulta totalmente inaspettata. Pur evitando di svelare il finale per non incorrere in spoiler che rovinerebbero la visione, è evidente come tale decisione sia perfettamente in linea con l’obiettivo della pellicola. Il film pone infatti l’accento su una riflessione, mai marcatamente femminista, sul significato profondo di genitorialità e di monogenitorialità. L’opera evita ogni forma di semplificazione, analizzando invece la complessità di un bambino nato attraverso l’inseminazione artificiale e l’importanza delle radici biologiche identitarie. La sceneggiatura esplora come la fisionomia e la psiche stessa del bambino sia formata biologicamente dal 50% materno e dal 50% paterno, anche quando quest’ultimo è un uomo sconosciuto e ignoto al bambimo, ma che porta con sé, voglia o non voglia, un’identità genetica precisa dentro quel piccolo corpo.

La pellicola affronta in tal senso queste tematiche complesse senza mai cadere in una narrazione estremamente ridondante o stucchevole. Al contrario, pur nella sua strutturazione narrativa semplice, eleva in maniera corretta la profondità del tema, guardandolo attraverso gli occhi di Edith, una giornalista che inizia a nutrire dubbi e curiosità sulla scelta del misterioso donatore che conosce solo attraverso la voce di un audio. Questo audio rappresenta, almeno inizialmente, l’unico portale per conoscere quell’individuo. Janicke Askevold ha voluto che Edith non fosse un’eroina, ma un personaggio complesso, con pregi e difetti, capace di apparire forte e indipendente pur essendo tormentata dai dubbi. La scelta della professione di giornalista è fondamentale in questo senso: implica una responsabilità e una sana curiosità che diventano il vero motore del film.

Tornando a riflettere sulla conclusione dell’opera, emerge una considerazione d’ordine personale: si sarebbe potuto auspicare un finale contrapposto a quello che la cineasta ha scelto di proporre, specialmente considerando l’articolato percorso di formazione compiuto dai due protagonisti nel corso della narrazione. Tuttavia, è innegabile che l’epilogo adottato dalla regista possieda un peso tematico rilevante, poiché si ancora saldamente alla dimensione di cosa significhi effettivamente essere genitori nel panorama sociale odierno. In questo contesto, la genitorialità viene spogliata della sua sola valenza biologica: essere genitori nel 2026 non si esaurisce nell’atto di dare la vita a un bambino, ma si realizza pienamente nel sapergli stare accanto, nell’accudirlo con costanza e nell’essere una presenza imprescindibile nel momento del bisogno. La pellicola, dunque, non si limita a essere una riflessione sull’inseminazione artificiale o sulla monogenitorialità — tematica quest’ultima resa possibile anche dalle evoluzioni legislative dei paesi nordici che hanno aperto la procreazione assistita alle donne sole — ma si eleva a pregevole indagine sulla natura stessa dei legami familiari.

Ho sempre più amiche che scelgono di diventare madri single, soprattutto dopo la modifica delle leggi norvegese sulle biotecnologie, che ha consentito alle donne sole di accedere alla procreazione assistita. L’idea è nata dalla storia vera di un’amica, che , con le poche informazioni fornite dalla banca del seme , è riuscita a identificare il donatore e lo ha contattato. Si sono incontrati e hanno avuto una breve relazione e quello spazio intimo ed eticamente complesso tra biologia e famiglia mi è sembrato il punto di partenza ideale per un film . Credo che in quei paesi dove è ancora illegale, gli spettatori potrebbero percepire Noi due sconosciuti in modo diverso rispetto a quelli dei paesi nordici, dove le persone hanno una visione più progressista su questi temi. Per esempio, nel dibattito sui presunti “pericoli” di crescere senza un padre, diversi studi hanno dimostrato che i bambini cresciuti esclusivamente da donne tendono a essere sicuri e felici come tutti gli altri . In ogni caso mi ha sorpreso che un po’ ovunque la reazione prevalente alla storia narrata d a l film sia stata di curiosità . Le persone vogliono capire come funziona il sistema in Scandinavia, cosa significa per i bambini e come vengono selezionati i donatori. Anche in contesti conservatori, le discussioni sono state aperte e rispettose. Sono norvegese ma vivo in Francia, e credo che le culture di questi due paesi abbiano ispirato il film. Quando ho pensato al personaggio di Edith, non volevo che fosse un’eroina; doveva essere un personaggio complesso , con pregi e difetti. Ha dei dubbi, anche se ci tiene ad apparire forte e indipendente. È una giornalista, una professione che mi ha sempre affascinato: implica responsabilità ma anche una sana curiosità, che è fondamentale per quel tipo di lavoro e diventa il motore del film.

