Mercy: Sotto Accusa (2026). Un thriller claustrofobico nell’era dell’intelligenza artificiale

"Mercy: Sotto Accusa" si distingue per la sua capacità di trasformare un'aula di tribunale virtuale in un ring psicologico dove si affrontano non solo accusa e difesa, ma l'essenza stessa di cosa significhi essere umani in un mondo dove le macchine hanno acquisito il potere di giudicare le nostre vite.

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Trailer di “Mercy: Sotto Accusa”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

“Mercy: Sotto Accusa” è un film di fantascienza diretto da Timur Bekmambetov, scritto da Marco van Belle e prodotto da Amazon MGM Studios, Atlas Entertainment. Nel cast Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Annabelle Wallis, Noah Fearnley, Kenneth Choi, Chris Sullivan, Kylie Rogers, Kali Reis, Rafi Gavron, Jeff Pierre, Jamie McBride, John Bubniak, Mark Daneri, Michael C. Mahon. Il film esce nei cinema italiani il 22 gennaio 2026 distribuito da Eagle Pictures.

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Trama di “Mercy: Sotto Accusa”

In un futuro non lontano, un detective è sotto processo, accusato di aver ucciso sua moglie. Ha solo 90 minuti per dimostrare la propria innocenza davanti al Giudice, un’intelligenza artificiale avanzata che lui stesso aveva contribuito a creare in passato, prima che decida il suo destino.

Recensione di “Mercy: Sotto Accusa”

In un panorama cinematografico sempre più affollato di produzioni che esplorano il rapporto controverso e sfaccettato tra umanità e intelligenza artificiale, “Mercy: Sotto Accusa” si distingue per la sua capacità di trasformare un’aula di tribunale virtuale in un ring psicologico dove si affrontano non solo accusa e difesa, ma l’essenza stessa di cosa significhi essere umani in un mondo dove le macchine hanno acquisito il potere di giudicare le nostre vite. Diretto con mano esperta da Timur Bekmambetov, regista noto per la sua abilità nel creare tensione visiva e narrativa attraverso soluzioni tecniche innovative, il film ci catapulta in un futuro distopico ma inquietantemente plausibile, dove un detective interpretato da Chris Pratt si ritrova a dover combattere contro il tempo e contro un’intelligenza artificiale (Rebecca Ferguson) che lui stesso ha contribuito a creare, ora trasformata nel suo giudice supremo. La sceneggiatura di Marco van Belle costruisce un meccanismo narrativo serrato come un orologio svizzero, dove ogni minuto che passa aumenta esponenzialmente la tensione e dove il protagonista deve utilizzare tutte le sue capacità investigative non per risolvere un crimine altrui, ma per dimostrare la propria innocenza nell’omicidio della moglie, un’accusa che potrebbe costargli la vita o la libertà per sempre.

La regia innovativa di Bekmambetov al servizio della tensione

Timur Bekmambetov, che ha già dimostrato in film come “Wanted” e “Hardcore Henry” di possedere una visione cinematografica audace e anticonvenzionale, porta in “Mercy: Sotto Accusa” tutta la sua esperienza nel trasformare location apparentemente statiche in ambienti dinamici e visivamente stimolanti, utilizzando la tecnologia non come semplice ornamento estetico ma come strumento narrativo essenziale per raccontare una storia che si svolge principalmente in uno spazio confinato. La sua regia sfrutta brillantemente le possibilità offerte dalla screen life e dalle interfacce digitali, creando un’esperienza immersiva dove lo spettatore diventa quasi un testimone diretto del processo, osservando attraverso schermi olografici, proiezioni di memoria e ricostruzioni virtuali dei fatti che vengono analizzati minuziosamente dall’intelligenza artificiale giudicante. Bekmambetov riesce nell’impresa non semplice di mantenere alta l’attenzione visiva in un film che potrebbe facilmente scivolare nella staticità teatrale, utilizzando angolazioni audaci, primi piani claustrofobici che catturano ogni goccia di sudore sul volto di Chris Pratt e movimenti di camera che seguono il flusso di dati e informazioni che l’IA elabora in tempo reale, trasformando il processo giudiziario in una vera e propria battaglia psicologica dove ogni parola, ogni pausa, ogni esitazione può fare la differenza tra la salvezza e la condanna.

