La stanza di Mariana (2025). Formazione, silenzi e resistenza nel cuore della guerra

Recensione de La stanza di Mariana (2025): un film di formazione in tempo di guerra, sobrio e psicologico, con una prova intensa di Mélanie Thierry.

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La stanza di Mariana - La Chambre de Mariana ©Cinéfrance Studios - Curiosa Films - Metro Communications - United King Films - Immagine ricevuta da Movies Inspired per uso editoriale
La stanza di Mariana – La Chambre de Mariana ©Cinéfrance Studios – Curiosa Films – Metro Communications – United King Films – Immagine ricevuta da Movies Inspired per uso editoriale

La stanza di Mariana

Titolo originale: La Stanza Mariana

Anno: 2025

Nazione: Francia, Belgio, Israele, Ungheria

Genere: Drammatico

Casa di produzione: Movies Inspired

Distribuzione italiana: Movies Inspired

Durata: 131 minuti

Regia: Emmanuel Finkiel

Sceneggiatura: Emmanuel Finkiel

Tratto dal romanzo: Fiori nelle tenebre di Aharon Appelfeld

Fotografia: Alexis Kavyrchine

Scenografia: Yvett Rotscheid

Attori: Mélanie Thierry, Artem Kyryk, Julia Goldberg, Yona Rozenkier, Minou Monfared

Trailer di “La stanza di Mariana”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Emmanuel Finkiel, nato il 30 ottobre 1961 a Boulogne‑Billancourt, ha iniziato la sua carriera come assistente alla regia, ruolo che ha ricoperto per oltre sedici anni collaborando con autori del calibro di Jean‑Luc Godard e Krzysztof Kieślowski. Nel 1997 debutta come regista e sceneggiatore con il cortometraggio Madame Jacques sur la Croisette, che gli vale il César per il Miglior Cortometraggio. Due anni dopo dirige il suo primo lungometraggio, Voyages, con cui ottiene nuovamente un César come miglior regista esordiente e un premio alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. Tra le sue opere successive figurano Non sono un bastardo del 2015 e soprattutto La Douleur del 2017, tratto dal romanzo Il dolore di Marguerite Duras, che gli vale una doppia candidatura ai César come regista e sceneggiatore. Finkiel ha inoltre scritto otto episodi e ne ha diretti cinque della serie En Thérapie per il canale Arte, confermandosi come una delle voci più sensibili e rigorose del cinema francese contemporaneo. Successivamente si cimenta in un progetto incentrato sull’Olocausto, tema già presente in Voyages e in La Douleur, adattando il romanzo Fiori nelle tenebre (Pirḥe ha‑afelah) del 2006 dello scrittore israeliano Aharon Appelfeld, nato in Romania e sopravvissuto all’Olocausto, emigrato in Israele nel 1946 da solo all’età di quattordici anni dopo aver perso i genitori.

Adattando il romanzo pubblicato in Italia nel 2013, Finkiel realizza il lungometraggio La chambre de Mariana, una coproduzione francese, belga, ungherese, portoghese e israeliana presentata in anteprima mondiale il 1º febbraio 2025 all’International Film Festival Rotterdam. Il film partecipa poi all’Orléans Récidive Festival il 18 marzo dello stesso anno, viene distribuito in Francia il 23 aprile 2025 e in Israele dal 22 gennaio 2026. In Italia la pellicola esce cinque giorni dopo, grazie alla distribuzione di Movies Inspired che la propone come evento speciale per tre giorni, il 27, 28 e 29 gennaio, in occasione delle giornate della memoria. Il protagonista è interpretato dall’esordiente Artem Kyryk, affiancato dall’attrice francese Mélanie Thierry, già protagonista di La Douleur e candidata come miglior attrice protagonista ai Lumière Awards per la sua interpretazione di Marianne. La pellicola, bensì sia ambientata in Ucraina, è stata girata, a causa della guerra in quella nazione, in Ungheria. 

Inizialmente avevamo programmato di girare in Ucraina, nella regione sud-occidentale del Paese, un’area la cui storia recente è profondamente intrecciata con quella della Polonia. La città di Leopoli, precedentemente nota come Lwów, ha alternato l’appartenenza alla Polonia, all’Impero russo o all’Ucraina, a seconda dei confini mutevoli causati dai conflitti del XX secolo. Diversi fattori hanno guidato la nostra scelta dell’Ucraina come location per le riprese, primo tra tutti il legame storico con i luoghi descritti nel romanzo di Aharon Appelfeld. Tuttavia, i tragici eventi attuali hanno reso questa scelta irrealistica. Ci siamo quindi rivolti all’Ungheria, un Paese che condivide con l’Ucraina sia un confine che un passato comune, in particolare la storia comune come parte dell’Impero austro-ungarico. Viktoria Petrányi è la nostra partner di produzione locale. Tuttavia, la maggior parte degli attori sono stati scelti in Ucraina o all’interno della comunità ucraina, e la società di produzione ucraina ML Films, con cui abbiamo collaborato fino a poco tempo fa, è rimasta il nostro punto di contatto in Ucraina.