Dichiarazione della regista

La tematica trattata rende la pellicola indubbiamente originale, sebbene non lo sia strettamente dal punto di vista del linguaggio narrativo. Attualmente esistono infatti pochissimi lungometraggi capaci di affrontare questi argomenti con una tale profondità autoriale, capace di oscillare tra il dramma e il genere sentimentale. Fino al 2026, i tentativi cinematografici di esplorare la procreazione assistita e l’inseminazione artificiale, come avvenuto in Due cuori e una provetta (2010) o Piacere, sono un po’ incinta (2010), avevano prodotto risultati scarsi, mostrandosi incapaci di tratteggiare l’elemento tematico con il necessario spessore drammaturgico. In Noi due sconosciuti, invece, tale spessore è garantito da una sceneggiatura validissima, focalizzata in particolare sulla costruzione dei due protagonisti. Sebbene si può denotare che si sarebbe potuto fare di meglio nella definizione dei caratteri secondari, dagli amici di Edith fino alla famiglia di Niels, che rimangono fin troppo sullo sfondo, la pellicola riesce a infondere una tridimensionalità evidente ai due personaggi principali. Questo risultato viene raggiunto sia attraverso scelte dialogiche mirate, sia attraverso l’uso sapiente dei silenzi, che comunicano spesso più delle parole.

Questa profondità viene ulteriormente amplificata dallo sguardo della regista, che durante la pellicola usufruisce con intelligenza della tecnica dello zoom per sottolineare le emozioni dei personaggi, con un’attenzione speciale per Edith. Inoltre la Askevold dimostra di sapere sempre dove posizionare la macchina da presa, utilizzandola quasi sempre su cavalletto per donare al racconto una determinata atmosfera e un ampio respiro narrativo. Un esempio pregevole di questa tecnica si ritrova nella scena in cui Edith incontra Niels per la prima volta: prima di vederlo realmente nella sua interezza, lo spettatore ne scopre l’identità solo attraverso alcuni dettagli corporei, una scelta che accresce la tensione del momento.

Indubbiamente, la forza di questi personaggi e di un film che entra a pieno titolo nel genere sentimentale è data dalle splendide performance dei due protagonisti. In particolare, Lisa Loven Kongsli si dimostra capace di reggere da sola l’intero impianto filmico grazie a un’interpretazione di alto livello. La sua ottima prova è particolarmente evidente nella scena ambientata dopo la serata al pub, dove l’attrice riesce a raccontare la forza e la vulnerabilità del suo personaggio in maniera assolutamente credibile, evitando di cadere in facili stereotipi o in atteggiamenti sopra le righe. Affascinante e portatrice di grande spessore è anche l’inquadratura sul finale, che si concentra esclusivamente sulle espressioni facciali della Kongsli. Mentre Edith è seduta in un bar in attesa di Niels, la macchina da presa indugia sullo sguardo della donna, riuscendo perfettamente nell’intento di portare lo spettatore dentro il suo mondo interiore e le sue riflessioni.

In conclusione

Noi due sconosciuti è un film che, pur muovendosi entro una struttura narrativa prevedibile, riesce a distinguersi grazie alla delicatezza con cui affronta temi complessi come la monogenitorialità, l’identità biologica e il significato contemporaneo di “famiglia”. La regia di Janicke Askevold, sobria e attenta ai dettagli emotivi, valorizza una sceneggiatura che trova la sua forza nella costruzione dei due protagonisti, splendidamente interpretati da Lisa Loven Kongsli e Herbert Nordrum. Pur con personaggi secondari poco approfonditi e qualche passaggio narrativo convenzionale, il film colpisce per sincerità e sensibilità, offrendo uno sguardo maturo e non giudicante su un tema ancora poco esplorato dal cinema europeo. Un’opera intima, imperfetta ma autentica, capace di lasciare una traccia emotiva duratura.

Note positive

  • Tematica originale e trattata con sensibilità
  • Ottima costruzione dei due protagonisti
  • Regia elegante, con uso dello zoom molto efficace

Note negative

  • Struttura narrativa prevedibile
  • Personaggi secondari poco approfonditi
  • Alcune dinamiche relazionali risolte troppo rapidamente

L’occhio del cineasta è un progetto libero e indipendente: nessuno ci impone cosa scrivere o come farlo, ma sono i singoli recensori a scegliere cosa e come trattarlo. Crediamo in una critica cinematografica sincera, appassionata e approfondita, lontana da logiche commerciali. Se apprezzi il nostro modo di raccontare il Cinema, aiutaci a far crescere questo spazio: con una piccola donazione mensile od occasionale, in questo modo puoi entrare a far parte della nostra comunità di sostenitori e contribuire concretamente alla qualità dei contenuti che trovi sul sito e sui nostri canali. Sostienici e diventa anche tu parte de L’occhio del cineasta!

Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.6
Condividi su
Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.