La fossa delle Marianne (2024): un viaggio nel dolore e nella rinascita

Recensione, trama e cast del film La fossa delle Marianne (2024), l'opera prima di Eileen Byrne che esplora il lutto e la rinascita in un intenso viaggio tra emozioni e simbolismi.

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Luna Wedler in La fossa delle Marianne (2024) – Regia di Eileen Byrne – © Trent Film e (c) Oliver Oppitz – Immagine concessa da Ufficio stampa Di Milla Macchiavelli per uso stampa.
Luna Wedler in La fossa delle Marianne (2024) – Regia di Eileen Byrne – © Trent Film e (c) Oliver Oppitz – Immagine concessa da Ufficio stampa Di Milla Macchiavelli per uso stampa.

Trailer di “La fossa delle Marianne”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

La biologa e giornalista scientifica Jasmin Schreiber, originaria di Francoforte sul Meno, non ha solo una carriera nella ricerca — dove si occupa di biodiversità ed entomologia, con particolare attenzione ai coleotteri stafilinidi —, ma svolge parallelamente anche l’attività di scrittrice, sia di romanzi sia di saggi. Esordisce in ambito letterario con il romanzo Fossa delle Marianne (edito in Italia da Alphabeta), cui fanno seguito The Swift (2021) e Endling (2023), oltre ai testi di saggistica Addio a Hermine (Goldmann, 2021), Biodiversità: 100 pagine (Reclam, 2022), Schreiber’s Naturarium (Eichborn, 2023) e Amore, sesso ed eredità (Eichborn, 2024).

Proprio il suo romanzo d’esordio ha avuto, nel 2024, una trasposizione cinematografica resa possbile grazie alla casa di produzione Samsa Film — fondata da Bernard Michaux, Jani Thiltges e Claude Waringo nel 1986 — e alla regista Eileen Byrne, nata in Lussemburgo nel 1984 da madre tedesca e padre franco-scozzese. La Byrne debutta alla regia di un lungometraggio proprio con Marianengraben (titolo originale del film), dopo aver realizzato diversi cortometraggi, tra cui The Quickie (2022) e Kannerspill (2024).

Nel febbraio 2020, pochi giorni prima dello scoppio della pandemia di coronavirus, l’agente letterario Elisabeth Ruge mi ha invitato all’evento “Books at Berlinale”, che ogni anno presenta dodici romanzi eccezionali, particolarmente adatti per adattamenti cinematografici. Tra questi libri ho trovato quello che cercavo da tempo: il bestseller “La Fossa delle Marianne”. La regista Eileen Byrne e io stavamo cercando del materiale che potesse mettere in mostra il suo eccezionale talento come regista. La premessa di “La Fossa delle Marianne” ci ha subito affascinato e abbiamo capito che dovevamo agire in fretta. Abbiamo iniziato a leggere il romanzo mentre la Berlinale era ancora in corso. Pochi giorni dopo abbiamo presentato la nostra offerta per acquisire i diritti. Con oltre venti altre offerte, la concorrenza è stata dura, ma alla fine siamo riusciti a prevalere. La comicità assurda e la profonda tristezza che Jasmin Schreiber riesce a combinare magistralmente rendono questo romanzo un’esperienza unica. – Cit. Note di produzione

L’opera prima di Eileen Byrne, che si è occupata sia della regia sia della sceneggiatura del lungometraggio, ha avuto la sua première al FilmFest Hamburg il 4 ottobre 2024, per poi venire proiettata il 17 ottobre al San Diego International Film Festival negli Stati Uniti d’America, approdando infine nei cinema il 23 ottobre 2024 in Lussemburgo e successivamente in Germania, a partire dal 7 novembre. In Italia, il film — che vede nel ruolo dei protagonisti l’attore caratterista tedesco Edgar Selge (“The Experiment”) e la giovane promessa del cinema svizzero Luna Wedler (“Blue My Mind“, “Storia di mia moglie”) — ha avuto la sua prima nazionale il 12 aprile 2025, venendo scelto come film di chiusura del Bolzano Film Festival, per poi essere distribuito nelle sale italiane grazie a Trent Film, a partire dal 24 aprile 2025.

Trama di “La fossa delle Marianne”

Paula è tormentata da un incubo ricorrente che ogni notte le ruba il sonno, le energie e, lentamente, anche la voglia di vivere. Non riesce ad accettare la perdita del suo adorato fratellino Tim, annegato a soli nove anni, e si strugge immaginando i suoi ultimi istanti, soli e pieni di paura. Nel giorno in cui Tim avrebbe compiuto dieci anni, spinta dal dolore, si reca di notte al cimitero dove riposa il fratello. Parlandogli davanti alla tomba, rompe accidentalmente una lampada. È in quel momento che incontra Helmut, un uomo enigmatico che le chiede aiuto per dissotterrare l’urna della moglie defunta, Helga. Dopo un momento di esitazione, Paula accetta. Scoperti dagli addetti del cimitero, i due sono costretti alla fuga a bordo del camper di Helmut, accompagnati dal fedele pastore tedesco dell’uomo, Judy.

Helmut confida, alla giovane, di voler portare le ceneri della moglie in Alto Adige, per sottrarla a un destino che non aveva voluto: i figli di Helga, infatti, avevano insistito per seppellirla in Germania, contro il parere di Helmut. Paula, vedendo in quel viaggio l’occasione per raggiungere anche lei l’Italia, verso la località sull’Adriatico, Trieste, dove è morto Tim, decide di seguirlo. Tuttavia, una volta arrivati al confine, la ragazza manifesta l’intenzione di proseguire da sola in treno.

Il viaggio si fa più concitato quando, temendo che la polizia sia sulle loro tracce, Helmut supera in modo avventato un posto di blocco vicino al confine austriaco. Solo grazie alla prontezza di spirito di Paula riescono a evitare l’arresto. Durante il tragitto, Helmut, malato terminale di cancro ai polmoni, si apre sempre di più con Paula, raccontandole del dolore per la perdita del suo figlioletto, annegato nel 1971. La condivisione del lutto e della sofferenza crea tra loro un legame profondo. 

Nel corso del viaggio, Paula raccoglie un pollo investito, che battezza “Lutz”, e si apre all’uomo, confidandogli di aver studiato biologia senza però completare il master in scienze marine. Nonostante il desiderio impellente della giovane di arrivare al più presto a Trieste, Helmut preferisce rallentare, concedendosi delle soste nella natura incontaminata. In uno di questi momenti di calma, Paula si abbandona al pianto e confessa di voler raggiungere Tim nel giorno del suo compleanno. Helmut, con grande dolcezza, la consola, rivelandole di aver tentato in passato il suicidio, salvato soltanto dall’amore della moglie Helga.

Tra loro nasce un’intimità nuova e sincera: fumano insieme della marijuana terapeutica contro il dolore, ridono e ballano spensierati per la prima volta. È un momento di autentica leggerezza, che però dura poco: Helmut è colto da una nuova crisi respiratoria. In quello sguardo d’intesa che si scambiano, entrambi comprendono che il viaggio che li attende sarà decisivo — e che le vere avventure devono ancora cominciare.

Recensione di “La fossa delle Marianne”

Effettuare una trasposizione cinematografica del romanzo “Fossa delle Marianne” non è affatto un compito semplice, sia per le tematiche trattate all’interno del racconto, sia per il modo in cui Jasmin Schreiber ha scelto di scrivere la storia a livello letterario: una scrittura che sfrutta completamente l’Io narrante, elemento fondamentale per immergere il lettore nel mondo oscuro e intriso di dolore della protagonista.Un espediente narrativo che rende, inevitabilmente, la narrazione più interiore che esteriore, in cui il racconto si configura quasi come un flusso di pensiero, un monologo interiore, interrotto solo da qualche battuta di dialogo con l’altro personaggio cardine del romanzo, Helmut, che ci viene raccontato attraverso lo sguardo della giovane protagonista.

La sceneggiatrice e regista ha dovuto, dunque, trovare un proprio linguaggio per trasporre questa vicenda all’interno del medium cinematografico, dove il flusso di pensiero della protagonista della controparte cartacea ha richiesto una trascrizione e una riformulazione differenti, per permettere comunque allo spettatore di accedere al suo mondo interiore, devastato dal senso di colpa per la morte del fratellino e dal dolore della perdita, che la consumano, attimo dopo attimo. Così la sceneggiatrice, nel tentativo di trasmettere allo spettatore cinematografico l’interiorità che permea il romanzo, opera un’ampia modifica del materiale letterario di partenza, realizzando un complesso lavoro di taglia e cuci: elimina parti del romanzo e introduce nuove scene e sviluppi drammaturgici, senza tuttavia snaturare o alterare il senso profondo dell’opera di Jasmin Schreiber.

La tragicommedia mi ha fatto subito venir voglia di tradurre il romanzo in un linguaggio cinematografico. All’inizio, però, avevo un po’ sottovalutato il lavoro, perché il romanzo si basa molto sui monologhi interiori della protagonista e su flashback con il fratellino. Poiché anche Jasmin era interessata allo sviluppo della sceneggiatura, abbiamo scritto insieme una prima bozza del trattamento. Tuttavia, quando lei ha dovuto abbandonare il lavoro a causa di altri progetti, ho proseguito da sola, con il supporto di Angelika Monning. […] La parte difficile è stata arrivare al nocciolo della storia e trovare il modo di tradurlo cinematograficamente. Purtroppo, ciò ha comportato l’omissione di molte scene del romanzo, ma anche l’aggiunta di alcune nuove. Ma il nostro obiettivo è sempre stato quello di restare fedeli al nucleo emotivo del romanzo.

Per me ora è come un tutt’uno; a volte non riesco nemmeno a distinguere quali scene o dialoghi fossero miei e quali di Jasmin (scrittrice del romanzo). Penso che questo sia l’obiettivo: che i personaggi alla fine acquisiscano una vita propria ed esistano al di fuori del romanzo, in modo che risulti naturale scrivere nuove scene per loro. Ma naturalmente avevo annotato molti momenti e dialoghi del romanzo che volevo assolutamente conservare perché sono semplicemente fantastici. Per me era particolarmente importante restare fedele all’essenza del personaggio e tracciare la linea sottile tra umorismo e dramma, proprio come aveva fatto Jasmin nel romanzo. Spero vivamente di esserci riuscita.

Cit. Eileen Byrne

Il film perde nel lavoro di trasposizione cinematografica la narrativa in prima persona e quel suo lato intrinsecamente introspettivo, abbandonando ogni forma di voce pensiero (udibile solo in alcune scene dal tono onirico) a favore di una drammaturgia interamente incentrata sul rapporto umano che si instaura tra Paula e Helmut, in cui lo spettatore viene a conoscenza dei traumi e dei segreti di Paula non più attraverso il suo flusso di pensiero, bensì tramite i dialoghi e lo scambio di vedute che la giovane intrattiene con l’anziano uomo in fin di vita. Se, nel testo letterario, Paula rappresenta l’unico punto di vista, nella trasposizione filmica lo spettatore la conosce anche attraverso lo sguardo di Helmut, che mette in luce le sue fragilità interiori, permettendo al pubblico di penetrare ancora più a fondo nel mondo oscuro e devastato di una ragazza in bilico tra la vita e la morte, tra l’accettazione dolorosa del passato e la tentazione di porre fine alla propria esistenza.

Helmut possiede, dunque, nel corso del lungometraggio, un proprio punto di vista (a differenza del romanzo) ma non riesce mai a diventare un carattere effettivamente interessante e sfaccettato a causa di una sceneggiatura e di una regia che si concentrano in maniera eccessiva su Paula, la quale diviene la vera e propria protagonista narrativa della vicenda, relegando Helmut al ruolo di deuteragonista, di confidente e di mentore del personaggio principale, a favore di una storia completamente orientata al percorso evolutivo di Paula.
Indubbiamente, la creazione di una drammaturgia più equilibrata, capace di offrire il medesimo spazio d’approfondimento sia a Paula sia a Helmut, avrebbe arricchito maggiormente la vicenda, sia a livello di profondità tematica sia sotto il profilo umano ed emotivo, dove l’emozione sopraggiunge nel corso del film solo in alcuni sporadici momenti, lasciandoci dinanzi a un’esperienza visiva e narrativa intensa, ma che non raggiunge mai le sue effettive potenzialità emotive, soprattutto nella costruzione del legame tra i due personaggi.

Difatti, se possiamo muovere una critica al film, è proprio nella costruzione del rapporto tra questi due caratteri così diversi l’uno dall’altro. Un rapporto che si evolve, ma senza far trasparire quella tenerezza di cui la vicenda avrebbe avuto bisogno, una tenerezza che la storia vorrebbe trattare ma che, alla fine dei conti, non emerge mai in chiave visiva, anche a causa della regia troppo distaccata dai personaggi. Questo assenza di intimità tra i personaggio avviene nonostante le validissime interpretazioni dei due attori, Luna Wedler ed Edgar Selge, che portano l’intero peso della pellicola sulle loro spalle, riuscendo a donare ai loro personaggi quella profondità che talvolta la sceneggiatura e la regia non riescono a trasmettere. Attraverso i loro gesti, il loro modo di muoversi nello spazio e il loro sguardo, lo spettatore riesce a cogliere di più del loro universo interiore di quanto non faccia la sceneggiatura, che si perde fin troppo in una narrazione talvolta didascalica dell’affrontare il lutto e la morte di un caro, che diviene un tema fin troppo onnipresente nel corso della pellicola, che rischia di diventare monotematica.