Cit. Note di produzione

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Trama di “La stanza di Mariana”

1942. Durante l’occupazione nazista dell’Ucraina, quando la condizione degli ebrei si fa sempre più precaria e la minaccia di essere prelevati dalle proprie abitazioni e deportati è costantemente presente, una madre ebrea benestante affida il figlio Hugo a una giovane donna di nome Mariane, la quale vive in un bordello gestito da Madame, frequentato da giovani soldati nazisti in cerca di calore femminile. Proprio la natura del luogo e la condizione di Mariane — prostituta con evidenti problemi di alcolismo — rendono il bordello un nascondiglio impensabile e quindi, paradossalmente, perfetto: nessuno sospetterebbe che lì si possa celare un bambino ebreo.

Separato dalla madre, dalla famiglia e dalla sua cara amica di giochi Anna, l’undicenne Hugo viene nascosto in una sorta di armadio a muro nella stanza di Mariane. Da quel rifugio osserva e riflette sul mondo esterno, perdendosi nei ricordi del passato, mentre impara a conoscere la donna che lo ospita. Tra loro si instaura un rapporto ambiguo, sospeso tra il materno e il sessuale: Mariane, triste e sola, si aggrappa a quel bambino come unica fonte di calore nella sua vita e come l’unica persona che le voglia davvero bene.

Recensione di “La stanza di Mariana”

Una pellicola asciutta e profondamente realistica nel racconto della brutalità della guerra. Pur presentando alcune cadute didascaliche a livello narrativo e qualche battuta meno efficace a causa di un eccesso di ridondanza dialogica, il regista de La stanza di Mariana evita volutamente — nonostante il tono marcatamente tragico e l’attenzione al racconto storico — di trascinare lo spettatore in una commozione di facile effetto. Si concentra invece su una drammaturgia che approfondisce il legame interiore tra i protagonisti Hugo e Mariane, privilegiando l’indagine psicologica e storica di quegli anni rispetto alla rappresentazione viscerale del torbido e della violenza sanguinosa: la brutalità è onnipresente nella pellicola, ma raramente mostrata in modo esplicito. Il marcio viene raccontato ma non rappresentato visivamente: percepiamo, ad esempio, la violenza che Mariane subisce nella sua stanza da un nazista ubriaco, senza vederla direttamente; assistiamo a un gruppo di ebrei condotto nel bosco, ma non alla fucilazione né in immagini né in suoni, pur comprendendo chiaramente l’esito. Allo stesso modo, non vediamo ciò che accade alla giovane prostituta catturata dai russi dopo la fuga dei nazisti: udiamo le sue urla e comprendiamo il dolore e il destino che la attendono, senza però rappresentazioni esplicite.

Il film sceglie di raccontare l’orrore dell’epoca attraverso il dolore interiore di Hugo e Mariane: due anime spezzate che si trovano e si comprendono a modo loro. Tuttavia, la pellicola presenta un’unica sequenza visivamente cruda — l’incontro di Hugo con una fossa comune, dove scorge il corpo senza vita della sua giovane amica Anna — che, a mio avviso, risulta narrativamente superflua. Avevamo già intuito la sorte della bambina quando veniva condotta nel bosco; perché dunque mostrarla, proprio in un film che evita deliberatamente la rappresentazione esplicita del torbido? Inoltre, la scena è tra le meno efficaci del film dal punto di vista registico e fotografico: per scelte visive e registiche non congeniali, l’incontro con la morte non possiede la forza brutale e tragica che ci si aspetterebbe e che avrebbe dovuto scuotere profondamente il giovane Hugo. In questo senso la sequenza non produce una reale trasformazione interiore del protagonista: sebbene egli appaia scosso, non assistiamo a una vera evoluzione psicologica successiva all’evento.

