Le bambine (2025). Una fiaba pop oscura sulla maternità anni ’90

Recensione di Le bambine: l’esordio delle sorelle Bertani è un film pop, grottesco e drammatico che racconta l’infanzia attraverso uno sguardo autentico e inquieto, sostenuto da una regia sorprendentemente matura e da un’estetica originale.

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Trailer di “Le bambine”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Le sorelle Valentina Bertani e Nicole Bertani sono cresciute in una quasi totale simbiosi creativa, nutrendosi dei medesimi stimoli cinematografici e letterari. Sebbene le loro carriere si siano successivamente ramificate, entrambe hanno continuato a gravitare con successo nell’universo delle arti visive. Valentina Bertani ha intrapreso il percorso della regia, debuttando nel mondo degli spot e dei videoclip per poi approdare al lungometraggio documentario con La timidezza delle chiome. Questa pellicola, distribuita da I Wonder Pictures nel 2023, ha riscosso un notevole successo critico: presentata alle Giornate degli Autori durante la 79ª Mostra del Cinema di Venezia, è stata inclusa nella cinquina dei David di Donatello e ha ottenuto il Premio speciale Valentina Pedicini ai Nastri d’Argento, raggiungendo infine i mercati internazionali tramite BBC e Chapter Two Films. Nicole Bertani, con una formazione in Art Direction e grafica conseguita tra Milano e la Central Saint Martins di Londra, opera invece come direttrice creativa e regista freelance per prestigiosi brand ed editoria. Il solido sodalizio professionale e personale ha condotto le due sorelle a firmare congiuntamente Le Bambine, il loro primo lungometraggio di finzione, un’opera dal carattere profondamente autobiografico nata dalla necessità di Valentina Bertani di esplorare il proprio vissuto insieme alla sorella.

Le bambine è un film nato osservando un’estate degli anni ’90 dal quinto piano di un palazzo: quello in cui abitavamo da piccole. È una storia in cui nulla è come appare: ogni azione, persona, parola ha una connotazione ambivalente. Nell’anno in cui è ambientato il film abbiamo vissuto una vicenda che somigliava a un giallo; un enigma di cui non riuscivamo a venire a capo: una donna e sua figlia di 8 anni si sono trasferite nella casa di fronte alla nostra. Da quel momento in poi per i bambini della via in cui abitavamo le regole sono cambiate. Tutti questi divieti hanno rappresentato per noi sorelle (fino a poco prima impegnate a litigare) il primo impulso per allearci, facendoci unire indissolubilmente nel comune intento di trasgredire. Trasgredire significa etimologicamente andare contro, attraversare: durante l’infanzia le trasgressioni non solo sono inevitabili ma sono anche sane, perché permettono di fare da soli delle conquiste. Abbiamo così conquistato, insieme a questa nuova migliore amica un po’ proibita, un rapporto di sorellanza e un’enorme consapevolezza: quella che gli adulti ci avessero tradite, non raccontandoci la verità e lasciando che scoprissimo da sole un mondo che non erano stati in grado di spiegarci.” – Note di regia (Pressbook film).

L’opera, sceneggiata in collaborazione con Maria Sole Limodio (già autrice per Di4ri e La voce di Cupido), ha celebrato la propria anteprima mondiale il 12 agosto 2025 all’interno della selezione ufficiale della 78ª edizione del Locarno Film Festival. In tale prestigiosa sede, la pellicola ha concorso per il Pardo d’oro — assegnato a Two Seasons, Two Strangers del regista giapponese Sho Miyake — ottenendo una menzione speciale e il Junior Jury Award 2025.

Il film, noto all’estero con il titolo internazionale Mosquitoes, approda nelle sale italiane a partire dall’11 giugno 2026. La produzione è frutto di una sinergia tra Emma Film, Rai Cinema, Adler Entertainment e 360 Degrees Film, in coproduzione con Cinédokké, RSI Radiotelevisione Svizzera e Mathematic Studio Production. Per quanto riguarda il comparto attoriale, la pellicola segna il debutto assoluto sul grande schermo di Mia Ferricelli, Agnese Scazza e Petra Scheggia, affiancate da interpreti come Clara Tramontano, Milutin Dapčević e Jessica Piccolo Valerani. Risulta particolarmente evocativa la partecipazione di Benjamin Israel e Joshua Israel, i gemelli già protagonisti de La timidezza delle chiome, la cui presenza crea un suggestivo ponte semantico tra la dimensione documentale dell’opera precedente e l’impianto finzionale di questa nuova produzione. Completano il cast le partecipazioni di Cristina Donadio e Matteo Martari

