Lala (2023). La storia di Samanta e Zaga

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Trailer di Lala

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Dal 25 gennaio 2024, il documentario-fiction “Lala,” diretto dalla cineasta italiana Ludovica Fales, arriva nei cinema italiano. La cineasta si è laureata in filosofia teoretica a Roma, ha studiato antropologia culturale a Berlino e regia del documentario a Londra nel 2011, ottenendo anche un dottorato in studi audiovisivi nel 2025. I suoi film documentari, tra cui “Lettere dalla Palestina,” “The Real Social Network,” “Fear and Desire,” e “I Racconti del Santo Nero,” presentati in svariati festival, sono spesso permeati dalla poetica della memoria e indagano sulle identità molteplici.

La sua curiosità e il desiderio di partecipazione l’hanno portata a viaggiare e insegnare cinema in Bosnia, Kosovo e Medio Oriente come forma di risoluzione dei conflitti e a sostegno delle forti voci femminili che ha incontrato. Attualmente, Ludovica insegna documentario sperimentale alla University College London e collabora con Sorbonne Nouvelle a Parigi.

Il film “Lala” è stato realizzato all’interno del progetto “Biennale College Cinema,” è stato presentato alla 35ª edizione del Trieste Film Festival, e inizierà la sua distribuzione al cinema il 25 gennaio, cominciando con un tour cinematografico da Gorizia.

Trama di Lala

Tre giovani donne si trovano intrappolate in un intricato labirinto burocratico che ostacola il loro senso di appartenenza nel paese in cui sono nate e cresciute, l’Italia. Lala, Samanta e Zaga condividono la stessa età, vivono nelle medesime località, ma, nonostante questo, le loro esistenze si sfiorano costantemente senza mai incrociarsi. Le vicende di queste tre protagoniste prendono forma in mondi paralleli, esplorando la verosimiglianza, la verità e la realtà, che rappresentano i tre livelli di indagine del film di Ludovica Fales. Attraverso l’integrazione di elementi documentaristici, di finzione e di materiale d’archivio, il film ci guida attraverso i paradossi della legge, narrando una storia senza tempo ma autentica. Le tre giovani donne non vengono riconosciute come italiane perché i loro genitori sono nati altrove e privi di fogli burocratici che ne attesti l’esistenza. Le loro storie si intrecciano in un racconto collettivo, mettendo in luce le contraddizioni delle leggi sulla cittadinanza. Le tre ragazze diventano i protagonisti di un’indagine articolata in tre dimensioni: verità, realtà e verosimiglianza. Lala, navigando tra i frammenti della sua identità sospesa, si intreccia con la storia di Zaga, la ragazza reale che ha ispirato il film. In uno stato fluido tra finzione e realtà, Lala intraprende un viaggio collettivo alla ricerca dell’identità di un’intera generazione caratterizzata da diritti indefiniti. Attraverso un caleidoscopio di storie intrecciate, il film si trasforma in un manifesto rappresentativo di una generazione, un mosaico di voci di ragazze e ragazzi che si identificano tutti come “Lala”.

Samanta Paunković in Lala
Samanta Paunković in Lala

Recensione di Lala

Il film si propone apertamente come un’opera cinematografica d’autore, con l’obiettivo di narrare il dramma della seconda generazione di figli nati in famiglie Rom, all’interno dei campi nomadi, o meglio, “campi rom”. Questi giovani, nati su suolo italiano, trascorrono la loro vita in squallidi camper, confinati in una sorta di ghetto dove l’istruzione e l’opportunità di auto-miglioramento risultano estremamente difficili. Questa difficoltà è attribuibile sia alle tradizioni familiari che alla burocrazia italiana, che rende complessa la registrazione come cittadini italiani per i figli dei Rom, poiché spesso non esistono documenti che ne attestino l’esistenza. I figli dei Rom sembrano destinati a una vita di miseria, poiché la possibilità di evolvere e abbracciare un’identità italiana diversa da quella della loro famiglia appare complicata, se non impossibile.

Il film di Ludovica Fales esplora questa situazione, cercando di raccontare le molteplici sfaccettature della vita dei Rom e della loro condizione in Italia. Fales adotta un approccio attento e sofisticato nella regia, esaminando storie variegate che si muovono tra finzione e documentario all’interno di un medesimo lungometraggio. La pellicola, senza esitazione, rompe continuamente la terza parete, creando una volontaria falsità narrativa e rottura della verosimiglianza narrativa che, se da un lato toglie al pubblico la sensazione di meraviglia derivante dalla percezione della storia “inventata” come vera, dall’altro conferisce un maggiore peso tridimensionale alla storia, narrata da giovanissimi attori, non professionisti. Questi giovani, attraverso la narrazione dei loro personaggi di finzione, esplorano e rivelano elementi intimi della loro sfera interiore.