Il cambiamento interiore di Hugo si compie soprattutto attraverso il rapporto, sempre più morboso, che instaura con la triste e sola Mariana: da sconosciuta a figura materna e infine a una sorta di femme fatale. Il ragazzo, inizialmente diffidente nei confronti della donna, sviluppa un senso di profonda gelosia quando lei si intrattiene con altri uomini e arriva a osservarla attraverso un buco nel muro mentre ha rapporti sessuali, si veste o si spoglia, provando dunque un interesse sessuale per quella donna. Paradossalmente, la pellicola non racconta né mostra il rapporto sessuale né la nudità dei corpi, presentandosi in questo senso piuttosto pudica. Proprio per questa scelta di non rappresentare visivamente l’orrore e la nudità, il film risulta — nonostante la crudezza della storia, sia sul piano storico sia su quello emotivo — accessibile anche a un pubblico adolescente, indicativamente tra i dieci e i quindici anni, che attraverso questa visione può cominciare a comprendere l’orrore dell’Olocausto e la condizione dei civili durante la guerra.

Un film di formazione: un bambino immerso in un microcosmo femminile

La stanza di Mariane può essere letto come un film di formazione, poiché segue Hugo in una trasformazione profonda: ragazzo cresciuto in un ambiente borghese e protetto, perde tutto e si ritrova costretto a convivere per un anno in uno spazio angusto all’interno di un bordello, dove viene progressivamente esposto a un mondo femminile e sporco che rimodella la sua sensibilità e il suo sguardo sul reale. Questo percorso di crescita è tanto psicologico quanto percettivo: Hugo impara a leggere la complessità delle relazioni, la violenza sottile delle convenzioni e la durezza della sopravvivenza quotidiana. Lo fa attraverso un’esperienza di confinamento che comprime tempo ed emozione in un microcosmo carico di tensione — un microcosmo femminile che il bambino si ritrova a spiare, in particolar modo, dalla fessura dell’armadio in cui è segregato. Nonostante l’immissione del protagonista all’interno di questo mondo femminile, la pellicola non riesce sempre a raccontare questo microcosmo nei modi più opportuni, soprattutto nel finale. Il film mette in scena un universo interessante ma mai pienamente approfondito, in parte a causa della caratterizzazione spesso bidimensionale dei personaggi secondari — dalla cuoca alla giovane prostituta — figure che restano suggestive ma vengono delineate soltanto attraverso pochi dettagli narrativi. 

A livello di sceneggiatura la narrazione si concentra essenzialmente su Hugo e su Mariane. Quest’ultima possiede una complessa tridimensionalità interiore che la rende, paradossalmente, un personaggio apparentemente immobile: ritorna spesso ai suoi medesimi schemi a causa di una profonda depressione e di un evidente alcolismo. Al di là di questa ripetizione comportamentale, piuttosto realistica, Mariane è però il personaggio più riuscito in termini di scrittura, il vero epicentro filmico. La figura femminile è tratteggiata con abilità, privata di etichette semplicistiche e costruita scena dopo scena, fino a rivelare la natura della sua tristezza — un amore perduto e l’assenza di affetto nella sua esistenza. Nel corso della pellicola Mariane è ritratta come una donna adulta che vive ai margini e che, nonostante la sua condizione di prostituta (lavoro che le costerà caro all’arrivo dei Russi), compie un atto di straordinaria umanità nascondendo e proteggendo Hugo, un bambino ebreo.

La scelta di concentrare la narrazione quasi interamente nello spazio chiuso della stanza accentua il ruolo di Mariane come custode di segreti, rituali e piccole resistenze quotidiane che mantengono viva la speranza. Dal punto di vista psicologico e simbolico, essa incarna la complessità morale della sopravvivenza: non è una figura idealizzata né una madre surrogata priva di contraddizioni, ma una donna che convive con la marginalità e con scelte difficili, eppure decide di rischiare per proteggere un altro essere umano. L’interpretazione di Mélanie Thierry (nota per La leggenda de Il pianista sull’oceano) è una prova intensa e sorprendente: l’attrice si immerge anima e corpo in Mariane, rendendo credibile la sua ambivalenza, dando vita a una donna, segnata dalla vita, che è insieme dura e tenera, pragmatica e capace di gesti di tenerezza che segnano la crescita di Hugo. Il film sfrutta questi contrasti per mostrare come la dignità possa sopravvivere in contesti degradati e come la cura assuma forme non convenzionali.

