Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes (2021). Una serie promettente rimasta sospesa

Recensione di Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes: una dark comedy norvegese brillante e originale, cancellata troppo presto nonostante un’identità forte e un potenziale narrativo enorme.

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Post Mortem Nessuno muore a Skarnes (2021) - Credit. Netflix
Post Mortem Nessuno muore a Skarnes (2021) – Credit. Netflix

Trailer di “Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes”

Informazioni sulla stagione e dove vederla in streaming

Il 25 agosto 2021 approda su Netflix Post Mortem – Nessuno muore a Skarnes, una dark comedy norvegese composta da sei episodi da circa quarantacinque minuti ciascuno. Una stagione che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rappresentare solo l’inizio di un racconto più ampio; nella pratica, però, la serie non ha ottenuto il rinnovo per una seconda stagione, rimanendo così una delle tante storie interrotte nel vasto catalogo della piattaforma.

Prodotta dalla casa di produzione norvegese Motion Blur, la prima stagione è diretta dal duo Harald Zwart (The Karate Kid – La leggenda continua, 2010; Shadowhunters – Città di ossa, 2013) e Petter Holmsen, con quest’ultimo impegnato anche come showrunner e creatore della serie. Il cast è guidato da Kathrine Thorborg Johansen — già vista in Ragnarok (2020‑23), Makta (2023‑24) e Don’t Call Me Mama (2025) — nei panni della protagonista Live, affiancata da Elias Holmen Sørensen e André Sørum (La ragazza di Oslo, 2021; Jordbrukerne, 2021).

La serie, con il suo tono ironico e macabro, si inserisce nel filone delle dark comedy nordiche che mescolano mistero, humour nero e critica sociale, ma la mancanza di un seguito ha inevitabilmente lasciato in sospeso molte delle sue potenzialità narrative.

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Trama di “Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes”

Live Hallangen è ufficialmente morta: viene ritrovata senza vita, senza ferite evidenti, in un campo poco distante dalla piccola cittadina norvegese di Skarnes, un luogo in cui non accade mai nulla e dove, ironicamente, “non muore quasi nessuno”. Qualche ora dopo, mentre la famiglia si prepara al funerale nell’azienda di pompe funebri di proprietà e i medici stanno per procedere con l’autopsia, Live si risveglia all’improvviso, risorgendo letteralmente dalla morte.

Da quel momento, nulla sarà più come prima. Suo padre è il primo a intuire che qualcosa in lei è cambiato, e la paura che prova nel rivederla viva è il segnale più evidente di un equilibrio destinato a spezzarsi. Live scopre presto che i suoi sensi sono diventati ipersensibili: la luce la disturba, i rumori più lievi diventano insopportabili e il cibo normale non la nutre più. Al contrario, sviluppa una sete di sangue crescente, una necessità fisiologica che le permette di mantenersi lucida e “viva”, evitando di impazzire.

Nel frattempo, nella tranquilla Skarnes iniziano a comparire le prime morti sospette. Il poliziotto Reinert apre un’indagine per scoprire chi abbia tentato di uccidere Live — e non solo lei — mentre il fratello Odd cerca disperatamente di tenere in piedi l’impresa di pompe funebri di famiglia. Il problema è semplice e assurdo allo stesso tempo: nella cittadina non muore abbastanza gente per coprire l’enorme debito familiare. Così, mentre Odd tenta di salvare l’azienda e mantenere unita la famiglia, Live deve imparare a controllare la sua nuova natura predatoria e decidere fino a che punto è disposta a spingersi per sopravvivere. 

Recensione di “Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes”

Diciamoci la verità: negli ultimi anni Netflix — ma non solo — è diventato un vero e proprio cimitero di storie spezzate, un luogo in cui si accumulano narrazioni interrotte, mondi lasciati a metà, personaggi abbandonati prima di raggiungere una conclusione degna di questo nome. E capisco perfettamente la tua frustrazione: anche io provo fastidio proprio davanti a questo fenomeno, nel perdere tempo a vedere storie mai completate. Ovviamente, il più delle volte, le storie tronche non sono una scelta artistica, ma una conseguenza di logiche produttive, dove il business viene messo dinanzi al rispetto per chi guarda. Per spettatori come te — che detestano investire tempo, emozioni e attenzione in un racconto che poi non arriva da nessuna parte — sarebbe davvero utile se le piattaforme iniziassero a segnalare chiaramente quali serie sono state cancellate e quali hanno una conclusione. Sarebbe un gesto di trasparenza, ma soprattutto di rispetto verso chi sceglie cosa vedere non solo in base al genere, ma anche alla promessa di un percorso narrativo completo.

Il problema della cancellazione di una serie però è che non sono solo le serie brutte a essere cancellate. Anzi: spesso sono proprio quelle più ambiziose, più originali, più rischiose a non ottenere il rinnovo. Nel frattempo, prodotti mediocri ma sostenuti da un pubblico di massa continuano per quattro o cinque stagioni. La casa di carta è l’esempio perfetto: un fenomeno globale che ha proseguito ben oltre la sua naturale conclusione, mentre opere come Westworld, Vinyl, 1899 o Inverso – The Peripheral sono state interrotte nonostante un forte apprezzamento critico e un fandom appassionato. Il risultato è paradossale: serie visivamente splendide, concettualmente ricche vengono private della loro iconicità finale, condannate a rimanere incomplete. È come leggere un romanzo a cui mancano gli ultimi tre capitoli.

Lo stesso discorso vale per alcune produzioni nordiche come Katla (2021) e Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes. Due serie poco note al grande pubblico, ma che hanno ottenuto ottimi riscontri: Post Mortem ha un 7 su IMDb e un notevole 82% su Rotten Tomatoes. Numeri che, sulla carta, avrebbero dovuto garantire almeno una seconda stagione. E allora la domanda è inevitabile: perché una serie con un discreto successo critico non dovrebbe avere la possibilità di continuare? La risposta, purtroppo, è meno romantica di quanto vorremmo: le piattaforme ragionano in termini di costi, algoritmi e retention, non di qualità artistica. Se una serie non trattiene abbastanza pubblico, o non genera un ritorno immediato, viene sacrificata. Ed è un peccato, perché Post Mortem aveva davvero una sua identità:

  • un tono da dark comedy ironico e ben calibrato,
  • una componente da dramma familiare che funzionava,
  • una venatura horror mai eccessiva,
  • e soprattutto una reinterpretazione originale del vampirismo, trattato come un virus più che come una maledizione gotica.

Una scelta che rendeva la serie accessibile anche a chi non ama il genere vampiresco tradizionale, proprio perché Live non è un vampiro “classico”, né viene rappresentata attraverso gli stilemi gotici tipici del mito. Allo stesso tempo, anche i non appassionati dell’horror potevano tranquillamente accingersi a visionare questa serie, poiché il sangue è sì presente, ma in maniera lieve, mai invasiva, e in questi episodi non si trova nulla di realmente raccapricciante. La venatura horror esiste, ma rimane più un sottofondo atmosferico che un elemento narrativo dominante, affidandosi soprattutto a un’estetica dark e a un senso di inquietudine sottile, più psicologica che visiva. Più che horror la parole d’ordine di questa serie è la leggerezza. In sei episodi la serie riesce a essere scorrevole, ironica, dotata di un’identità precisa e riconoscibile. Ed è proprio per questo che la sua cancellazione pesa ancora di più: non solo perché interrompe una storia, ma perché interrompe una storia che funzionava, che aveva trovato un equilibrio raro tra ironia, dramma familiare e soprannaturale, e che avrebbe potuto evolversi in qualcosa di ancora più interessante.

Petter Holmsen, all’interno di questa prima stagione (e purtroppo, lo ribadisco, l’unica), non ripropone la classica mitologia vampiresca alla Dracula — e per fortuna, verrebbe da dire — ma aggiorna questo mito ai tempi odierni, in modo non troppo distante da quanto fatto da True Blood. Il creatore della serie ci racconta il mutamento dell’essere umano in vampiro, mostrandoci i cambiamenti che una persona subisce attraverso tale trasmutazione: dal potenziamento dei sensi fino all’incredibile forza sovrumana che la protagonista acquisisce nel corso della drammaturgia, concentrandosi in particolar modo sulle problematiche che un individuo si trova ad affrontare quando non si nutre di sangue. Il tutto ci viene raccontato in maniera atipica, anche grazie alla scrittura del personaggio principale che, nella sua trasformazione, nel suo mutamento e negli atti criminosi che arriverà a compiere, non proverà mai un vero e proprio rimorso, un autentico senso di colpa.

Live Hallangen, contrariamente al fratello, decisamente più moralista, non sperimenta mai, nel corso della drammaturgia, un reale dispiacere per le morti da lei causate; al contrario, il suo unico vero pensiero è come riuscire, da un lato, a uccidere il meno possibile e, dall’altro, a non farsi scoprire. Lo vediamo chiaramente nel finale della stagione, dove l’idea di ammazzare e, al medesimo tempo, aiutare la famiglia smette di essere una semplice ipotesi astratta per diventare una possibilità concreta nella sua mente, quasi una strategia di sopravvivenza familiare.

Tutta questa trasmutazione in vampiro, accompagnata da una narrazione a mio avviso poco riuscita per quanto riguarda il passato della madre dei fratelli Hallangen — un elemento che avrebbe potuto donare ulteriore profondità mitologica alla serie, ma che rimane solo abbozzato — non ci viene mai raccontata con un tono realmente drammatico. Al contrario, è sempre filtrata attraverso una sottile ironia da black humor che diviene il vero elemento di forza della serie, tanto nella componente horror quanto in quella drammatica. L’intero racconto procede infatti attraverso un approccio ironico, un’ironia ovviamente agrodolce, che dona un senso di leggerezza alla narrazione, allontanandola drasticamente, per mood (non per ambientazione), dalla drammaticità intrisa di malinconia di Six Feet Under, che possiede un tono decisamente più tragico, seppur attraversato da brecce di sano umorismo nel suo procedere narrativo — basti pensare alla prima puntata, dove la morte e il lutto vengono affrontati con una profondità emotiva che sfiora spesso il tragico, pur senza rinunciare a lampi di ironia. In Post Mortem – Nessuno muore a Skarnes, invece, la morte e il vampirismo diventano strumenti per riflettere in modo più leggero, ma non per questo superficiale, su identità, famiglia e sopravvivenza, mantenendo sempre quel tono sospeso tra il grottesco e il quotidiano che rende la serie funzionante.

Una stagione introduttiva solida

Secondo il sottoscritto, la serie Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes, pur nelle sue piccole sbavature di sceneggiatura, riesce a introdurci con notevole efficacia all’interno dell’ambiente drammaturgico in cui la vicenda si muove, descrivendo con attenzione il nucleo familiare Hallangen e permettendoci di comprenderne a fondo le dinamiche interne. I personaggi, profondamente divergenti a livello caratteriale, emergono con chiarezza: Live, più cinica e fredda, si contrappone a un Odd decisamente più emotivo e sensibile. Lo spettatore riesce così a entrare con naturalezza in questo microcosmo familiare, empatizzando con ciascuno dei protagonisti e percependo la loro umanità anche nei momenti più grotteschi o moralmente ambigui.

Il punto di maggior forza di questa prima stagione — che, nei piani iniziali degli showrunner, avrebbe dovuto fungere da solida base per un racconto più ampio — risiede proprio nella capacità di costruire una preparazione narrativa interessante, quasi un preludio a sviluppi futuri. In soli sei episodi vengono introdotti i personaggi, approfonditi i loro tratti distintivi e avviati percorsi di evoluzione che lasciano intuire un’espansione drammaturgica potenzialmente ricca. È come se la serie preparasse con cura il terreno per un secondo atto più ambizioso, che purtroppo non vedrà mai la luce. 

L’unica vera pecca risiede nella sottotrama legata al medico, l’elemento più debole dell’intera stagione. Importante negli ultimi due episodi, risulta però mal sviluppata, compressa in un’eccessiva rapidità di eventi che ne compromette la credibilità e l’impatto emotivo. Con tre episodi aggiuntivi — un’estensione che la serie avrebbe potuto sostenere senza difficoltà — questa storyline avrebbe potuto acquisire maggiore profondità, diventando un tassello fondamentale dell’universo narrativo. Valide risultano invece le interpretazioni, tutte leggermente sopra le righe ma perfettamente coerenti con lo stile visivo e registico adottato. Gli attori riescono a muoversi con naturalezza tra ironia, dramma e grottesco, contribuendo a definire quel tono sospeso e peculiare che caratterizza Post Mortem e che, proprio grazie a loro, rimane impresso anche oltre la visione.

In conclusione

Post Mortem: Nessuno muore a Skarnes è una di quelle serie che dimostrano quanto il sistema produttivo contemporaneo possa essere miope: un racconto piccolo ma lucidissimo, capace di fondere ironia, dramma familiare e soprannaturale con una leggerezza rara, viene troncato proprio nel momento in cui stava costruendo le basi per un universo narrativo più ampio. La sua cancellazione non è solo la fine di una storia, ma la perdita di un potenziale.

Note positive

  • Reinterpretazione originale del vampirismo, più virale che gotico
  • Tono unico: dark comedy, dramma familiare e soprannaturale in equilibrio perfetto
  • Buon ritmo
  • Buona caratterizzazione dei personaggi

Note negative

  • Sottotrama del medico
  • Alcune sbavature di sceneggiatura

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Intepretazione
Emozione
SUMMARY
3.5
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.