La pellicola presenta tre diverse chiavi narrative, che compongono un puzzle a tratti confuso, ma altrettanto intrigante, della narrazione, suddividendosi in:

  1. Racconto documentaristico di Zaga. Zaga ci offre un racconto della sua vita come Rom, esposto in modo rapido e poco preciso, concentrato su alcuni momenti salienti e alcuni dei suoi ricordi. L’accento è posto sul suo desiderio di distaccarsi dalle radici culturali del suo popolo per abbracciare una cultura occidentale e anti-nomade. La macchina da presa e la regia ci guidano attraverso la sua storia utilizzando un linguaggio visivo e un approccio alla ripresa tipici del cinema documentaristico, quasi privato. Alcune scene di vita quotidiana sono catturate, ma la comprensione delle parole risulta limitata, aggiungendo un tocco di autenticità e intimità al racconto.
  2. Il racconto di Lala è in parte finzione e in parteispirato esplicitamente agli eventi accaduti a Zaga e alla giovane Samanta Paunković, attrice non professionista che interpreta il personaggio, occupa un ruolo centrale nella pellicola. La narrazione del film si focalizza principalmente sulla storia fiction di Lala, presentata con uno stile visivo e di ripresa quasi da cinema verità, caratterizzato da un marcato approccio documentaristico. Gli eventi mostrati sembrano quasi provenire dalla vita quotidiana, evitando una scrittura drammaturgica e sceneggiativa convenzionale. Lala è una giovane donna di quasi diciotto anni, di etnia rom, nata e cresciuta in Italia, con un percorso scolastico alle spalle. Madre senza documenti, si trova ad affrontare da sola la crescita del figlio di sei mesi, Toto, avuto con il suo ex fidanzato Mino. Avvicinandosi al diciottesimo compleanno, un momento cruciale per lei essendo figlia di cittadini della ex Jugoslavia emigrati in Italia durante la guerra nei Balcani, Lala spera di ottenere i documenti che le sono stati finora negati. Essendo una madre sola, senza reddito e senza documenti, che vive in una casa occupata, i servizi sociali le tolgono il figlio una settimana prima del suo diciottesimo compleanno. Lala ha solo una settimana per dimostrare al sistema di poter risolvere la sua situazione di irregolarità. Samanta, la ragazza che interpreta il ruolo di Lala, ha una connessione profonda con questo personaggio. Cresciuta a Roma in un campo alla periferia est della città, Samanta si è poi trasferita con la sua famiglia, composta da una madre di origine rumena e un padre di origine serba, in un appartamento nella stessa zona. Dopo una lunga battaglia, Samanta ha recentemente ottenuto la cittadinanza italiana ed è diventata madre di una bambina, cresciuta insieme al suo compagno. La sua storia riflette le sfide e le vittorie di chi, come lei, ha lottato per ottenere riconoscimento e appartenenza in una società che spesso nega questi diritti.
  3. Gruppo d’incontro dei Rom. La terza linea narrativa del film riguarda il gruppo d’incontro tenuto da un insieme di ragazzi e ragazze Rom che hanno partecipato a una sorta di laboratorio. In questo contesto, hanno avuto l’opportunità di esprimere le proprie angosce, difficoltà, paure, ma anche sogni e bisogni. Questa terza parte si inserisce nella narrazione quando viene infranta la quarta parete, momento in cui Lala scompare, lasciando spazio a Samanta Paunković che condivide la sua esperienza interiore nell’interpretare una scena specifica. Il gruppo funge da spazio in cui ciascun individuo assume un ruolo interno alla pellicola in qualità di attore. Questo offre al pubblico la possibilità di ascoltare diverse storie che forniscono una visione, seppur superficiale, della situazione dei figli dei Rom in Italia, con focus su case famiglie, assistenti sociali e problemi familiari.