Narrativamente, Mariane è il catalizzatore del percorso di formazione di Hugo: attraverso la convivenza forzata con lei e con l’ambiente del bordello il ragazzo scopre aspetti della vita adulta che gli erano estranei. La stanza diventa un microcosmo in cui si apprendono regole morali non scritte; con i suoi gesti quotidiani e le sue scelte, Mariane insegna a Hugo a leggere la realtà oltre le apparenze. Questo rapporto mette in luce il tema centrale del film: la Storia che irrompe nel privato e la necessità di trovare forme di umanità anche nelle condizioni più estreme. Sul piano simbolico, infine, Mariane incarna la resistenza silenziosa: la sua azione non è eroica in senso spettacolare, ma è radicale nella sua semplicità, rendendola un personaggio profondamente positivo pur nella convivenza tra luce e oscurità.

Confronto drammaturgico con Jojo Rabbit

Per certi aspetti drammaturgici — la focalizzazione sul punto di vista infantile, la progressiva perdita dell’innocenza, la transizione dal gioco alla consapevolezza della morte — il film di Finkiel richiama Jojo Rabbit, ma la somiglianza riguarda soprattutto la struttura narrativa, non il registro. Mentre Waititi utilizza una fotografia dal cromatismo acceso e la satira grottesca per smontare un’ideologia dall’interno, Finkiel costruisce un’esperienza sensoriale e meditativa: fotografia realistica e cupa, riprese su camera fissa in 4:3, regia asciutta che privilegia il silenzio e una colonna sonora prevalentemente di origine diegetica, sospensione e tensione morale.

In entrambi i film il mondo è filtrato dallo sguardo di un bambino — che sia un ebreo nascosto o un giovane indottrinato dalla Gioventù hitleriana che si ritrova a nascondere un ebrea in casa — e in entrambi la Storia irrompe nel quotidiano trasformando il regno del gioco in un teatro di morte e responsabilità. Tuttavia, mentre Jojo Rabbit sfrutta il riso per rivelare l’assurdo, La stanza di Mariane insiste sulla materialità del trauma e sulla contaminazione etica degli spazi intimi. Un ulteriore punto di contatto è la presenza di un adulto che nasconde un bambino in casa: il nascondiglio, l’angustia dello spazio e la costante minaccia esterna diventano in entrambi i film un fulcro morale che mette alla prova legami, scelte e complicità. Inoltre, in entrambe le opere l’immaginazione funge da via di fuga dall’orrore: se in Jojo Rabbit il giovane protagonista dialoga immaginariamente con Hitler, qui Hugo rivive il passato e costruisce futuri possibili e ottimistici attraverso fantasie e dialoghi immaginari con i genitori, sperando in una salvezza per tutti coloro che conosce.  In questo senso, la scena finale di La stanza di Mariane, volutamente aperta e sospesa, mescola sogno e realtà: questa ambiguità lascia allo spettatore la responsabilità interpretativa e chiude il film su una nota di magia drammatica che dona al film una sorta di chiusura malinconica. 

Purtroppo a La stanza di Mariane manca un interprete protagonista del calibro di Roman Griffin Davis: il giovane Artem Kyryk non riesce a conferire al personaggio la forza emotiva necessaria per suscitare una profonda empatia. Mentre l’attore di Jojo Rabbit si muove con disinvoltura su un ampio spettro emotivo, Kyryk tende a riproporre la stessa espressione per gran parte del film; per questo motivo, forse si sarebbe potuto optare per un interprete giovanile più versatile o lavorare su una direzione attoriale che ne ampliasse la gamma espressiva.

In conclusione

La stanza di Mariane è un film asciutto e rigoroso che sceglie la sobrietà formale per raccontare la brutalità della guerra e la formazione di un ragazzo in un microcosmo femminile. Privilegiando l’indagine psicologica alla spettacolarizzazione dell’orrore, il regista costruisce un’opera che evita la commozione facile e punta invece sulla verità dei corpi, dei gesti e dei silenzi. Mélanie Thierry offre una prova intensa e complessa, e il rapporto tra Mariane e Hugo costituisce il cuore morale del film: una lezione di umanità che si afferma nel privato, tra protezione e ambiguità.

Note positive

  • Regia sobria e coerente con il tono storico e meditativo.
  • Interpretazione di Mélanie Thierry intensa e sfaccettata.
  • Approccio non esplicito alla violenza, efficace per un pubblico giovane.
  • Focalizzazione psicologica sul rapporto Hugo–Mariane, vero nucleo emotivo.
  • Uso dello spazio chiuso come dispositivo simbolico e drammaturgico.

Note negative

  • Personaggi secondari spesso bidimensionali e poco sviluppati.
  • Interpretazione di Artem Kyryk

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.8
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.