Inshallah a Boy (2023). La legge della Sharia

Recensione, trama e cast del film georgiano Inshallah a Boy (2023), al cinema in Italia dal 14 marzo 2024. Una storia di rivalsa personale.
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Trailer di Inshallah a Boy

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

“Inshallah a Boy”, opera prima del regista Amjad Al Rasheed, è il primo lungometraggio giordano ad essere stato presentato in competizione al Festival di Cannes, nella sezione Semaine de la Critique, dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio Gan per la distribuzione e il Premio Rail d’Or. Successivamente è stato premiato come Migliore work in progress alla Biennale di Venezia, nell’ambito di Final Cut in Venice, ed è stato scelto come rappresentante della Giordania agli Oscar, pur non riuscendo a entrare nella cinquina finale. Nonostante ciò, il film ha suscitato plauso e attenzione da parte della critica internazionale. Nel cast troviamo l’attrice israeliana Mouna Hawa nei panni di Nawal, una giovane madre e moglie che, rimasta improvvisamente vedova, lotta per il suo diritto all’eredità del marito.

Il lungometraggio arriva nelle sale cinematografiche italiane l’8 marzo 2024, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, con alcune anteprime nazionali, per poi essere distribuito ufficialmente da Satine Film a partire dal 14 marzo 2024.

Trama di Inshallah a Boy

Nella Giordania del 2023, Nawal, una donna trentenne, si trova improvvisamente a dover affrontare la morte improvvisa del marito. Oltre al dolore della perdita, deve far fronte alla responsabilità di crescere da sola la figlia Nora, gestendo anche un lavoro come assistente per un’anziana signora malata. La sua situazione si complica ulteriormente quando il cognato Rifqi, sfruttando le leggi della Sharia, pretende l’eredità del defunto, inclusa la casa in cui Nawal e Nora vivono. Per proteggere la propria famiglia e il diritto alla casa, Nawal decide di mentire, fingendo di essere incinta per guadagnare tempo e creare l’illusione di aspettare un figlio maschio, che secondo la legge la proteggerebbe da tali richieste. Con solo tre settimane a disposizione, Nawal si imbarca in un viaggio disperato che mette alla prova le sue convinzioni e la sua moralità, dimostrandosi disposta a tutto pur di garantire un futuro sicuro per sua figlia e preservare ciò che le spetta di diritto. Questo viaggio diventa non solo una sfida personale, ma anche un confronto con una società che pone vincoli rigidi sul ruolo delle donne e sul concetto di eredità.

Frame di Inshallah a boy
Frame di Inshallah a boy

Recensione di Inshallah a Boy

Sotto molti aspetti narrativi e tematici, può sembrare sorprendente che “Inshallah a Boy” sia stato diretto e sceneggiato da un uomo, nello specifico dal giovane cineasta Amjad Al Rasheed. La storia è caratterizzata da un forte punto di vista femminile, ponendo al centro della narrazione due donne che lottano per i propri diritti personali, in un contesto dove la parità di genere è ancora lontana dall’essere una realtà diffusa, specialmente nei paesi arabi, dove le donne spesso sono subordinate agli uomini e svolgono ruoli di madre, sorella, moglie, e padrona di casa. Al Rasheed non solo mette al centro del suo film le donne, ma adotta il loro punto di vista interiore femminile per esplorare cosa significhi essere donna in Giordania, e ci riesce in modo impeccabile. Nel corso del film, seguiamo il viaggio di Nawal, una donna che, da un giorno all’altro, si trova a perdere tutto ciò che ha a causa del suo cognato, il quale sfrutta la legge maschilista della Sharia a suo vantaggio.

La pellicola adotta un approccio nettamente centrato sul punto di vista femminile, in cui Amjad Al Rasheed, attingendo anche dalle sue esperienze personali e dalla propria infanzia, riesce a delineare con grande cura il mondo delle donne in Giordania, offrendoci uno sguardo autentico e realistico sulla condizione femminile nelle società arabe. Le donne si trovano costantemente soggette ad ingiurie e trattamenti crudeli da parte degli uomini, che le considerano più come strumenti per perpetuare la loro discendenza piuttosto che come individui con bisogni e desideri propri. Questa è la peculiarità principale di “Inshallah a Boy”: raccontare la femminilità in Giordania attraverso una narrazione priva di filtri e caratterizzata da una regia estremamente realistica. Amjad Al Rasheed adotta un approccio autoriale alla regia, ma opta saggiamente per una direzione invisibile che si concentra principalmente sulla storia e sul personaggio di Nawal, interpretato magistralmente da una straordinaria Mouna Hawa. La regia evita movimenti di macchina spettacolari, preferendo invece una presenza discreta della cinepresa che contribuisce ad approfondire la profondità della narrazione.