Ludovica Fales

Lala è la storia di una ragazza migrante adolescente di seconda generazione, nata a Roma, divisa tra i valori della sua famiglia di origine e quelli portati a lei dalla sua vita scolastica e dalla sua cultura urbana. Lala è anche una giovane madre adolescente, con responsabilità molto maggiori di quelle di un adolescente medio, responsabilità per le quali non è sempre pronta e che spingono al limite il suo senso di maternità. Sospeso tra il tragico umorismo e la poesia minimale e preziosa che proviene dalla realtà, il primo strato di questa storia è, quindi, un racconto arrabbiato, a proposito di un sistema apparentemente benevolo e incapace di vedere la propria logica distorta. Un racconto di formazione, in cui Lala si confronta con il più classico dei riti dei passaggi – il diciottesimo compleanno – come transizione verso l’a maturità e verso le domande più profonde legate alla maternità, mentre lotta per il riconoscimento da parte della società – la sua corsa per ottenere un documento. La storia di Lala è ispirata alla vita di Zaga, una ragazza molto giovane che ho incontrato dieci anni fa in un campo rom a Roma. Ho avuto la possibilità di essere molto vicina a lei per un lungo periodo di tempo prima che fuggisse improvvisamente, dopo aver fallito tutti i tentativi di ottenere i suoi documenti. Dopo aver riflettuto sul modo migliore per raccontare il nucleo della storia di Lala, la lotta per ottenere i documenti nel paese in cui era nata e cresciuta, ho deciso di trasformarlo in un film ispirato alla realtà. Credevo che questo fosse il processo migliore per trasmettere la verità più profonda al centro della sua storia, dal momento che lei non c’era ed era scomparsa senza lasciare traccia. La costruzione del film è legata in maniera profonda all’esperienza stessa della sua creazione. Il secondo livello documentario rivela, infatti, il meccanismo attraverso il quale è stato sviluppato il livello della finzione e rappresenta l’antidoto alla storia stessa, diventando primario e rivelando tutta la profonda e complessa verità dietro alla storia. Mentre in questi mesi stavamo filmando e improvvisando intorno alla storia, abbiamo, infatti, anche imparato i modi di stare insieme che sfidavano la norma della nostra vita, quella norma che rende tutti in contatto, fondamentalmente, solo con i propri vicini immediati. Questo spazio di sfida della norma, attraverso la sfida del rapporto tra finzione e realtà, rappresenta anche per il pubblico uno spazio interlocutorio, uno spazio di riflessione attiva sul rapporto tra ciò che è evidente e ciò che è nascosto. Ho iniziato a lavorare sulla storia con il gruppo di attori non professionisti, che hanno sfidato la sceneggiatura, l’hanno cambiata, aggiunto le loro storie e hanno co-creato con me lo spazio del film. Ognuna delle persone che hanno partecipato a questo processo è stato, quindi, un frammento necessario e insostituibile di un progetto i cui vari strati dovevano convivere insieme per mostrare come abbiamo trovato, riscoperto e riflettuto sul senso della storia, costantemente rispecchiandolo nella realtà e cercando più verità nella recitazione. La nostra è stata una ricerca della verità collettiva, la ricerca di una verità condivisa – e quindi pubblica – a volte intima, ma sempre volutamente collettiva.
Fotogramma di Lala
Fotogramma di Lala

In conclusione

La pellicola si distingue per un approccio narrativo privo di giudizi, concentrandosi esclusivamente sulla narrazione. Tuttavia, è un peccato che il film sia affetto da un ritmo eccessivamente lento e da una narrazione troppo frammentata, che alla fine sembra non condurre a una direzione chiara. Nonostante questi aspetti, il film si rivela comunque un lungometraggio meritevole di essere visto. Una delle sfide principali del film è il ritmo, che potrebbe essere percepito come lento da alcuni spettatori. Il modo in cui la storia è presentata potrebbe risultare frammentato, con le diverse linee narrative che potrebbero sembrare disconnesse o poco integrate. Questo potrebbe aver contribuito a un’esperienza di visione meno fluida e coinvolgente per alcuni spettatori. Nonostante questi aspetti, è importante sottolineare che il film conserva un valore intrinseco. La sua scelta di non emettere giudizi, ma piuttosto di presentare storie complesse e autentiche, può essere apprezzata per la sua volontà di esplorare le complessità della vita dei Rom in Italia. La forza del film risiede probabilmente nella sua capacità di offrire uno sguardo intimo e sincero sulla realtà vissuta da queste persone, anche se il risultato finale potrebbe non essere del tutto soddisfacente per tutti gli spettatori. In conclusione, nonostante le criticità, il film si rivela comunque un’opera cinematografica degna di attenzione per chi è interessato a esplorare in modo approfondito le sfide e le esperienze dei Rom in Italia.

Note positive

  1. L’uso di un approccio documentaristico, sia nella narrazione di storie reali che nella parte di finzione, offre un contesto autentico e rivelatore alla storia complessiva.
  2. L’utilizzo di attori non professionisti, specialmente per il personaggio di Lala interpretato da Samanta Paunković, aggiunge autenticità e forza emotiva alla narrazione.
  3. Il film affronta le tradizioni culturali delle famiglie Rom e le sfide burocratiche che i figli italiani dei Rom devono affrontare per ottenere il riconoscimento della propria cittadinanza.
  4. L’innovativo uso della rottura della quarta parete, dove gli attori parlano delle loro esperienze e sentimenti durante la produzione, aggiunge un livello di riflessione sulla realtà delle loro vite.

Note negative

  • La trama appare a tratti confusa a causa della struttura frammentata e della lentezza del ritmo narrativo, che potrebbe risultare poco coinvolgente per alcuni spettatori.
  • La mancanza di un filo conduttore forte e di una chiara direzione può far sembrare che la storia non stia andando da nessuna parte, rischiando di perdere l’attenzione dello spettatore.
  • Alcuni personaggi secondari, come quelli del gruppo d’incontro, potrebbero non essere sufficientemente sviluppati, riducendo l’impatto delle loro storie sulla narrazione complessiva.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 890

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