Io sono un po’ matto… e tu? (2024). Il Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi

Recensione, trama e cast del film Io sono un po' matto... e tu? (2024). Una riflessione sull'accettazione della malattia mentale nella società del 2024.

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Locandina di Io sono un po’ matto… e tu

Io sono un po’ matto… e tu?

Titolo originale: Io sono un po’ matto… e tu?

Anno: 2024

Nazione: Italia

Genere: Drammatico

Casa di produzione: Notorious Pictures, Teatro Patologico

Distribuzione italiana: Notorious Pictures

Durata: 79 minuti

Regia: Dario D’Ambrosi

Sceneggiatura: Dario D’Ambrosi

Fotografia: Lorenzo Messia

Montaggio: Lorenzo Messia

Musiche: Francesco Santalucia

Attori: Marco Bocci, Raoul Bova, Dario D’Ambrosi, Stefano Fresi, Claudia Gerini, Edoardo Leo, Vinicio Marchioni, Stefania Rocca, Claudio Santamaria, Riccardo Ballerini, Domenico Iannacone, attori disabili del Teatro Patologico

Trailer di “Io sono un po’ matto… e tu?”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Dario D’Ambrosi, nato a Milano nel 1958, è uno dei principali artisti d’avanguardia italiani. Creatore e fondatore del movimento teatrale denominato Teatro Patologico, D’Ambrosi ha dato vita a uno spazio artistico di libera espressione che offre ai giovani con disabilità psicofisiche un’opportunità di crescita. Il Teatro Patologico si propone di favorire l’integrazione con le famiglie e la società circostante, e al contempo di fornire competenze utili per un eventuale proseguimento degli studi o un inserimento nel mondo del lavoro, in vari ambiti della produzione artistica: dalla scrittura alla recitazione, dal disegno scenico alla musica.

Nel 2016, D’Ambrosi ha inaugurato il Corso Universitario di Teatro Integrato dell’Emozione, che unisce la ricerca scientifica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata alla sua trentennale esperienza con il Teatro Patologico, fondato nel 1990, lavorando con ragazzi, donne e uomini con disabilità mentali. Il corso si articola su due piani: da una parte la ricerca, dall’altra la formazione, con l’obiettivo di ottenere una validazione scientifica formale dei metodi innovativi di teatro-terapia, a beneficio di persone con disabilità mentali di diverso grado. Si tratta di un progetto d’integrazione straordinario, che consente a persone con disabilità psichiche e fisiche di accedere a una preparazione completa e a un’espressione artistico-terapeutica con ricadute concrete nella vita reale, attraverso lo studio di materie e tecniche teatrali.

Nel suo percorso artistico, D’Ambrosi ha sempre unito l’abilità teatrale a un interesse profondo per lo studio delle malattie mentali, tanto da decidere, per un periodo di tre mesi, di farsi internare nel manicomio psichiatrico Paolo Pini, con l’obiettivo di osservare e analizzare il comportamento dei pazienti psicopatici. Da questa combinazione di passioni nasce il concetto di Teatro Patologico. Tuttavia, è importante sottolineare che D’Ambrosi non si limita a questo ambito: è, prima di tutto, un grande attore e regista teatrale.

A soli diciannove anni si trasferisce a New York, dove negli anni ‘70 incontra Ellen Stewart, fondatrice del celebre Caffè La Mama, che lo fa esordire a teatro con il monologo Tutti non ci sono, rimasto in cartellone per mesi. Durante il suo periodo newyorkese, D’Ambrosi entra in contatto con importanti figure della scena culturale dell’epoca come Robert De Niro, Andy Warhol, Lou Reed e Pina Bausch. Rientrato in Italia, comincia la sua carriera cinematografica, apparendo in diversi lungometraggi come Padre Pio di Giulio Base, Uno Bianca di Michele Soavi, Terra di nessuno di G. Giagni e Titus di Julie Taymor.

Nel 2003 D’Ambrosi debutta come regista cinematografico con Il ronzio delle mosche. Vent’anni dopo, nel 2023, firma la sua seconda regia con il docu-film Io sono un po’ matto e tu?, un’opera che vede la partecipazione di un cast d’eccezione composto da Claudio Santamaria, Raul Bova, Stefano Fresi, Claudia Gerini, Edoardo Leo e Stefania Rocca.

Scritto e diretto da Dario D’Ambrosi e realizzato con la collaborazione dell’Accademia di Cinema Griffith di Roma, il lungometraggio sarà distribuito nei cinema italiani da Notorious Pictures il 7, 8 e 9 ottobre. Parte dell’incasso sarà devoluto in beneficenza al Teatro Patologico Onlus, per sostenere la ricerca scientifica e offrire speranza a molti ragazzi con disabilità psichiche e fisiche attraverso la teatro-terapia, dimostrandone i benefici non solo a livello emotivo, ma anche cerebrale.

Trama di “Io sono un po’ matto… e tu?”

Il Teatro Patologico di Roma è uno spazio in cui, attraverso la teatro-terapia, ragazzi e ragazze con disabilità mentale e le loro famiglie cercano di rompere l’isolamento della loro condizione e di vivere una quotidianità più integrata e normale. Nel film, gli attori e le attrici della compagnia, immedesimandosi nel loro direttore, si sforzano di affrontare le ansie e le paure di personaggi famosi che si rivolgono a loro, incontrandoli in vari luoghi della città. Gli attori professionisti, con ironia e sincerità, rivelano tic e manie, sperando che questi “tutor psichiatrici” possano aiutarli a superare le loro difficoltà.

Roul Bova in Io sono un po’ matto… e tu?
Roul Bova in Io sono un po’ matto… e tu?

Recensione di “Io sono un po’ matto… e tu?”

“Io sono un po’ matto… e tu?”, scritto e diretto da Dario D’Ambrosi, è un lungometraggio che rappresenta un’innovazione significativa nel cinema italiano. Il film, che include un cast di alcuni tra i più celebri attori italiani è arricchito da una colonna sonora eccezionale. Tuttavia, l’unicità del film non risiede solo nei suoi nomi di spicco, ma anche nella partecipazione di 30 attori disabili membri della Compagnia Stabile del Teatro Patologico. Questa combinazione di talento e inclusione rende il progetto un esempio straordinario di come l’arte possa servire a scopi sociali e terapeutici. “Io sono un po’ matto… e tu?” non è solo un film; è un’opera che solleva questioni fondamentali sul modo in cui percepiamo e trattiamo la disabilità psichica. Il film ha come obiettivo primario quello di sensibilizzare il pubblico su questo tema, spesso trascurato o stigmatizzato. 

Note di regia

La società umana, fin dalle sue origini, ha sempre manifestato disgusto e repulsione verso coloro che vivono in condizioni di disagio mentale, nelle sue molteplici forme psichiatriche. Queste persone, etichettate come pazzi, folli, matti, idioti o semplicemente individui affetti da deficit mentali cognitivi, non hanno mai trovato un proprio posto nel mondo, né un ruolo all’interno di una società che eleva la normalità e la sanità mentale a capisaldi dell’esistenza e dell’accettazione sociale. Coloro che non rispettano gli standard sociali di normalità sono stati, nel corso della storia umana, costantemente emarginati e nascosti, poiché la società non riesce a vedere in loro alcun valore positivo, considerandoli una degenerazione dell’essere umano. L’opinione pubblica ha sempre percepito la malattia come qualcosa di mostruoso e inaccettabile, tanto da spingere perfino i familiari di bambini “anormali” a nasconderli, come raccontato nel film “Maria Montessori – La Nouvelle Femme“, vergognandosi profondamente per aver dato alla luce un tale “errore”.

Già a partire dal Medioevo, l’uomo che si considerava “normale” ha creato delle strutture apposite per la reclusione di queste persone, con l’obiettivo di nasconderle alla vista della società, come se non esistessero. Questi luoghi, conosciuti come manicomi, per lungo tempo hanno rappresentato istituzioni brutali dove venivano rinchiusi tutti coloro che mostravano comportamenti divergenti rispetto alla cosiddetta normalità sociale: dagli individui con deformità fisiche agli omosessuali, prostitute, ninfomani o persino persone ritenute possedute, oltre ovviamente a coloro che soffrivano di problemi mentali o cognitivi. La funzione primaria di questi luoghi era quella di isolare e nascondere chiunque la società considerasse deviato o una piaga sociale.

Fortunatamente, in Italia, il 13 maggio 1978 è stata approvata la legge Basaglia, che ha sancito la chiusura dei manicomi, avviando un nuovo approccio alla cura delle problematiche legate all’anormalità psicofisica. Con l’introduzione di questa legge, la situazione è migliorata notevolmente, sia a livello clinico che nella percezione del diverso. Oggi, l’essere umano è più incline ad accettare e comprendere chi soffre di un handicap psicofisico, non vedendolo più come una persona da nascondere, anche se il percorso verso una piena accettazione dell’anormalità e della malattia mentale, soprattutto nell’ambito dell’integrazione sociale e lavorativa, rimane ancora un tabù.

Nonostante i progressi, uomini e donne che affrontano problemi psicologici, dalla depressione ad altre forme di disagio mentale, sono ancora vittime di stigma e abbandono sociale. La malattia mentale, infatti, continua a incutere timore, e chi ne è affetto spesso si ritrova isolato, abbandonato dalla società e dalle persone che lo circondano, privo di supporto emotivo. In questo contesto, percorsi terapeutico-artistici come quello offerto dal Teatro Patologico rappresentano una vera manna dal cielo, poiché offrono un luogo sicuro in cui queste persone possono esprimersi, ricevere affetto e trovare un’accoglienza che la società “normale”, spaventata dall’anormalità, non è in grado di dare.

Dario D’Ambrosi ha come obiettivo primario, attraverso questo lungometraggio, di smuovere l’inconscio e la razionalità delle persone, spingendole a riflettere profondamente e completamente sul significato della parola “normalità” e se questa effettivamente esista nel nostro mondo e nella nostra epoca sociale. Durante la narrazione, sentiremo ripetere in modo costante il titolo del lungometraggio, che diviene una sorta di domanda rivolta allo spettatore stesso: “Io sono un po’ matto e tu?”. La questione che affronta il cineasta-attore è la non esistenza di una vera normalità, evidenziando come chiunque di noi, nel suo agire quotidiano, possieda una sorta di follia interiore, una sua anormalità, che questa sia piccola o grande.

In questo senso, è interessante la riflessione di una ragazza affetta da problemi psicofisici, la quale dichiara che per lei non sono normali coloro che non rispettano l’altro e non accettano il diverso da loro. Seguendo questo flusso di pensiero, è veramente possibile considerare normali quei signori che giocano alla guerra per motivi egoistici, fini a sé stessi? Secondo me, no. Dunque, cosa significa “normalità”? Esiste veramente la normalità? Cosa significa essere anormale? Queste sono le domande che Dario D’Ambrosi indaga con questa pellicola e con il suo lavoro di Teatro Patologico, in cui tenta di aiutare persone affette da significativi deficit fisici e psicologici.

