La Tigre Bianca (2021): il servo che diventa padrone del suo destino

Trailer del film La Tigre Bianca

La Tigre Bianca è un film tratto dal bestseller omonimo del New York Times dello scrittore e giornalista indiano Aravind Adiga. Il romanzo è stato vincitore del Booker Prize 2008, uno dei più prestigiosi premi di letteratura in lingua inglese.

Lo sceneggiatore e anche regista Ramin Bahrani è nominato agli Oscar 2021 per questo film nella categoria “Miglior Sceneggiatura Non Originale”, mentre l’attore Adarsh Gourav che interpreta Balram Halwai è nominato ai British Academy Film Awards 2021 (BAFTA) come “Miglior Attore Protagonista”.

La Tigre Bianca arriva su Netflix il 22 gennaio 2021.

“In passato, quando l’India era il paese più ricco al mondo, c’erano 1000 caste e 1000 destini. Oggi ci sono solo due caste: quelli con la pancia grossa e quelli con la pancia piccola. E solo due destini: mangiare o venire mangiato.”

Balram Halwai (Adarsh Gourav) Cit. La Tigre Bianca

Trama di La Tigre Bianca

Da ragazzo povero a imprenditore, Balram Halwai (Adarsh Gourav) racconta la storia epica e ricca di umorismo nero della sua scalata al successo nell’India moderna. Astuto e ambizioso, il giovane eroe si guadagna il posto di autista per Ashok (Rajkummar Rao) e Pinky (Priyanka Chopra Jonas), appena tornati dall’America.

La società gli ha insegnato solo a essere un servitore e lui cerca di diventare indispensabile agli occhi dei suoi ricchi padroni, ma dopo una notte di tradimenti, capisce che sono disposti a incastrarlo pur di salvare se stessi. Quando è sul punto di perdere tutto, Balram si ribella a un sistema truccato e ingiusto trasformandosi in un altro tipo di padrone.

“Sarei dovuto diventare la creatura che nasce una sola volta per generazione… La tigre bianca.”

Balram Halwai (Adarsh Gourav) Cit. La Tigre Bianca

Recensione di La Tigre Bianca

Dal trailer potrebbe sembrare una tipica produzione dell’India, ma La Tigre Bianca va oltre Bollywood. Il film presenta una storia che gode di ambientazione, location e attori indiani, però stilisticamente e produttivamente viene raccontata in chiave hollywoodiana.

Il regista, produttore e sceneggiatore del film, Ramin Bahrani (Fahrenheit 451, 99 Homes, Goodbye Solo) è nato e fa carriera nell’industria cinematografica degli Stati Uniti dove viene finanziata la maggior parte di questo prodotto. Il film è sicuramente il risultato di un lavoro internazionale non solo perché tra i produttori c’è pure il musicista e imprenditore indiano Mukul Deora, ma anche perché pure l’Italia lascia le sue impronte con un’ottima direzione della fotografia a carico di Paolo Carnera, che ha lavorato recentemente nel nostro paese con i fratelli D’Innocenzo in Favolacce (2020) e in vari progetti diretti da Stefano Sollima tra cui il film Suburra e le serie tv ZeroZeroZero, Gomorra e Romanzo Criminale.

Bahrani adatta per Netflix una storia che vede le sue origini in un paese non molto lontano dalle sue radici iraniane. Basato sul romanzo omonimo di Aravind Adiga, La Tigre Bianca racconta la storia di Balram Halwai (interpretato da Adarsh Gourav: Hostel Daze, Leila, My name is Khan), un giovane povero che sommerso a pieno nella sua realtà da servitore dei suoi ricchi padroni, riesce ad aprire gli occhi e voler prendere il controllo del suo destino fino a diventare un imprenditore.

Questa è la prima volta che Gourav veste i panni di un protagonista, ma è anche il primo lavoro che vede questi tre attori indiani insieme: lui, Rajkummar Rao (Stree, Newton, Shahid) che interpreta il personaggio di Ashok (il padrone) e Priyanka Chopra Jonas (Isn’t it romantic, Bajirao Mastani, Quantico) nel ruolo di Pinky, la moglie di Ashok. Chopra è ormai una sorta di “ambasciatrice indiana” a Hollywood, un volto molto familiare in America (e sì, da molto prima che spossasse il più giovane dei Jonas Brothers) che fa diventare questa storia un po’ più vicina all’ Occidente, come lo fa pure l’occhio di Bahrani.

La Tigre Bianca è un film discreto nel suo complesso. Ha delle buone interpretazioni, tra cui si distingue quella di Gourav nel suo debutto come protagonista, sia per l’inglese parlato con accento indiano come per le giuste variazioni emotive che gli dà al personaggio a seconda del ritmo imprevedibile del film.

Bahrani si limita a una regia semplice che non pretende dimostrare uno stile molto autoriale, ma che è funzionale al racconto di una realtà straziante dell’India e lo fa attraverso il binomio padrone-servo, AshokBalram. Questo binomio, oltre a far riferimento ai meccanismi della vita sociale ed economica dell’India, ha una lettura più personale perché Balram non si presenta soltanto come uno “schiavo” del sistema politico-sociale, ma anche come un servo della sua famiglia, le sue credenze e convinzioni. La trasformazione di Balram è, alla fine, una ribellione a 360 gradi che lo porta a liberarsi di tutto ciò che gli impedisce di andare avanti come individuo.

Indubbiamente il lavoro più rilevante di Bahrani in questo film è la sua sceneggiatura, un adattamento ben riuscito, più che per la trama, per la complessità dei contenuti trattati. Il regista e anche sceneggiatore riesce a portare sullo schermo una sintesi concreta di una società che, anche se distante geograficamente, rappresenta tante altre del mondo di oggi divisi in due estremi economici e culturali.

La Tigre Bianca ha delle sfumature simili a Slumdog Milionaire sia nei contenuti della storia sia nell’atmosfera e musica indiana, e inoltre ha una costruzione dei tre atti narrativi che fa ricordare la gestione del dramma con tocchi di commedia e lo sviluppo della tensione sempre in crescendo tipica di Parasite fino ad arrivare a un climax ugualmente inaspettato. La sceneggiatura di Bahrani, tra l’altro, ha la particolarità di avere dei dialoghi nelle due lingue ufficiali dell’India, l’inglese e l’hindi, che rendono la storia più reale nel suo contesto.

Il film alterna presente (Balram diventato già imprenditore) e passato (il percorso di Balram per scalare socialmente), due tempi che dettano il ritmo e che vengono uniti tramite la voce narrante del protagonista mentre scrive nel presente una mail al Primo Ministro cinese, Wen Jiobao, con motivo della sua visita in India per incontrare degli imprenditori del paese. Questa voce narrante però risulta troppo predominante nel racconto della storia, al punto di diminuire l’impatto nei momenti in cui il racconto visivo dovrebbe prevalere.

Nonostante il punto di forza del film risiede sull’evoluzione del protagonista, un arco narrativo in cui Bahrani ha investito forse di più che nella sua regia. La trasformazione progressiva di Balram dà un giro al film da un dramma con umorismo nero a una sorta di thriller sempre più cupo (anche dall’illuminazione e i colori usati) che lascia lo spettatore spiazzato e senza armi per difendere o andare contro quello che succede.

Balram è a tutti gli effetti un antieroe che ribalta la sua realtà da servo tramite scelte questionabili, ma che pare siano le uniche opzioni per cambiare il suo destino e sopravvivere a quella “giungla” di cemento, vivendo tra la luce e l’oscurità.

La Tigre Bianca è un ritratto sociale e politico dell’India moderna che viene paragonata (pure nel romanzo) ad una “stia per polli” in cui ci sono quelli che rimangono spettatori della “carneficina” mentre arriva il loro turno per essere mangiati e ci sono quei pochi che diventano un Balram e decidono di fuggire ed essere invece quelli che mangiano.

Perché “La Tigre Bianca”?

Il film è pieno di simboli che hanno un significato chiave dentro lo sviluppo narrativo della storia, tra cui troviamo come viene detto nel titolo “La Tigre Bianca”.

Una tigre bianca, soprattutto nella cultura indiana, simboleggia rarità, doni intuitivi unici, l’appartenenza a una “casta” superiore. La figura di questo animale selvaggio, anche se appare visivamente una volta sola durante il film, è fondamentale per capire l’essenza della storia ma in modo speciale, per comprendere la personalità, il carattere e l’agire del personaggio di Balram, il protagonista.

Nonostante fino a metà film Balram sembra di essere uno in più della massa, convinto di essere nato per servire dei padroni (una voce interiore che viene rafforzata sin da piccolo dalla sua famiglia), lui poi riesce a rompere gli schemi e a fare la differenza in una società che si presenta eccessivamente uniforme in quanto ai ruoli che ognuno deve svolgere a seconda della sua casta e posizione economica.

Nella misura in cui conosce il mondo dei padroni, Balram decide di prendere il controllo del suo destino, staccandosi dalle convinzioni familiari e sociali, da una realtà che cerca di condannarlo alla miseria e all’umiliazione fino all’ultimo giorno della sua vita. E questa forza, determinazione, astuzia e intelligenza di natura che gli permette di avere la capacità di accorgersi e di voler cambiare tutto è quello che lo rende unico, diverso in confronto agli altri del suo villaggio. Questo fatto viene sottolineato sin dall’inizio del film quando in una scena della sua infanzia Balram viene mostrato come l’unico dei suoi compagni di scuola a saper leggere (che rappresenta sapienza, l’essere un passo avanti) e perciò l’ispettore dello Stato indiano paragona lui alla tigre bianca.

Ma il riferimento alla “tigre bianca” risponde anche alla trasformazione progressiva di Balram in cui prevale sempre di più un suo agire istintivo, “selvaggio” per sopravvivere alla realtà di un paese che somiglia ad una “giungla” nei suoi patti e meccanismi sociali, economici e politici.

È molto interessante vedere come la convinzione di dover essere un servo sparisce dentro Balram man mano la concezione di essere come la tigre bianca cresce fino ad affermarsi profondamente in lui. Considerando se stesso come una persona eccezionalmente speciale fa sentire lui un individuo esente dagli standard tradizionali e morali, arrivando al punto di vivere sotto i suoi principi, lottando per il suo miglioramento ad ogni costo perché convinto di essere in qualche modo “giustificato” a compiere i suoi questionabili piani.

Non per niente durante tutto il film parla dell’esistenza di due paesi dentro l’India: quello della luce e quello dell’oscurità. Balram diventa entrambi e, nel suo traguardo da imprenditore, vive in e per i due lati… Ed è giusto così come lo spettatore rimane nei confronti del personaggio: È uno buono? È uno cattivo? O ha di entrambi?

Tra politica, religione e problemi sociali

La Tigre Bianca viene segnato per una serie di temi di cui non si potrebbe fare a meno se si vuole raccontare una storia come questa.

La religione, la corruzione a tutti i livelli e la marcata divisione in due classi sociali (collegate nel film al sistema millenario delle caste profondamente radicato in India) vengono mostrate prima da Aravind Adiga nel suo romanzo e poi da Ramin Bahrani nella sua sceneggiatura. Libro e film restano strettamente legati tramite questo punto di vista sulla realtà del paese asiatico.

Alcuni criticano l’opera di Adiga argomentando che il suo romanzo mostra solo una faccia dell’India, quella più brutta, lasciando fuori i “progressi” che come società hanno raggiunto con il passo degli anni (parliamo che la storia si sviluppa nell’anno 2007, un riferimento non molto lontano dall’attualità).

Per godere in tutto il senso della parola questo film bisogna prendere in considerazione che né il romanzo né il film pretendono di fare “giornalismo d’inchiesta”, perciò si possono permettere la scelta di un unico punto di vista e di usare solo certi temi in funzione della trama e di ciò che vogliono far vedere (ovviamente sempre con argomenti validi). Si tratta di una storia di finzione che prende degli elementi e temi reali più che per fare una critica, per portare a una riflessione collettiva e universale.

Durante il film, Balram fa riferimento esplicito su alcuni problemi che lo spettatore può visivamente percepire come la mancanza di acqua potabile, di trasporti pubblici, di fognature, di elettricità, di ospedali… Tutte problematiche che hanno una sua origine nella politica, ma anche nella convinzione e rassegnazione collettiva che rafforzano la divisione in due frazioni: i ricchi e i poveri, “quelli con la pancia grossa e quelli con la pancia piccola”, la luce e l’oscurità.

Questa marcata dualità “luce-oscurità” che determina i meccanismi sociali riceve anche un’altra connotazione che Balram fa notare e di cui lui ne fa parte: “Secondo alcuni, non esiste alcun Dio, ma nel mio paese conviene sempre giocare in entrambi i campi. L’imprenditore indiano deve essere integerrimo e disonesto, religioso e ateo, subdolo e sincero, tutto allo stesso tempo.”

Nel film, il fattore “politica” va oltre i confini dell’India. La Tigre Bianca trova una sua lettura universale soprattutto nel confronto che fa tra i modelli di socialismo e capitalismo, rappresentato il primo dal personaggio de La Grande Socialista (capo del governo) e da quello del Primo Ministro cinese Wen Jiobao; il secondo, dalle aziende statunitensi d’informatica che vanno in India interessati alle prestazioni di outsourcing.

È sicuramente in questo punto che il film prende una posizione (per non dire “ideologia”) molto radicale, ribadendo costantemente tramite il personaggio di Balram il fatto che il futuro del mondo appartiene ai “marroni e dei gialli”, ossia agli indiani e ai cinesi perché “i bianchi si sono rovinati con la tossicodipendenza, la sodomia e l’abuso di telefonia mobile”.

Piaccia o meno, siano i capitalisti o i socialisti, la cosa certa è che sembra che il mondo debba avere sempre dei “padroni” che ci comandino. Il rapporto servo-padrone di cui sorge la trama del film rispecchia pure noi.

Nell’abbondanza dei temi trattati, La Tigre Bianca ne argomenta ognuno in maniera molto generica, mostrando una parte della realtà politica, sociale ed economica della società indiana moderna (quella vista dagli occhi dello scrittore del romanzo) ma usando pure elementi culturali che caratterizzano questo paese come l’importanza della spiritualità e le tradizioni familiari che passano di generazione in generazione.

Con un finale poco convenzionale, La Tigre Bianca diventa una storia profondamente critica e interessante da vedere che però ha bisogno di essere interpretata con molta cautela.

“Chi nasce nella luce, come il mio padrone, può scegliere di essere buono. Chi nasce nella stia (per polli), come me, non ha la stessa possibilità.”

Balram Halwai (Adarsh Gourav) Cit. La Tigre Bianca

NOTE POSITIVE

● Sceneggiatura: buona costruzione della storia, dialoghi e snodi narrativi che portano ad un aumento progressivo della tensione e a un finale (climax) per niente scontato.

● Colonna sonora che mischia i suoni tradizionali indiani con delle melodie più occidentali, in corrispondenza con il mix di idee politiche e culturali che viene presentato nella storia.

● Recitazione, specialmente quella di Adarsh Gourav (Balram) nel suo primo ruolo da protagonista.

● Buona fotografia e regia.

NOTE NEGATIVE

● Il fatto della voce narrante di Balram, molto presente durante tutta la durata del film, può risultare noiosa ad un certo punto e gli resta un po’ di “impatto” alla forte e interessante trama della storia.

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