Lavoreremo da grandi (2026). La commedia nera di Antonio Albanese tra grottesco e riflessione sociale

"Lavoreremo da grandi" gioca costantemente sul confine tra realismo e surrealtà. Albanese crea un universo riconoscibile ma leggermente deformato, dove le reazioni dei personaggi oscillano tra il credibile e l'eccessivo, dove il grottesco convive con momenti di autentica umanità.

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A.ALBANESE, G.BATTISTON, N. FERRERO - LAVOREREMO DA GRANDI - @Claudio Iannone - Immagine rilasciata a uso editoriale da Fosforo Press
A.ALBANESE, G.BATTISTON, N. FERRERO – LAVOREREMO DA GRANDI – @Claudio Iannone – Immagine rilasciata a uso editoriale da Fosforo Press

Trailer di “Lavoreremo da grandi”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

“Lavoreremo da grandi” è un film diretto da Antonio Albanese, co-scritto insieme a Piero Guerrera. Nel cast, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero. In produzione ci sono Palomar a Mediawan Company, Piperfilm, Making Movies & Events, Netflix, Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, PR FESR Piemonte 2021-2027 bando “Piemonte Film TV Fund” e Film Commission Torino Piemonte. La pellicola esce nelle sale italiane il 5 febbraio distribuito da Piperfilm.

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Trama di “Lavoreremo da grandi”

Tre amici, Beppe, Umberto e Gigi, attendono l’arrivo del giovane Toni per festeggiare la sua ritrovata libertà. Umberto è un musicista fallito, ha mandato in malora l’azienda del padre e ha già due separazioni alle spalle. Gigi è stato appena diseredato dalla zia, è ubriaco e indossa una delle sue vecchie parrucche in segno di protesta. Beppe ha una madre molto ingombrante, fa l’idraulico e si dice non abbia mai avuto una ragazza. Toni, figlio di Umberto, è un ragazzo fin troppo sveglio che entra ed esce dal carcere per piccoli reati. In altre parole: la più scombinata delle compagnie, in un microcosmo immutabile, nello stridente splendore di un lago. Qualcosa però sta per accadere. Un cataclisma dalle conseguenze sconvolgenti ed esilaranti. Dopo una serata ad alto tasso alcolico nel bar del paese, l’auto sulla quale stanno per tornare a casa colpisce qualcosa. O meglio, qualcuno. Dando inizio ad una serie di inesorabili scelte sbagliate, i quattro fuggono e si rifugiano a casa di Umberto. Sarà una lunga notte di colpi di scena, situazioni paradossali e ridicole, incontri e scontri tra i protagonisti e altre figure improbabili che popolano quella interminabile giornata. Fino alla più inimmaginabile delle soluzioni, che arriverà alle prime luci dell’alba.

Recensione di “Lavoreremo da grandi”

Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero compongono un quartetto di antieroi perfettamente calibrato, in cui ogni personaggio rappresenta una sfaccettatura diversa del fallimento esistenziale. Albanese interpreta Umberto, un musicista mancato che ha dilapidato l’eredità paterna e colleziona relazioni naufragate. È il prototipo dell’eterno adolescente che non è mai riuscito a crescere, intrappolato in sogni ormai sbiaditi e incapace di assumersi responsabilità concrete.

Giuseppe Battiston presta il volto a Beppe, l’idraulico schiacciato da una madre opprimente, la cui vita sentimentale inesistente diventa metafora di un’esistenza mai davvero vissuta. Battiston riesce a infondere al personaggio una malinconia sottile, trasformando quella che potrebbe essere una macchietta in un ritratto umano credibile e toccante.

Nicola Rignanese è Gigi, appena diseredato dalla zia e in preda a una crisi esistenziale che manifesta attraverso l’alcol e indossando una vecchia parrucca bionda. Un personaggio di cui meglio dire poco perché è una piccola sorpresa.

Niccolò Ferrero completa il gruppo nei panni di Toni, il giovane figlio di Umberto, un ragazzo “troppo sveglio” che entra ed esce dal carcere per piccoli reati. Toni rappresenta la generazione successiva, quella che non ha nemmeno avuto la possibilità di coltivare sogni da tradire, cresciuta già nell’ombra dei fallimenti altrui.

La struttura narrativa: un crescendo teatrale

Il film si apre con i tre amici in attesa di Toni, creando immediatamente un’atmosfera di stasi e attesa che pervade l’intera opera. Albanese costruisce la narrazione secondo una struttura quasi teatrale, concentrando l’azione in un arco temporale ristretto e in pochi ambienti chiave. Questa scelta stilistica ricorda il teatro dell’assurdo e certe commedie nere del cinema europeo, dove la limitazione spaziale amplifica le tensioni e le dinamiche tra i personaggi.

L’incidente stradale che innesca la trama funziona come catalizzatore drammatico: dopo una serata di eccessi alcolici, l’auto sulla quale viaggiano i quattro protagonisti investe qualcuno. Da questo momento, il film diventa una sequenza inesorabile di scelte sbagliate, ognuna delle quali peggiora ulteriormente la situazione. La decisione di fuggire e rifugiarsi a casa di Umberto apre una lunga notte di rivelazioni, conflitti e situazioni sempre più paradossali.