Il tema dell’accettazione della normalità ci viene rappresentato nel corso del film attraverso la situazione familiare di Dario D’Ambrosi, che si ritrova a dover lottare contro la propria moglie, abilmente interpretata da Stefania Rocca. Attraverso una scena dal forte impatto emotivo, sia per le performance attoriali di enorme spessore e intensità, viene mostrato lo scontro tra il mondo di D’Ambrosi e quello contemporaneo e sociale, rappresentato dalla figura della moglie, una donna che non riesce ad accettare pienamente il diverso, etichettandolo come anormale e aberrante. Questo riflette il pensiero della società, che vede i non normali come una piaga sociale e non come persone con un proprio microcosmo interiore e delle proprie emozioni. D’Ambrosi riconosce in loro una possibilità di futuro, ma la società non vede nulla in loro, solo un problema.

Allo stesso tempo, però, la narrazione si sposta da una componente connessa all’indagine dell’erroneo concetto di normalità sociale per affrontare, seppur in maniera secondaria, la tematica della malattia mentale, che ci viene mostrata come un vero e proprio tabù. Già nei primi minuti della pellicola, viene dichiarato, attraverso l’uso di didascalie, che molte persone affette da problemi psicologici si rifiutano di accettarli e, dunque, di curarli, segno che il termine “malattia mentale” fa ancora paura. Questa tematica, però, avrebbe meritato un maggiore approfondimento, cosa che non avviene, risultando sviluppata soltanto attraverso alcune didascalie inserite all’inizio della pellicola.

Struttura narrativa

“Io sono un po’ matto… e tu?” è un film che unisce il linguaggio teatrale a quello cinematografico, offrendo al pubblico una pellicola innovativa capace di affrontare una tematica profondamente importante attraverso un’impostazione drammaturgica dal carattere terapeutico. I membri affetti da deficit mentale della Compagnia Stabile del Teatro Patologico rivestono un ruolo fondamentale all’interno della narrazione, sia attraverso piccole interviste a loro effettuate sia tramite i ruoli che ricoprono, riflettendo su temi come la malattia, la normalità e l’amore. In questo contesto, svolgono il ruolo di spalle recitative accanto a attori del calibro di Raul Bova e Claudia Gerini.

È interessante notare come, all’interno di queste scene, avvenga quasi un capovolgimento dei ruoli, in cui l’attore professionista si trova a personificare una persona affetta da disturbi mentali, mentre chi nella vita reale ha effettivamente problematiche mentali assume il ruolo di “sano”, rivestendo persino il ruolo di dottoressa. Abbiamo così Claudia Gerini, che interpreta una donna con problematiche ludopatiche; Raul Bova, che impersonifica un uomo affetto da insonnia; e Claudio Santamaria, in preda all’ossessione e a una malattia immaginaria. La claustrofobia e i problemi ad essa connessi vengono analizzati con Edoardo Leo, mentre con Marco Bocci si esplora l’ossessione sessuale, la ninfomania, e con Riccardo Ballerini si osserva la follia di un uomo maniacale nella pulizia.

Una delle caratteristiche più sorprendenti di “Io sono un po’ matto… e tu?” è la sua realizzazione in sole 24 ore. Questo record di tempo è stato possibile grazie alla precisa organizzazione e alla collaborazione tra tutti i partecipanti, inclusi gli attori disabili che hanno lavorato nei ritagli di tempo in cui le loro condizioni psico-fisiche lo permettevano, nonostante le terapie farmacologiche. Anche i “VIP” del cinema italiano hanno dimostrato grande disponibilità, prestando il loro talento a questo progetto audace. Il film diventa così un esempio di come, con una visione artistica chiara e una dedizione collettiva, si possa creare qualcosa di straordinario anche in un periodo di produzione estremamente limitato. Questa impresa, se portata come esempio nelle scuole di cinema, potrebbe ispirare nuove generazioni di cineasti a esplorare modalità innovative di produzione cinematografica. La trama si sviluppa attorno ai ragazzi disabili del Teatro Patologico, che, nel ruolo di “tutor psichiatrici”, assistono noti personaggi pubblici a confrontarsi con le proprie ansie e paure. Questi personaggi, spesso visti come simboli di successo e stabilità, rivelano con ironia e sincerità i loro tic e le loro manie, cercando aiuto e comprensione. Questo confronto offre una riflessione profonda sulla natura umana, esplorando come tutti, indipendentemente dalla loro fama o successo, affrontino sfide psicologiche e personali. Il film, con il suo tono surreale e tragicomico, diventa un mezzo potente per raccontare le difficoltà quotidiane da una prospettiva inedita e originale.

Note di regia

Il film si muove dunque all’interno di capitoli autoconclusivi racchiusi in una cornice più ampia, connessa a un lavoro dal sapore di cinema del reale. La cornice è rappresentata dal documentario, in cui assistiamo al lavoro che D’Ambrosi effettua con i suoi allievi della Compagnia Stabile del Teatro Patologico, mostrando tutta la forza d’animo, il coraggio e l’empatia nei confronti di questi “pazienti”, al fine di sbloccarli. Accanto a questo elemento marcatamente documentario, riferito a D’Ambrosi, viene costruita una narrazione fiction per il suo sviluppo drammaturgico, dove lo vediamo affrontare difficoltà coniugali a causa di una moglie che non comprende pienamente il tipo di lavoro e l’impegno costante che il marito dedica al Teatro Patologico.

In parallelo a questa linea narrativa troviamo le varie scenette con gli attori professionisti, che si perdono in una sorta di monologo (non tutti, però) dal sapore profondamente teatrale, incentrato sulle loro malattie. Purtroppo, non tutte queste scenette funzionano bene; infatti, quelle con protagonista Stefano Fresi appaiono poco ispirate, come del resto quelle con Vinicio Marchioni, nei panni di un uomo balbuziente, e quella di Edoardo Leo, che risulta davvero tirata via.

A livello registico, la pellicola si dimostra un prodotto audiovisivo profondamente teatrale, un elemento evidente dal tipo di recitazione imposta agli attori, che sembrano muoversi nello spazio scenico più come attori teatrali che come cinematografici. Questa scelta, però, nel modo in cui la storia è trattata a livello di inquadrature e fotografia, appare idonea e corretta. Infatti, tutti gli interpreti si dimostrano abili nel loro ruolo, ma tra tutti spicca un immenso Dario D’Ambrosi, che offre un’interpretazione maestosa, straziante ed emozionante. Al pari livello si colloca Stefania Rocca; la scena che vede sullo schermo i due attori è quella dal maggior impatto visivo ed emotivo, anche grazie a un uso del sonoro eccellente. Parimenti emotiva è la sequenza visiva che unisce Dario D’Ambrosi a Claudio Santamaria, in quegli urli strazianti e liberatori in cui i personaggi gridano: “Io sono un po’ matto… e tu?”

Fotogramma di Io sono un po’ matto… e tu?
Fotogramma di Io sono un po’ matto… e tu?

In conclusione

“Io sono un po’ matto… e tu?” di Dario D’Ambrosi si distingue come un’opera audace nel panorama del cinema italiano. Non solo mette in luce le sfide e le complessità legate alla disabilità psichica, ma lo fa attraverso una narrazione coinvolgente e una regia di forte impatto emotivo. La partecipazione di attori disabili rappresenta un passo importante verso l’inclusione, mentre il cast di celebrità porta ulteriore attenzione a temi fondamentali spesso trascurati. Sebbene la pellicola possa risultare disomogenea in alcuni passaggi, la sua capacità di stimolare la riflessione sulla normalità e sull’accettazione rende questo film un’importante aggiunta al dibattito sociale contemporaneo.

Note positive

  • Inclusione di attori disabili nel cast
  • Forte impatto emotivo e interpretazioni intense
  • Approccio innovativo alla tematica della disabilità

Note negative

  • Alcuni segmenti risultano poco ispirati
  • Sviluppo della malattia mentale poco approfondito
  • Struttura narrativa a capitoli può risultare disomogenea

Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozioni
SUMMARY
4.0
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.