Chris Pratt e Rebecca Ferguson: un buon duello attoriale

La scelta di affidare i due ruoli principali a Chris Pratt e Rebecca Ferguson si rivela una mossa vincente che eleva il livello qualitativo dell’intera produzione, portando sullo schermo due buone interpretazioni. In qualche modo, toccano corde emotive universali legate alla colpa, all’innocenza, alla fiducia tradita e al peso schiacciante del giudizio. Pratt, spesso associato a ruoli action o comedy che hanno fatto la sua fortuna in franchise come “Guardiani della Galassia” e “Jurassic World”, dimostra qui una buona maturità attoriale, costruendo un personaggio sfaccettato che oscilla costantemente tra la disperazione di un uomo intrappolato in un incubo kafkiano e la determinazione fredda e metodica del detective esperto che sa come smontare pezzo per pezzo un’accusa apparentemente inattaccabile. Rebecca Ferguson, dal canto suo, affronta la sfida particolarmente ardua di dare vita e personalità a un’intelligenza artificiale che potrebbe facilmente risultare fredda e distante, ma che invece acquista grazie alla sua interpretazione sfumature inquietanti di empatia artificiale, creando un personaggio che oscilla ambiguamente tra l’imparzialità algoritmica assoluta e momenti che sembrano suggerire residui di umanità o forse proprio per questo risultano ancora più perturbanti, lasciando lo spettatore costantemente in dubbio su quale sia la vera natura del Giudice e se dietro quella voce calma e modulata si nasconda qualcosa di più di semplici linee di codice.

Una sceneggiatura che gioca con il pubblico

Marco van Belle costruisce una sceneggiatura che funziona su diversi livelli di lettura, offrendo sia al pubblico generalista che cerca un thriller avvincente sia agli spettatori più esigenti che apprezzano riflessioni profonde sui temi della giustizia, del libero arbitrio e della responsabilità morale in un’epoca dove le decisioni più importanti potrebbero essere delegate a macchine presumibilmente infallibili. Il meccanismo dei 90 minuti in tempo reale, reminiscente di classici come “12 Angry Men” o più recentemente “Locke”, crea un senso di urgenza palpabile che permea ogni scena, trasformando quello che potrebbe essere un semplice confronto dialettico in una corsa contro il tempo dove ogni nuovo elemento presentato dal protagonista per la sua difesa viene immediatamente analizzato, scomposto e valutato dall’intelligenza artificiale con una velocità e una precisione che nessun giudice umano potrebbe mai eguagliare. Van Belle inserisce abilmente nel tessuto narrativo riflessioni sul paradosso di un uomo che si trova a essere giudicato da una creatura artificiale che lui stesso ha contribuito a programmare, sollevando domande inquietanti su quanto delle nostre convinzioni, dei nostri pregiudizi e delle nostre limitazioni cognitive rimanga impresso negli algoritmi che creiamo, anche quando cerchiamo di renderli il più obiettivi e imparziali possibile, e se l’intelligenza artificiale rappresenti davvero un’evoluzione verso una giustizia più equa o semplicemente una nuova forma di tirannia nascosta dietro il velo dell’oggettività matematica.

Temi attuali in una cornice fantascientifica

Ciò che rende “Mercy: Sotto Accusa” particolarmente rilevante nel contesto cinematografico e culturale contemporaneo è la sua capacità di trasformare interrogativi astratti sull’intelligenza artificiale in dilemmi concreti e immediati che toccano corde profondamente umane, utilizzando il genere fantascientifico come lente di ingrandimento attraverso cui esaminare ansie, paure e speranze della nostra società rispetto al futuro tecnologico che ci attende. Il film solleva domande cruciali sul sistema giudiziario e su quanto siamo disposti a sacrificare in termini di umanità, intuizione e capacità di comprendere sfumature emotive e contestuali in cambio di una presunta maggiore efficienza e imparzialità garantita dagli algoritmi, mettendo in scena il conflitto eterno tra la fredda logica dei fatti oggettivi e la complessità irriducibile dell’esperienza umana che spesso sfugge a qualsiasi tentativo di quantificazione o riduzione a dati elaborabili. La relazione particolare tra il detective e l’IA che lo giudica, caratterizzata da un passato condiviso dove il creatore si trova ora alla mercé della sua creazione, aggiunge un ulteriore livello di complessità tematica che richiama miti antichi come quello di Frankenstein, ma contestualizzato in una realtà dove le nostre creazioni digitali stanno effettivamente acquisendo poteri sempre maggiori sulle nostre vite quotidiane, dalle raccomandazioni che influenzano le nostre scelte di consumo fino, potenzialmente, alle decisioni che potrebbero determinare il nostro destino in tribunale, al lavoro o in ambito medico.

Un finale (forse) prevedibile che non rovina l’esperienza

Gli spettatori più attenti e i cinefili navigati potrebbero effettivamente intuire la direzione verso cui si muove il finale ben prima che questo venga rivelato sullo schermo, riconoscendo pattern narrativi e indizi seminati lungo il percorso che puntano verso una conclusione che, sebbene soddisfacente, non rappresenta necessariamente una sorpresa sconvolgente per chi ha familiarità con le convenzioni del genere thriller con twist finale. Tuttavia, questo elemento di prevedibilità non costituisce necessariamente un difetto fatale per l’opera nel suo complesso, poiché il vero valore di “Mercy: Sotto Accusa” risiede non tanto nello shock della rivelazione finale quanto piuttosto nel viaggio emotivo e intellettuale che il film propone, nella tensione sostenuta per tutta la durata della proiezione e nelle performance attoriali che mantengono lo spettatore coinvolto anche quando la destinazione narrativa diventa sempre più evidente. Il merito di Bekmambetov e van Belle sta nell’aver costruito un’esperienza cinematografica che funziona principalmente sul piano della suspense psicologica e dell’esplorazione tematica piuttosto che affidarsi esclusivamente all’effetto sorpresa del colpo di scena finale, rendendo il film godibile anche a una seconda visione dove, conoscendo già il finale, si possono apprezzare meglio le sfumature della sceneggiatura e le sottigliezze delle interpretazioni che acquistano nuovi significati alla luce della rivelazione conclusiva.

In conclusione

“Mercy: Sotto Accusa” si configura come un thriller fantascientifico solido, ben costruito e sorprendentemente rilevante rispetto ai dibattiti contemporanei sull’intelligenza artificiale, la giustizia algoritmica e il futuro delle nostre istituzioni in un mondo sempre più mediato dalla tecnologia, offrendo un’esperienza cinematografica che intrattiene e fa riflettere in egual misura. La combinazione tra la regia visivamente stimolante di Timur Bekmambetov, la sceneggiatura tesa e tematicamente ricca di Marco van Belle e le performance convincenti di Chris Pratt e Rebecca Ferguson crea un prodotto che merita attenzione sia da parte del pubblico generalista in cerca di un buon thriller sia da parte di chi cerca nel cinema uno strumento per esplorare questioni complesse del nostro tempo attraverso la metafora fantascientifica. Nonostante una certa prevedibilità nel finale che potrebbe attenuare l’impatto emotivo per gli spettatori più smaliziati, il film mantiene alta la tensione per tutta la sua durata e lascia lo spettatore con domande inquietanti su quale tipo di futuro vogliamo costruire e quanto siamo disposti a fidarci delle macchine che creiamo per prendere decisioni che riguardano aspetti fondamentali della nostra esistenza e della nostra libertà.

Note Positive

  • Scrittura
  • Regia
  • Recitazione
  • Ambientazione

Note Negative

  • Un finale, forse, scontato

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e suono
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.7
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Renata Candioto
Renata Candioto

Diplomata in sceneggiatura alla Roma Film Academy (ex Nuct) di Cinecittà a Roma, ama il cinema e il teatro.
Le piace definirsi scrittrice, forse perché adora la letteratura e scrive da quando è ragazzina.
È curiosa del mondo che le circonda e si lascia guidare dalle sue emozioni.
La sua filosofia è "La vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita".