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Miroirs No.3 – Il mistero di Laura
Titolo originale: Miroirs No. 3
Anno: 2025
Nazione: Germania
Genere: Drammatico
Casa di produzione: Schramm Film Koerner Weber Kaiser, ZDF, Arte
Distribuzione italiana: Wanted Cinema
Durata: 86 min
Regia: Christian Petzold
Sceneggiatura: Christian Petzold
Fotografia: Hans Fromm
Montaggio: Bettina Böhler
Attori: Paula Beer, Barbara Auer, Matthias Brandt, Enno Trebs, Philip Froissant, Hendrik Heutmann, Christian Koerner, Victoire Laly
Trailer di “Miroirs No.3 – Il mistero di Laura”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Presentato in anteprima mondiale il 17 maggio 2025 al 78º Festival di Cannes, nella sezione indipendente Quinzaine des Cinéastes — un’edizione che ha visto trionfare La Danse des renards di Valéry Carnoy — Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura rappresenta l’undicesimo lungometraggio diretto dal cineasta tedesco Christian Petzold. Il film costituisce inoltre la conclusione di una trilogia cinematografica incentrata sugli elementi naturali: un percorso iniziato nel 2020 con Undine – Un amore per sempre, dedicato all’acqua; proseguito nel 2023 con Il cielo brucia, incentrato sull’elemento del fuoco; e terminato nel 2025 con Miroirs No. 3, che esplora l’elemento dell’aria.
Quando avevo scritto la sceneggiatura, pensavo: Non funziona del tutto. E poi, al decimo o undicesimo giorno di riprese, abbiamo avuto tempeste incredibili, venti che attraversavano tutto. Il direttore della fotografia, Hans Fromm, come sempre mi aveva chiesto: Che stile vogliamo dare qui? Allora gli ho detto: Ma questo è un western. Deve essere un western. Nei western americani ci sono conflitti generazionali, guerre civili, vendette, fratelli. È tutto così complicato e allo stesso tempo raccontato in modo così semplice. È così che dobbiamo affrontarlo anche noi. Per questo abbiamo una casa, una staccionata, un albero, due biciclette, un’auto. Questi sono i nostri strumenti, questo è il nostro luogo. E quando poi il vento ha iniziato a soffiare, Barbara Auer ha detto: Ma questo è l’elemento, l’aria. L’aria che arieggia. Arieggia ciò che è rimasto fermo: i traumi, le ripetizioni eterne. Le ripetizioni della madre, che va sempre alla staccionata dove aspettava la figlia quando tornava da scuola. E il vento soffia, arieggia tutto questo. Per questo mi sono rassegnato e l’ho accettato. Va bene, adesso la trilogia è finita. – Dichiarazioni del regista
Il film, il cui titolo rimanda al terzo movimento Une barque sur l’océan (Una barca sull’oceano) della suite per pianoforte Miroirs di Maurice Ravel, vede nuovamente protagonista l’attrice originaria di Magonza Paula Beer, vincitrice dell’Orso d’Argento e del Premio del Cinema Europeo per Undine. Beer vanta una collaborazione artistica consolidata con Christian Petzold: è stata protagonista ne La donna dello scrittore (2018) e compare in tutti e tre i film della trilogia sugli elementi naturali. Oltre a lei, nel lungometraggio, il regista si avvale inoltre di attori con cui ha già lavorato in passato, tra cui Matthias Brandt (La donna dello scrittore, Il cielo brucia) e Barbara Auer (Die innere Sicherheit, Yella, La donna dello scrittore).
La pellicola ha avuto la sua prima tedesca il 3 luglio 2025 al Festival del cinema di Monaco. In Italia il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche dal 26 febbraio 2026, grazie a Wanted Cinema, distributore cinematografico dell’intera trilogia.
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Trama di “Miroirs No.3 – Il mistero di Laura”
Laura, una ragazza di Berlino turbata da qualcosa d’invisibile, si ritrova a partire insieme al suo fidanzato e a due amici di quest’ultimo — tra cui un produttore musicale — verso la campagna, luogo in cui il ragazzo dovrebbe comporre e forse incidere alcuni brani. Quel giorno, però, Laura non si sente bene e, poco prima di prendere un traghetto, chiede di poter tornare a casa. Il fidanzato, deciso a non rinunciare ai propri obiettivi, la accompagna alla stazione utilizzando l’auto dell’amico. Nervoso e impaziente, guida a grande velocità lungo strette strade di campagna, finché l’auto non si ribalta. L’incidente avviene a pochi metri dalla casa di Betty, una donna che vive da sola e che presta immediatamente soccorso a Laura, unica sopravvissuta e in stato di shock.
Dopo l’arrivo dei soccorsi, incapace di tornare subito alla propria quotidianità, Laura chiede di poter restare qualche giorno nell’abitazione di Betty, che accoglie la richiesta con sincera disponibilità. Tra le due nasce rapidamente un’intesa caratteriale e spirituale, e proprio l’arrivo di Laura permette alla donna di riconciliarsi con Richard, il marito, e Max, il figlio. Ben presto, infatti, la famiglia costruisce una nuova routine, nella quale Laura si integra in modo sorprendentemente naturale. Questa apparente serenità, però, non può durare. Il passato di ciascun membro della famiglia riaffiora lentamente: Betty e i suoi cari sono segnati da un lutto irrisolto, mentre Laura porta con sé un trauma che non può più eludere.
Recensione di “Miroirs No.3 – Il mistero di Laura”
Petzold ha ormai trovato la propria musa nell’attrice tedesca Paula Beer, e non possiamo che comprenderlo. La Beer possiede doti attoriali naturali e immediatamente riconoscibili, perfettamente in sintonia con il cinema autoriale e intimistico del regista, un cinema in cui non sono tanto le parole o la narrazione esplicita a comunicare, quanto i silenzi, gli sguardi, i momenti di attesa e di apparente “innarratività”. È in questi interstizi che si erge a epicentro drammaturgico il racconto della quotidianità, che prende forma attraverso i gesti più semplici e attraverso un’attenta descrizione dello spazio circostante, spazio che diventa manifesto e simbolo dell’interiorità dei personaggi.
Per il suo modo di raccontare e per la sua ricerca di una quotidianità visiva profondamente intimistica, Petzold necessita di interpreti capaci di dare vita a performance prive di artificiosità, lontane da orpelli inutili, da interpretazioni macchiettistiche o da derive teatrali. Il suo cinema richiede attori che sappiano lavorare nel segno del minimalismo, compiendo un lavoro di sottrazione e di eliminazione del gesto attoriale superfluo, così da lasciare emergere soltanto l’essenza umana del personaggio. In questo processo, dove il minimo diventa gigantesco e potentissimo, Paula Beer è una delle migliori attrici in circolazione: capace di trasformarsi nei personaggi senza mai cadere nell’esagerazione, mantenendo una calibratura costante che privilegia l’interiorità e la naturalezza. Questa qualità emerge con particolare evidenza in Miroirs No. 3, dove l’attrice offre forse la sua migliore interpretazione fino al 2026: un lavoro privo di stereotipi drammaturgici, di manierismo attoriale e lontano da ripetizioni espressive, capace di donare al personaggio un dinamismo emotivo sorprendente.
Rimanendo ancorati al lavoro di sottrazione — fondamentale per portare a galla la verità in modo credibile — non si può non citare l’incredibile sequenza visiva in cui Max e Laura ridono insieme. Una scena semplicissima a livello formale: due sole inquadrature (campo e controcampo), una musica ritmica anni ‘80, due personaggi, nessun dialogo, nessun gesto marcato. Una scena apparentemente “inutile”, ma che spalanca un mondo interiore grazie alle splendide performance dei due interpreti, capaci di scaldare il cuore con una dolcezza disarmante. Questa sequenza è espressione del cinema di Petzold e di ciò che l’autore filmico ricerca all’interno della suoi lavori: la verità di colui che ricopre il ruolo di attore, non del performer. Petzold effettua un cinema che rinnega l’attorialità più evidente per ricercare l’essenza, che scaturisce dall’interprete stesso, dal suo mondo interiore, dalla sua capacità di abitare il silenzio e di trasformarlo in racconto. In questo senso, la Beer è più che una musa: è una interprete capace di incarnare la dialettica tra presenza e assenza che attraversa tutta la trilogia degli elementi.
Sono seduti fuori, al tavolo davanti al garage, e ascoltano la canzone di Frankie Valli… È un momento in cui anche gli attori non sanno più cosa fare. Si trovano nella situazione dei loro personaggi, sanno cosa sta succedendo, ma il loro personaggio non è sufficiente per essere ripresi per cinque minuti in questa situazione in cui ascoltano musica insieme. In realtà, non si può recitare una cosa del genere. E entrambi se ne rendono conto contemporaneamente, si guardano e iniziano a ridere. In quel momento non sono più Laura e Max, sono Paula ed Enno. E quella risata è esattamente quella che serve per la scena, perché in quel momento sono semplicemente se stessi. Lui non è più il figlio che ha fallito nella vita e lei non è più la figlia surrogata. Quel momento era importante per me, ho voluto filmarli fino a quando non hanno iniziato a ridere spontaneamente. – Dichiarazione del regista
Laura e le risposte aperte sul personaggio
A livello drammaturgico la pellicola, come gran parte dei lungometraggi di Christian Petzold, possiede una sua narrativa originale che lo allontana dal linguaggio della maggior parte del cinema contemporaneo: non solo da quello più commerciale, di cui rappresenta quasi l’antitesi, ma anche da un certo cinema autoriale americano più incline alla spiegazione e alla chiusura dei significati. Nella sua trilogia, Petzold non offre mai risposte definitive, preferendo lasciare ampio respiro allo spettatore e alla sua interiorità, affinché sia proprio il pubblico a colmare quei vuoti narrativi che il film, volutamente, presenta sul piano drammaturgico.
Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura si apre con la protagonista in uno stato d’animo visibilmente turbato: tristezza, depressione e un senso di svuotamento emergono dall’abbigliamento, dal passo esitante, dal volto contratto. La vediamo osservare l’acqua del fiume da sotto un ponte, immersa nel rumore cittadino — un richiamo evidente al personaggio di Undine di Undine – Un amore per sempre — e questa immagine, così sospesa e inquieta, genera immediatamente nello spettatore il timore di un possibile suicidio. Il suicidio e il dolore, del resto, saranno due temi centrali dell’intera pellicola, in particolar modo il secondo.
La narrazione, tuttavia, non chiarisce mai realmente perché Laura sia triste, perché sia svuotata. Nella prima parte del film, prima dell’incidente, la vediamo “assente”: presente fisicamente, ma non davvero. Cosa non funziona nella sua vita? Da dove nasce questo vuoto? Il passato di Laura rimane sfumato, non tratteggiato, e ciò contribuisce a renderla un personaggio misterioso e a sua volta affascinante ed intrigante proprio grazie a questa sua aurea di mistero e di non detto che la circonda. Lo spettatore, inoltre, nel corso della pellicola cerca così di comprendere il motivo che porta Laura ad essere così colpita da Betty: come mai avverte con lei un’immediata affinità, quasi materna, che conferisce alla loro relazione un’aura lievemente onirica? Tutte queste domande restano prive di una risposta esplicita, per volere dello sceneggiatore stesso, non interessato a tratteggiare realmente il passato di Laura e gli eventi che l’hanno condotta lì.
Assistiamo, dal punto di vista di Laura, a un racconto di elaborazione del dolore e del lutto — o, più precisamente, al tentativo di sfuggire alla propria vita precedente e all’accettazione della morte del suo ragazzo. È un evento che dà avvio alla drammaturgia filmica, ma che non viene mai sviluppato in modo tradizionale: non vediamo Laura disperarsi, piangere, affrontare la perdita in modo diretto. Petzold concentra il suo sguardo su un rifiuto del lutto, su un’elaborazione interiore dello shock, che attraverso l’incontro con Betty e con la sua famiglia sembra trasformarsi in un tentativo di rinascita, quasi un desiderio di ricominciare altrove, lontano da ciò che era.
Lei può sopravvivere solo dissociandosi completamente. Questo la rende molto fredda nei confronti del suo passato. In questo film, in fondo, lei rinasce dopo l’incidente. Viene riportata a casa da Betty che la mette a letto, le racconta una storia, le mostra come si dipinge un recinto, le spiega le piante e risveglia i suoi sensi, le regala la sua prima bicicletta… Cose del tutto elementari. In realtà, in pochi giorni rifà tutto un percorso biografico, ma che non ha nulla a che vedere con la sua vita precedente. Come se prendesse un nuovo inizio assoluto. – Dichiarazione del regista
Questa scelta di sottrazione drammaturgica è coerente con la poetica di Petzold, che costruisce personaggi “in negativo”, lasciando che siano i silenzi, gli spazi vuoti e le relazioni sospese a parlare. La mancanza di spiegazioni non è un difetto, ma un metodo: il film diventa un territorio di risonanza emotiva, dove lo spettatore è chiamato a proiettare le proprie domande e i propri fantasmi. In Miroirs No. 3, il non detto non è assenza, ma densità: un invito a leggere Laura come figura liminale, sospesa tra vita e morte, tra identità passata e identità possibile.
Più tratteggiati risulta il nucleo familiare che ospita Laura, ovvero Betty, Richard e Max, tre personaggi raccontateci attraverso il lutto per la perdita di Yelena, figlia di Betty e Richard, che si è suicidata distruggendo interamente la famiglia che non ha più trovato una pace interiore dopo questo evento. La comparsa di Laura, probabilmente identica alla figlia, riaccenda l’animo della famiglia, riempiendo il cuore di Betty e Richard, ma non di Max, che rimane perplesso e scioccato e rabbioso con i suoi genitori, non accettando mai pienamente la presenza di Laura. Lo spettatore non vede mai nel corso del film un immagine di Yelena, ma attraverso una breve battuta e il non detto, si percepisce immediatamente come per la famigliola Laura diventi immediatamente ai loro occhi Ylenia, tanto da credere quasi che la loro figlia si ritornata nuovamente a casa da loro. In questo senso prende forma una sorta di ironia drammatica, poiché noi sappiamo e comprendiamo ciò che ha in mente Betty e Richard prima di Laura, che si ritrova a vivere, consapevolmente o inconsapevolmente, la vita di qualcun’altro, ritrovandosi a suonare il suo pianoforte, a indossare i suoi vestiti e ad usare la sua bicicletta. Entro questo climax onirico, dove si ha la sensazione di un “doppione” che ritorna a casa dalla sua famiglia, anche attraverso la famiglia di Betty viene trattato con estrema dolcezza il senso del lutto e ciò che significa perdere una figlia, vivere con il dolore e infine accettarlo.
Laura sa che c’è qualcosa di strano in quella casa. Sa che qualcuno deve aver abitato quella stanza, deve aver suonato quel pianoforte, deve aver girato con quella bicicletta. Ma ora tutto questo è suo. Le scarpe sono della sua misura, la maglietta le piace, e le piace anche il fatto che Betty la tratti come una figlia. Le fa bene, anche se è tutto falso. Ma nel film non si tratta di scoprire un segreto dietro la trama. Il film si concentra sul modo in cui queste persone affrontano i loro traumi, le loro perdite e ciò che sperano dalla loro vita. In fondo, c’è un tacito accordo quando Laura va alla finestra, di notte, e vede Betty giù, sulla strada davanti alla casa. Lei sta sempre lì, davanti alla casa. È lì che ha dipinto la staccionata, è lì che viene di notte quando non riesce a dormire, sempre nel luogo dove aspetta il ritorno di sua figlia. È come in un film dell’orrore. E Laura lo vede dall’alto, poi Betty si gira e alza gli occhi verso di lei. In quel momento succede qualcosa, una sorta di accordo: «So che qui sto recitando per te, sto recitando la parte di tua figlia. Non parliamone, godiamoci questo momento, ogni secondo». E in quel momento Betty non guarda più la sua figlia morta, ma la principessa. Momenti e sguardi come questi ricorrono spesso nel film. – Dichiarazione del regista
In conclusione
Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura conferma, ancora una volta, quanto il cinema di Christian Petzold sia un territorio di sottrazione, di silenzi e di risonanze interiori più che di spiegazioni. È un film che vive negli interstizi, negli sguardi trattenuti, nei gesti minimi che diventano rivelatori, e che trova in Paula Beer la sua interprete ideale: una presenza capace di incarnare la fragilità, la sospensione e la rinascita senza mai ricorrere a un eccesso espressivo.
Note positive
- Paula Beer straordinaria, in una delle sue interpretazioni più intense e sottili.
- Regia di sottrazione, coerente con la poetica di Petzold.
- Alcune sequenze di pure cinema
Note negative
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| Fotografia |
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Interpretazione |
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| Emozione |
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SUMMARY
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3.9
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