Amjad Al Rasheed

Inshallah a Boy è una storia di sopravvivenza, di emancipazione e di speranza. Con questo film ho voluto denunciare l’oppressione imposta da una società patriarcale e invitare il pubblico a riflettere. Sono cresciuto circondato da donne. Quando ero piccolo, in mia presenza parlavano apertamente dei problemi che avevano con i loro mariti, pensando che non ascoltassi o fossi troppo piccolo per capire. Così sono stato testimone di come la nostra società e la nostra cultura si aspettano che le donne accettino senza batter ciglio comportamenti abusivi da parte di uomini che dettano loro ciò in cui credere e come comportarsi. Questo mi ha fatto capire, in giovane età, come le donne debbano affrontare un modello oppressivo e come questo atteggiamento venga normalizzato.

La regia si adatta alla perfezione alla sceneggiatura, la quale è stata elaborata in collaborazione con sceneggiatrici, produttrici e attiviste georgiane come Rula Nasser e Delphine Agut, che hanno contribuito in modo significativo a conferire alla storia uno sguardo marcatamente femminile. La sceneggiatura si distingue come l’elemento di maggior pregio del film, essendo stata scritta con estrema maestria. La pellicola, grazie al suo script, evita la banalità e presenta numerose sottotrame di indubbio interesse narrativo, permettendoci di immergerci pienamente nel mondo delle donne arabe forti che lottano silenziosamente per sopravvivere in un contesto di leggi maschiliste che limitano la loro libertà. La protagonista Nawal emerge come un personaggio ampiamente tridimensionale, non limitato alla sua battaglia legale contro la Sharia, ma rappresentato come una donna in cerca della propria identità femminile e della libertà individuale. Attraverso i suoi incontri e confronti con personaggi come Lauren e il fisioterapista Hassan, assistiamo alla trasformazione interiore di Nawal, sia a livello emotivo che morale. Il finale del film, sebbene possa apparire leggermente convenzionale, evidenzia le paure profonde di Nawal, il cui senso di paura costante di perdere ciò che ha la porta a rimanere intrappolata in una vita di privazioni e limitazioni. Tuttavia, la scena finale in cui Nawal guida la macchina per la prima volta assume un significato simbolico, suggerendo che la sua lotta contro il potere maschilista potrebbe non essere del tutto sopita, lasciando aperta la possibilità di un futuro diverso e più libero.

Fotogramma di Inshallah a boy
Fotogramma di Inshallah a boy

La Sharia

Amjad Al Rasheed

La maggior parte dei Paesi arabi ha una legge simile e la applica ancora: se una donna perde il marito e non ha un figlio, parte dell’eredità va ai suoi suoceri o parenti stretti del marito. Inshallah a Boy è ispirato alla lotta di una persona della mia famiglia che ha dovuto affrontare la stessa situazione. Aveva comprato una casa ma il marito le aveva chiesto di non firmare l’atto di proprietà perché, secondo lui, la vergogna di vivere nella casa della moglie sarebbe stata troppo grande. Intanto lei, però, aveva dedicato tutta la sua vita al servizio della famiglia, vivendo con un uomo che gradualmente le aveva persino fatto perdere la nozione di chi fosse veramente. Alla morte del marito, conformemente alla legge in vigore in materia di eredità, i suoi beni avrebbero dovuto essere distribuiti tra i parenti più stretti del defunto, perché la coppia aveva soltanto figlie femmine. Tuttavia, i fratelli del defunto marito rinunciarono alla loro quota per garantire che lei e le sue figlie rimanessero nella loro casa, dicendole: “Ti permettiamo di vivere a casa tua”. Si sono comportati in modo apparentemente eccezionale nei suoi confronti probabilmente perchè erano finanziariamente agiati. Ma la frase “Te lo permettiamo” ha suscitato in me molte domande. E se non l’avessero fatto? Quali opzioni avrebbe avuto a disposizione se avessero preteso una quota della sua casa, come previsto dalla legge? Queste domande hanno alimentato l’idea del film, mostrando la mancanza di controllo che molte donne hanno sul proprio destino e la facilità con cui i loro diritti vengono violati.

