Jack Nicholson, Shelley Duvall, e Danny Lloyd in The Shining

Shining: l’importanza del non detto

Shining: l'importanza del non detto 1

Shining

Titolo originale: The Shining

Anno: 1980

Paese di Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

Genere: Horror

Produttore: Stanley Kubrick

Produttore Esecutivo: Jan Harlan

Casa di Produzione: Warner Bros

Distribuzione: PIC distribuzione

Durata: 119 minuti (originale europeo), 146 minuti (versione americana)

Regia: Stanley Kubrick

Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Diane Johnson

Montaggio: Ray Lovejoy, Gordon Stainforth

Fotografia: John Alcott

Effetti Speciali: Jon Bunker, Leslie Hillman e Malcolm Mott

Musiche: Wendy Carlos, Rachel Elkind

Scenografia: Roy Walker, Leslie Tomkins

Costumi: Milena Canonero

Trucco: Tom Smith e Barbara Daly

Attori: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson,Philip Stone, Joe Turkel, Anne Jackson,Tony Burton

Trama di The Shining

Jack Torrance è uno scrittore con problemi d’alcolismo lasciati alle spalle, che accetta l’impiego come guardiano invernale di un albergo sperduto tra le montagne del Colorado: l’Overlook Hotel.

Egli si trasferirà con la moglie Wendy ed il figlio Danny nell’albergo, che lo seguiranno, pernottando nell’hotel, mentre Jack proverà a finire il suo romanzo.

Tutto comincerà a prendere un risvolto drammatico quando il piccolo Danny comincerà a sperimentare delle visioni, relative ai terribili eventi accaduti nella struttura…….

Recensione di The Shining

The Shining pellicola del 1980, scritta e diretta da Stanley Kubrick è il film del cineasta più in voga del momento, perciò l’obiettivo di questa recensione è quello di parlarne, perché è proprio il primo film, di cui penso si debba disquisire con un ragazzo che ancora non conoscesse il regista, per poi man mano provare a farlo appassionare anche al resto della filmografia del cineasta, non tanto perché sia il più fruibile o il più comprensibile (cosa che non penso), bensì  perché dopo la riproposizione in sala l’anno scorso e le tante citazioni in pellicole mainstream come Ready Player One di Steven Spielberg, lo reputo il film dell’artista più visto dalle nuove generazioni (eccezioni permettendo), ma anche perché nella sua messa in scena ha insegnato concetti fondamentali, che ancora oggi sono studiati da chiunque si occupi di creazione audiovisiva (registi, Sceneggiatori) o parli di cinema (critici).

Prima di tutto The Shining è riuscito a far capire come si possa inquietare lo spettatore con immagini suggestive, ambienti claustrofobici e suspense Hitchcockiana, evitando l’utilizzo eccessivo e smodato della moda del momento, ovvero lo jumpscare (simbolo evidente di mancanza di creatività e di facile spavento). Un horror che vuole mirare a essere artistico, può contenere tali effetti, però una volta che questi divengono reiterati, rimandano solo a un bieco esercizio commerciale e questo per un amante dell’estetica come KUBRICK non poteva esistere. Inoltre il film illustra come l’arte cinematografica funzioni quando evita di essere didascalica, ovvero di spiegare per filo e per segno ogni cosa fino allo sfinimento, non lasciando alcuna libera interpretazione allo spettatore, un concetto fondamentale da sottolineare per i nuovi cineasti, ovvero quello che al Cinema l’autore è il regista e che quindi la macchina da presa debba dominare sul racconto o comunque avere un ruolo fondamentale, proprio quello che disse lo stesso Kubrick a Stephen King, relativamente alla Miglior resa del suo libro in sala.

Nel film è anche pedagogica la cura maniacale di ogni dettaglio, basti vedere la scena di Jack Nicholson ripresa dal basso, mentre sta sbattendo la porta dietro cui è nascosta Wendy (Shelley Duvall). Una cura che inevitabilmente ha portato a compiere delle rivoluzioni artistiche, come il perfezionamento della steadycam (apparsa nella sua forma originaria in Rocky (1976) di J.Avildsen), con la tecnica della low-mode da parte dello stesso inventore Garreth Brown, nella oramai iconica scena del piccolo Danny, mentre percorre i corridoi dell’Overlook Hotel con il suo triciclo.

Kubrick, quindi con The Shining ha insegnato che non è tanto la storia ovvero il soggetto di partenza ciò che importa, ma il modo in cui viene raccontato quindi lo storytelling, che può innalzare una trama semplice a capolavoro oppure nel caso opposto può rovinare un soggetto meraviglioso. Ed è proprio in tutti questi insegnamenti che ci vengono dati in 2ore e 30, che ci si rende conto di quanto Stanley Kubrick sia stato ed è ancora un maestro della settima arte e di come Shining sia un capolavoro e al contempo un dizionario per capire l’Abc del Cinema.

The Shining, per concludere, è un film molto più complesso di come lo si possa immaginare ed è proprio in questa nostra percezione di film apparentemente semplice, che si nasconde la bravura del regista nell’essere riuscito a fare una pellicola d’alta scuola, rendendola al contempo percepibile e amata dal pubblico, lasciando allo spettatore un senso di terrore, datogli proprio dal motore immobile che scatena la follia di Jack Torrance, ovvero la luccicanza, fattore contro cui noi non possiamo fare niente, limitandoci a subirne le conseguenze e le ripercussioni. Una lezione hitchcockiana che Kubrick reinterpreta in modo sublime.

L’importanza del non detto ( Shining, Jaws e Rear Window)

L’approfondimento di questa recensione mira proprio ad insistere sull’importanza dell’immagine in sala rispetto all’eccessivo dominio della narrazione, in particolar modo facendo riferimento al sistema migliore per portare al cinema dei romanzi. Come già anticipatovi nell’analisi del film, Stanley Kubrick oltre ad avere diretto quello che è un capolavoro e un caposaldo del cinema horror al pari di Rosemary’s Baby di Roman Polanski e L’Esorcista di William Friedkin, ha anche capito e spiegato al non contento Stephen King come il suo romanzo in sala non avrebbe spaventato o avuto lo stesso clamore rispetto al film che poi ne è derivato. Il diverbio tra i due poi è cosa nota al pubblico, con King che addirittura recentemente , in occasione dell’uscita di Doctor Sleep, sequel di The Shining diretto da Mike Flanagan, ha dichiarato di preferirlo al film di Kubrick. Per carità i gusti sono gusti, nulla da dire su questo, ma se si vuole fare un’analisi più approfondita sulla questione, il capolavoro del 1980 è oggettivamente al livello cinematografico più bello del film di Flanagan, proprio perché il secondo ha errato nel voler raccontare didascalicamente un concetto così enigmatico e interessante come lo Shining (la luccicanza), creando l’effetto opposto della suspense nel pubblico, ovvero una struttura narrativa che ricorda più una pellicola degli X-Men venuta male. Questo proprio perché non riesce a giocare sulla scenografia, sulla fotografia, sul sonoro e sulle musiche, elementi che ogni film horror mira a consolidare per suscitare inquietudine e ansia nello spettatore, proprio come insegna il maestro Alfred Hitchcock, ovvero creando soluzioni visive,che purtroppo nel sequel di Flanagan non esistono, anzi le poche volte in cui il film mette davvero paura risultano proprio quelle in cui vengono omaggiate le scene di Kubrick e questo non è affatto positivo.

Andando oltre Shining, di riproposizioni cinematografiche di libri, che creano suspense visiva correttamente ce ne sarebbero molte, ma mi limito a citarne solo una, poiché anch’essa divenuta cult della settima arte, ovvero quella utilizzata in Jaws di Steven Spielberg, in cui il regista per incutere timore non si concentra tanto sulla spiegazione delle dinamiche, ma con una storia semplice riesce a mettere ansia, attraverso la superba sinfonia di John Williams, che per tre quarti del film ci spaventa proprio perché accompagna un qualcosa, di cui non vediamo nulla a mietere vittime, anzi attraverso la soggettiva noi ci muoviamo come quella cosa, pensiamo come quella cosa, senza però poterla fermare, ma assistendola involontariamente nei suoi omicidi

“pur sapendo che stia per attaccare, non possiamo dire ai bagnanti di fuggire, ma dobbiamo accettare gli eventi così come ci vengono mostrati” proprio come il maestro Hitchcock mostra nella sequenza finale di Rear Window, in cui noi siamo inermi rispetto a ciò che sta per accadere a James Stewart ed i passi dell’assassino, che sta salendo le scale ci sembreranno pesanti come dei macigni che si stanno per abbattere su di noi e sul nostro protagonista.

Note positive

  • Lezione di Cosa è Il Cinema e di quale sia il suo compito
  • Interpretazioni superbe di Nicholson e della Duvall
  • Rivoluzione artistica ( low mode steadycam)
  • Lezione di come si spaventi il pubblico ( Horror da manuale)

Note negative

  • Nessuna degna di nota

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