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Trama di “Le bambine”

Estate del 1997. Linda ha otto anni e vive in Svizzera all’interno di una cornice di apparente perfezione, divisa tra la sontuosa villa della ricchissima nonna e la presenza magnetica di sua madre Eva. Quest’ultima è una giovane donna dal fascino indiscutibile, ma al contempo tormentata da un’indole instabile e profondamente imprevedibile. Incapace di tollerare ulteriormente la convivenza con la figura materna, Eva decide di interrompere bruscamente quella quotidianità: senza alcun preavviso, abbandona la dimora di famiglia trascinando con sé una Linda riluttante, costretta ancora una volta a assecondare le inquietudini materne. Questa nuova fuga conduce le due a Ferrara, dove la nonna possiede un modesto appartamento di città.

In questo nuovo scenario urbano, Linda stringe un legame immediato con due sorelle coetanee, Azzurra e Marta. Le bambine, figlie di un medico e di un’infermiera con una singolare ossessione per la fabbricazione di bambole, trascorrono gran parte delle loro giornate all’aperto, esplorando i confini del quartiere. A sorvegliarle è il babysitter Carlino, un uomo omosessuale spesso vittima dei pregiudizi e delle derisioni del vicinato, il quale consuma una relazione clandestina e sofferta con l’anziano proprietario di un bar locale.

Ben presto Azzurra e Marta, accompagnate dal loro imponente cane, iniziano a frequentare assiduamente Linda ed Eva, dalle quali sono attratte per via di un’arcana e irresistibile fascinazione. In una via borghese popolata da sguardi indiscreti e individui sull’orlo di una crisi di nervi, le due sorelle si ritrovano a vivere un’estate radicalmente diversa da ogni loro aspettativa. L’incontro con l’universo irregolare di Eva trasformerà la stagione in un percorso di scoperta complesso e perturbante, segnando il passaggio verso una nuova e sofferta consapevolezza.

Recensione di “Le bambine”

Approcciarsi alla visione di un film privi di informazioni preventive rappresenta, talvolta, una scelta critica saggia e feconda. Per finalità di analisi, ho fruito de Le Bambine tramite il link fornito dall’ufficio stampa ignorando deliberatamente il soggetto e le tematiche trattate. Questa totale assenza di aspettative, derivante anche dal non aver consultato le recensioni pubblicate dopo la presentazione al Locarno Film Festival, mi ha permesso di esperire la pellicola senza condizionamenti esterni. Si è rivelata un’intuizione felice: alla conclusione della proiezione, sono rimasto sorpreso dalla cifra autoriale e dalla solidità stilistica della regia, considerando che si tratta, di fatto, dell’opera prima di finzione per le sorelle Valentina Bertani e Nicole Bertani.

Sebbene rappresenti il loro debutto nel cinema di fiction, non si percepisce alcuna incertezza tipica degli esordi; al contrario, emerge una maturità sorprendente sia nella direzione del cast sia nell’uso consapevole della macchina da presa. Il duo registico dimostra la capacità di narrare gli eventi attraverso uno sguardo mai banale, individuando il posizionamento della macchina da presa più idoneo per veicolare l’emozione della scena e arricchendo ogni sequenza di stratificazioni simboliche. La cura nella direzione attoriale — focalizzata su un cast quasi marcatamente femminile — unita a una sensibilità estetica pop evidente fin dai titoli di testa, definisce l’identità del film in modo netto. Questi ultimi fungono da portale d’accesso al mondo narrativo creato dalle autrici: un universo drammaturgico che ibrida generi divergenti, dando vita a un’operazione originale nel panorama del cinema italiano contemporaneo.

Grazie a una ricercata costruzione estetica, il lungometraggio riesce a far convergere elementi del drammatico, del grottesco e del fantasy entro un unico corpo narrativo, senza mai recidere il legame con una realtà cruda e tangibile. Le Bambine si configura innanzitutto come il racconto di uno spaccato esistenziale oscuro e tragico, ambientato durante l’estate del 1997. La narrazione segue tre bambine (o, più precisamente, quattro) costrette a convivere con figure materne infelici, le quali appaiono talvolta più infantili e fragili delle loro stesse figlie. La pellicola, pur muovendosi tra registri stilistici eterogenei, mantiene una tensione costante verso il realismo, trovando il proprio baricentro drammatico nella complessa vicissitudine di Eva.

Come già evidenziato, il registro primario dell’opera è quello drammatico, sebbene non venga mai declinato attraverso i toni cupi e opprimenti tipici di pellicole come Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Al contrario, il dramma viene filtrato attraverso una ricercata leggerezza, dovuta alla scelta di adottare esclusivamente il punto di vista dei bambini. La narrazione è dunque mediata dalla loro soggettiva, dalla loro peculiare lettura del mondo e dal modo in cui si rapportano alla tragedia e alle figure genitoriali. Osserviamo Linda che, investita precocemente di una responsabilità adulta, applica delle stelline adesive sulle ferite della madre, trasfigurando la gravità della situazione in un semi gioco infantile. Questa tragicità ci viene svelata pienamente solo nelle sequenze finali, quando il tono abbandona ogni velleità edulcorata per farsi più crudo: l’elemento della tossicodipendenza, rimasto latente e sottratto allo sguardo per gran parte del minutaggio, trova la sua brutale rappresentazione visiva nel finale, dove assistiamo alla somministrazione di eroina da parte di Eva. Al di là della sequenza in discoteca, questo è l’unico momento in cui la sostanza stupefacente assurge a protagonista assoluta dell’inquadratura.

Parallelamente alla componente drammatica, emerge un marcato elemento grottesco che scaturisce dalla caratterizzazione dei personaggi, ripresi e rappresentati enfatizzando le loro bizzarrie e peculiarità. Questo approccio conferisce alla pellicola svariate sfumature cromatiche e caratteriali: il grottesco è particolarmente evidente nella descrizione della famiglia patriarcale di Azzurra e Marta, nella figura della vicina di casa invadente e nei vicini voyeur, ovvero i due fratelli gemelli Benjamin Israel e Joshua Israel. Attraverso questa lente distorta e grazie a un’estetica dal sapore pop, lo spettatore ha la sensazione di trovarsi all’interno di una fiaba dai contorni realistici.

Tuttavia, tale dimensione grottesca avrebbe potuto essere amplificata con maggiore audacia, specialmente per quanto concerne lo sviluppo narrativo dei gemelli interpretati dai fratelli Israel. Queste figure avrebbero meritato un respiro scenico più ampio in funzione dell’economia del racconto; al contrario, Benjamin Israel e Joshua Israel sembrano inseriti nel tessuto filmico più per una finalità estetica — volta a introdurre elementi bizzarri e non convenzionali — che per una reale necessità drammaturgica, poiché la loro presenza non apporta un incremento significativo allo spessore tematico del film. Un altro elemento che appare poco sviscerato è la componente quasi fantasy legata all’energia sprigionata dai corpi o ai “poteri” che i tre piccoli protagonisti sembrano possedere: Linda percepisce il richiamo della madre anche a grande distanza, mentre una delle sorelle dichiara di vedere le stelle anche quando sono invisibili. Sebbene queste energie pervadano l’intero arco narrativo, rimangono confinate in uno stato di sospensione, prive di una reale giustificazione o di una spiegazione vera e propria all’interno filmico.

Nella definizione di un’estetica visiva così peculiare, l’apporto della fotografia si rivela determinante. Le registe scelgono di rinunciare ai formati panoramici prediligendo un aspect ratio ristretto e quasi verticale, più prossimo a un 3:4 che al classico 4:3. Tale scelta compositiva permette alle autrici di concentrare l’attenzione su uno spazio scenico circoscritto, costringendo lo spettatore a focalizzarsi sulle micro-espressioni dei protagonisti e sulla loro intimità emotiva. Questo formato viene inoltre sfruttato per alcuni interessanti esperimenti metalinguistici: le bande nere laterali non rimangono spazi inerti, ma si trasformano in uno strumento narrativo su cui compaiono i testi digitati da una delle bambine su un dispositivo elettronico. Sebbene si tratti di un espediente affascinante e originale, l’impressione è che si poteva fare un uso più frequente e sistematico di tale soluzione per giustificare pienamente, sotto il profilo drammaturgico, una riduzione così drastica del campo visivo, la quale rischia altrimenti di apparire come una pura velleità estetica.

Sotto il profilo della sceneggiatura, l’opera si presenta solida e priva di aporie narrative. L’unica criticità rilevante risiede, come già accennato, nell’assenza di un ruolo funzionale per i personaggi interpretati da Benjamin Israel e Joshua Israel; le loro apparizioni rimangono circoscritte a pochi momenti che potrebbero essere espunti dal montaggio finale senza compromettere la coerenza del racconto. Al di fuori di questa sbavatura, la scrittura procede con efficacia, delineando archi evolutivi chiari per i protagonisti. Il cuore pulsante della narrazione risiede nella riflessione sulla fragilità delle figure materne e sulla loro impreparazione emotiva nel ricoprire un ruolo educativo; queste donne appaiono, paradossalmente, più infantili, lunatiche, fragili e irrisolte delle loro stesse figlie, le quali risultano delle bambine sveglie e atipiche.

Vorremmo specificare che il titolo non fa riferimento solo alle tre protagoniste: Azzurra detta Zuzu, Marta e Linda ma anche alle loro rispettive madri, talmente giovani e impreparate al loro ruolo sociale da risultare a loro volta bambine. È difficile mettere in discussione le madri: per cultura, per tradizione, per come il patriarcato ci ha insegnato. Le madri nei racconti sono figure amorevoli, affettuose, dotate di quel famoso istinto materno a cui tutti fanno riferimento. Il nostro film le racconta per quelle che sono, mettendo in scena rapporti madre-figlia totalmente stravolti. Ed è in questa inversione di ruoli che si passa dalle madri che decidono cosa sia meglio per le figlie alle figlie che decidono cosa sia meglio per le madri. – Note di regia

Risulta altrettanto degno di nota il lavoro di ricostruzione temporale. Se l’estetica generale sembra talvolta riecheggiare le atmosfere della fine degli anni ’80, sono i riferimenti mediali a collocare con precisione la vicenda nel 1997. La narrazione è scandita da frammenti televisivi che hanno segnato l’immaginario collettivo italiano, fungendo da veri e propri marcatori cronologici: l’opera si apre con l’iconica e goliardica risposta del signor Giancarlo durante una puntata de La Ruota della Fortuna e si conclude esattamente il 31 agosto 1997, giorno della tragica scomparsa di Lady Diana. Sebbene la data della morte della principessa sia perfettamente coerente con la cronologia interna del film, si ravvisa un piccolo anacronismo riferito alla clip televisiva di apertura: il celebre episodio del signor Giancarlo risale in realtà al 13 marzo 1995. Per mantenere un’assoluta fedeltà storica, sarebbe stato forse più idoneo attingere a uno spezzone altrettanto memorabile ma strettamente connesso al biennio narrativo di riferimento. Ciò non toglie che il film, nel suo complesso, riesca a restituire con efficacia il sapore di un’epoca attraverso i suoi simulacri televisivi.

In conclusione

Le bambine è un esordio sorprendentemente maturo, un film che unisce autobiografia, dramma, grottesco e un tocco di fiaba oscura senza mai perdere il contatto con la realtà emotiva delle sue protagoniste. Le sorelle Bertani dimostrano una padronanza registica rara per un’opera prima, costruendo un mondo visivo coerente, pop e inquieto, filtrato attraverso lo sguardo dei bambini e le loro percezioni distorte ma sincere. La fotografia in formato ristretto, l’uso simbolico della macchina da presa e la direzione attoriale impeccabile rendono il film un oggetto unico nel panorama italiano contemporaneo. Pur con qualche elemento poco sviluppato — come i gemelli Israel o la componente “fantasy” — Le bambine resta un’opera intensa, originale e profondamente personale, capace di raccontare l’infanzia come un territorio fragile, magico e spaventoso.

Note positive

  • Estetica pop: un mix di dramma, grottesco e fiaba contemporanea
  • Buone prove attoriali delle giovanissime attrici
  • Regia fluida e matura

Note negative

  • I gemelli Israel restano marginali e poco funzionali
  • Riferimenti televisivi non sempre coerenti con il 1997
  • Poteri apparenti, sesto senso ed energie non trovano una vera integrazione narrativa

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.8
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.