“La fossa delle Marianne”, difatti, è prima di tutto una storia di lutto e di morte, raccontata attraverso il genere del road movie dai toni tragicomici, in cui non solo i paesaggi cambiano durante il viaggio, ma anche le emozioni dei personaggi evolvono e mutano nel corso del percorso, dove il cammino diventa tanto fisico quanto interiore. Con estrema delicatezza e senza cadere in un eccesso di melodramma, anche grazie alla presenza di alcune scene dal tono più comico-grottesco (che però non funzionano sempre bene, apparendo talvolta assurde, come la sequenza nel cimitero), la pellicola ci parla della difficile sfida nell’affrontare il lutto per una persona cara. Non è un caso che, nei primi minuti del lungometraggio, vengano pronunciate queste parole durante una scena dai connotati onirici, in cui vediamo la nostra protagonista naufragare nell’oscuro oceano:

Undicimila metri sotto il mare, dove ogni luce è sparita, senza colori, pressochè niente ossigeno, dove dei tentacoli vengono fuori dalla oscurità per trascinarmi ancora più a fondo. A questa profondità ho paura che la pressione mi schiaccerà.

La metafora dell’oceano, legata al personaggio di Paula, aspirante biologa, è una costante di tutta la narrazione. Ogni volta che vediamo la giovane ragazza sprofondare nell’acqua, nell’oceano, ci troviamo di fronte a un simbolo potente del suo turbamento interiore. Il mare è il luogo in cui ha perso il fratello e, come scopriremo più avanti, anche Helmut ha perso il proprio figlio, sempre a causa dell’acqua. Queste sequenze, che ci mostrano l’oscurità dell’oceano, non sono semplicemente immagini visive ma rappresentano, in modo onirico, il dolore e la lotta interiore della protagonista. Paula è intrappolata in un vortice autodistruttivo, incapace di perdonarsi per la morte del fratello e di trovare una via d’uscita dal peso della sua colpa. L’acqua diventa così una prigione simbolica in cui la protagonista annega nel suo dolore, incapace di lasciarlo andare.

Tuttavia, l’acqua non è solo un luogo di perdita e sofferenza: diventa anche un potente simbolo (come vediamo nel finale) di trasformazione e rinascita. La risalita dalle profondità dell’oceano verso la luce del sole rappresenta il percorso di Paula verso il superamento del dolore e la ripresa della vita. Questo viaggio interiore di riappacificazione con il suo passato è narrato simbolicamente attraverso l’acqua, dove il movimento dalla profondità verso la superficie simboleggia la possibilità di ritrovare speranza e lucidità. Il mare che prima segna la morte e la perdita diventa, quindi, un elemento di purificazione, un rito di passaggio che consente alla protagonista di rielaborare il lutto e di iniziare a vedere la vita sotto una nuova luce.

Nel suo cammino, Paula non è sola. L’aiuto umano che riceve da un misterioso uomo, che pur nelle sue differenze ha molto in comune con lei, gioca un ruolo cruciale nel suo processo di guarigione. Helmut, come Paula, ha perso una persona cara, e la sua esperienza lo rende un compagno di viaggio che sa cosa significa affrontare il dolore. La loro relazione non è solo un incontro tra due persone, ma una condivisione di esperienze dolorose che, attraverso il supporto reciproco, consente a Paula di avvicinarsi a una nuova consapevolezza di sé. Il rapporto con Helmut diventa, quindi, fondamentale per il percorso di rinascita di Paula, che grazie a lui riesce a riprendere in mano la propria vita.

In conclusione

La fossa delle Marianne è un racconto di lutto, rinascita e riscatto, che trova nella metafora dell’oceano il suo cuore simbolico. Nonostante alcune debolezze come nella rappresentazione visiva e onirica di Tim (che funziona malamente) e nella costruzione del rapporto tra Paula e Helmut, la pellicola riesce a trasmettere il processo di trasformazione interiore della protagonista, offrendo una storia intensa, seppur non sempre emotivamente equilibrata.

Note positive

  • Metafora simbolica dell’oceano ben sviluppata
  • Valide interpretazioni di Luna Wedler ed Edgar Selge

Note negative

  • Rapporti tra i personaggi poco intimi e stratificati
  • Regia distaccata che limita l’emozione
  • Alcune sequenze grottesche e oniriche poco convincenti

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.4
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.