La Sharia è spesso fraintesa poiché viene comunemente associata alla legge islamica, ma in realtà esiste una profonda differenza epistemologica tra i due concetti. Linguisticamente, “sharia” significa “via” o “percorso” verso la fonte divina, tracciato attraverso una serie di precetti nel nome di Dio. Questo percorso ha avuto origine con la rivelazione fatta da Allah al profeta Maometto ed è completamente gestito dal Corano. La Sharia ha quindi un carattere originariamente divino, sebbene sia stata implementata da uomini. Durante i primi tempi dell’Islam, i fedeli si rivolgevano a Maometto per consigli su varie questioni, considerandolo il più vicino intermediario ad Allah e la guida della neonata comunità islamica, chiamata Umma. Maometto stesso ha indicato il percorso da seguire attraverso l’interpretazione dei precetti divini, che ha poi dato origine alla legge islamica. Dopo la morte del Profeta, per guidare l’espansione della Umma, si è sentita la necessità di sistematizzare questo percorso, dando così origine alla legge islamica. A differenza della Sharia, che ha come fonti principali il Corano e la Sunna (tradizioni e detti del Profeta), la legge islamica nasce da un profondo sforzo interpretativo umano delle stesse fonti primarie.

La Sharia permea ogni aspetto della vita di un individuo, dalle questioni spirituali a quelle sociali e politiche. Ogni azione deve conformarsi ai dettami religiosi, compreso il diritto penale. Essa definisce ciò che è moralmente accettabile, influenzando le norme legali e i comportamenti individuali in tutti gli ambiti della vita quotidiana. Sin dai primi califfati arabi, la Sharia ha costituito la legge degli stati islamici. Tuttavia, con il processo di modernizzazione e il nazionalismo laico, molti stati l’hanno abolita, optando per sistemi giuridici ispirati a quelli europei, ad eccezione di alcune nazioni sunnite come l’Arabia Saudita, dove rimane una fonte centrale di legge. Nei paesi a maggioranza musulmana, la Sharia assume ruoli diversi nei sistemi legali. Ad esempio, in Arabia Saudita e in Iran, permea tutti gli aspetti del diritto, mentre in altre nazioni come Marocco, Tunisia, Etiopia e Somalia, si applica soprattutto alle questioni familiari e personali come il matrimonio, il divorzio e l’eredità. Anche in Giordania, la Sharia è utilizzata per risolvere dispute familiari ed eredità, come evidenziato nel film. Tuttavia, poiché la Sharia non riconosce il principio di laicità dello stato, le donne spesso non godono degli stessi diritti degli uomini. Ad esempio, possono essere limitate nel viaggiare con i propri figli all’estero e nel trasmettere loro la cittadinanza giordana. Inoltre, in materia di diritto di famiglia, in caso di morte del marito, le mogli non sono obbligate a ereditare beni e proprietà, a meno che non abbiano figli maschi.

In conclusione

Dopo le proteste delle donne in Iran contro la polizia morale e i segnali di liberalizzazione in Arabia Saudita, il regista Amjad Al Rasheed affronta il tema dei diritti delle donne nei regimi patriarcali nel suo film “Inshallah a Boy”. Attraverso una narrazione avvincente, il film mette in luce la questione poco conosciuta della “proprietà”, la quale, secondo la legge islamica della Sharia, è considerata di esclusiva pertinenza maschile, privando le donne dei loro diritti ereditari. La pellicola contribuisce così a catalizzare l’attenzione globale e la solidarietà verso la causa delle donne in contesti dominati dal patriarcato. 

Note positive:

  • La pellicola offre uno sguardo femminile autentico e profondo sulla condizione delle donne in Giordania, evidenziando le sfide quotidiane e la lotta per i propri diritti.
  • La regia di Amjad Al Rasheed, pur rimanendo discreta, riesce a valorizzare la storia e la protagonista, offrendo un’immersione realistica nel mondo femminile arabo.
  • Le interpretazioni degli attori, in particolare di Mouna Hawa nel ruolo di Nawal, sono straordinarie e trasmettono con efficacia le emozioni e i conflitti interiori dei personaggi.
  • La sceneggiatura, scritta con cura da diverse autrici, risulta uno degli elementi di maggior pregio della pellicola, evitando la banalità e introducendo sottotrame interessanti che arricchiscono la narrazione.
  • Il film affronta temi importanti come l’oppressione patriarcale, l’emancipazione femminile e la ricerca dell’identità personale, invitando il pubblico a riflettere sulla società e sulla cultura araba.

Note negative:

  • Il finale potrebbe risultare leggermente banale e prevedibile, rischiando di attenuare l’impatto emotivo della storia.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 924

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