Il tono surreale e il linguaggio cinematografico

“Lavoreremo da grandi” gioca costantemente sul confine tra realismo e surrealtà. Albanese crea un universo riconoscibile ma leggermente deformato, dove le reazioni dei personaggi oscillano tra il credibile e l’eccessivo, dove il grottesco convive con momenti di autentica umanità. Questa ambiguità tonale è uno dei punti di forza del film, che riesce a far ridere e riflettere contemporaneamente.

Lo “stridente splendore” del lago menzionato nella trama diventa elemento visivo ricorrente, una sorta di contrappunto ironico alla miseria morale ed economica dei protagonisti. La bellezza del paesaggio naturale sottolinea per contrasto la pochezza delle vite che si svolgono al suo cospetto, creando una tensione visiva che arricchisce la narrazione.

La matrice teatrale del film emerge chiaramente nella gestione degli spazi e dei tempi. Albanese privilegia lunghe sequenze dialogate, confronti verbali che rivelano progressivamente la psicologia dei personaggi. Gli ambienti chiusi diventano gabbie metaforiche dove i protagonisti sono costretti a fare i conti con se stessi e con le conseguenze delle proprie azioni.

Temi e riflessioni: l’immaturità perpetua

Sotto la superficie comica, il film affronta temi profondi legati all’immaturità, all’incapacità di affrontare la vita adulta e alle dinamiche di una provincia italiana stagnante. Il titolo stesso, “Lavoreremo da grandi”, è una dichiarazione ironica che racchiude l’essenza del film: questi uomini non sono mai davvero cresciuti, continuano a rimandare l’appuntamento con la responsabilità e la maturità.

Il microcosmo immutabile in cui vivono i protagonisti rappresenta un’Italia marginale e dimenticata, lontana dai centri del potere e dell’economia, dove le opportunità scarseggiano e il tempo sembra essersi fermato. Albanese non giudica i suoi personaggi, ma li osserva con uno sguardo che mescola empatia e distacco critico, riconoscendo le loro debolezze senza però assolverli completamente.

Le “figure improbabili” che popolano la lunga notte dei protagonisti arricchiscono il quadro di questa umanità variegata e disfunzionale. Ogni incontro diventa occasione per esplorare ulteriori sfaccettature della mediocrità e del fallimento, ma anche di quella resilienza assurda che permette a questi personaggi di continuare ad andare avanti nonostante tutto.

Pregi e limiti: un equilibrio delicato

Il film di Albanese funziona meglio quando abbraccia pienamente la sua natura surreale e grottesca, mentre mostra qualche incertezza nei momenti in cui cerca un realismo più convenzionale. La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Piero Guerrera, presenta dialoghi spesso brillanti e situazioni ben costruite, anche se occasionalmente cede alla tentazione della ripetizione.

La regia di Albanese dimostra una maturità crescente rispetto ai suoi lavori precedenti, con una gestione dello spazio scenico più consapevole e un uso della macchina da presa funzionale alla narrazione. Tuttavia, l’impostazione teatrale, pur essendo un punto di forza stilistico, rischia talvolta di limitare le possibilità espressive del mezzo cinematografico.

Le interpretazioni del cast sono uniformemente solide, con Albanese e Battiston che spiccano per capacità di trovare la giusta misura tra commedia e dramma. Il giovane Ferrero tiene testa con disinvoltura ai colleghi più esperti, portando sullo schermo un personaggio che avrebbe potuto risultare stereotipato ma che invece acquista spessore e credibilità.

In Conclusione

“Lavoreremo da grandi” è un film che non teme di guardare in faccia il fallimento e la mediocrità, trasformandoli in materia comica senza però svilirne il peso esistenziale. Antonio Albanese conferma la sua capacità di raccontare un’Italia minore, fatta di esistenze ai margini e sogni infranti, utilizzando gli strumenti della commedia per parlare di temi tutt’altro che leggeri.

La soluzione “inimmaginabile” che arriva alle prime luci dell’alba chiude il cerchio narrativo in modo coerente con il tono generale dell’opera, lasciando allo spettatore la sensazione di aver assistito a una parabola sulla condizione umana contemporanea. È un finale che non offre redenzioni facili né conclusioni edificanti, ma che rimane fedele alla visione autoriale che permea l’intero film.

Si tratta di un’opera che non piacerà a tutti: il suo ritmo a volte rallentato, la mancanza di una trama d’azione convenzionale e l’assenza di personaggi realmente positivi potrebbero alienare parte del pubblico abituato a commedie più rassicuranti. Tuttavia, per chi apprezza il cinema d’autore che usa la commedia come strumento di riflessione sociale, “Lavoreremo da grandi” rappresenta un’esperienza cinematografica stimolante e originale, capace di far sorridere amaramente riconoscendoci, forse, un po’ troppo in quei quattro disperati che cercano invano di sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni.

Note Positive

  • Scrittura
  • Regia
  • Recitazione

Note Negative

  • Qualche scena un pò surreale interrompe il ritmo del film

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e suono
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.8
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Renata Candioto
Renata Candioto

Diplomata in sceneggiatura alla Roma Film Academy (ex Nuct) di Cinecittà a Roma, ama il cinema e il teatro.
Le piace definirsi scrittrice, forse perché adora la letteratura e scrive da quando è ragazzina.
È curiosa del mondo che le circonda e si lascia guidare dalle sue emozioni.
La sua filosofia è "La vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita".