The Electric State (2025): un viaggio visivo che manca di empatia

Recensione, trama e cast del film "The Electric State" (2025). Una visione tra robot e riflessioni sul futuro, tra tecnologia e il bisogno di connessioni umane

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Locandina di The Electric State

The Electric State

Titolo originale: The Electric State

Anno: 2025

Nazione: Stati Uniti d’America

Genere: Fantastico, Avventura, Azione

Casa di produzione: AGBO Films

Distribuzione italiana: Netflix

Durata: 128 minuti

Regia: Anthony Russo, Joe Russo

Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely

Fotografia: Stephen F. Windon

Montaggio: Jeffrey Ford

Musiche: Alan Silvestri

Attori principali: Millie Bobby Brown, Chris Pratt, Ke Huy Quan, Stanley Tucci, Giancarlo Esposito, Jason Alexander, Woody Norman

Doppiatori originali: Anthony Mackie, Alan Tudyk, Woody Harrelson, Brian Cox, Jenny Slate, Hank Azaria

Trailer di “The Electric State”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Adattamento cinematografico dell’omonima graphic novel svedese del 2018, scritta da Simon Stålenhag e pubblicata in Italia il 5 maggio 2020 da Mondadori, The Electric State è un film di fantascienza sceneggiato a quattro mani da Christopher Markus e Stephen McFeely. Il duo di sceneggiatori ha firmato alcune delle più celebri pellicole per famiglie degli ultimi anni, tra cui la trilogia cinematografica de Le cronache di Narnia (2005-2010), i primi tre film di Captain America per il Marvel Cinematic Universe (2011, 2014, 2016), Thor: The Dark World (2013), Avengers: Infinity War (2018) e Avengers: Endgame (2019).

Alla regia di The Electric State, che vede protagonisti Millie Bobby Brown (l’iconica Undici di Stranger Things) e Chris Pratt (Star-Lord nei Guardiani della Galassia), troviamo Anthony e Joe Russo, noti al grande pubblico per il loro lavoro all’interno del Marvel Cinematic Universe. Proprio in questo contesto hanno collaborato attivamente con Markus e McFeely, dirigendo i film sceneggiati dal duo, ovvero la trilogia di Captain America, Infinity War ed Endgame.

Questa collaborazione artistica, però, non si è limitata al MCU, ma è proseguita su Netflix con la realizzazione dell’action movie The Gray Man (2022), con Ana de Armas e Ryan Gosling, e nel 2024 con The Electric State, un’avventura fantascientifica distribuita su Netflix dal 14 marzo 2024.

“Sono sbalordito dal film. È stata un’esperienza incredibile vedere le cose che ho disegnato prendere vita in questo modo. Ciò che mi ha colpito di più è stato il nucleo emotivo del film, ovvero il bisogno di una famiglia. Anche se il film ha cambiato un po’ genere rispetto al libro, quel nucleo principale è rimasto lo stesso ed è stato ampliato magnificamente. I Russo e gli sceneggiatori Markus e McFeely sono stati in contatto con me durante lo sviluppo del film. Mi hanno fatto domande sulla cronologia e sulla storia passata, ma è il loro lavoro. Secondo me, sono i migliori al mondo in quello che fanno, e vederli lavorare a un progetto che viene da me è più che soddisfacente, surreale. Sono positivamente sorpreso dal risultato finale.”
— Simon Stålenhag (autore della graphic novel)

Trama di “The Electric State”

In una realtà alternativa e retrofuturistica, ci troviamo negli anni ’90 con Michelle, una ragazza ribelle che fatica a trovare il proprio posto in una società distopica. Un tempo, robot dall’aspetto simile ai cartoni animati coesistevano pacificamente con gli esseri umani, almeno fino alla Grande Guerra, scoppiata quando i robot si sono ribellati pacificamente in nome della loro libertà interiore, decisi a spezzare le catene di una schiavitù autoimposta dagli esseri umani, che li consideravano semplici pezzi di metallo, privi di diritti o di personalità. Dopo la rivolta fallita, culminata in uno scontro diretto con gli umani, i robot superstiti sono stati confinati nella misteriosa Zona di Esclusione, un’area desertica sigillata dal resto del mondo: un luogo inaccessibile per gli esseri umani e, al tempo stesso, una prigione a cielo aperto per le macchine ribelli.

Proprio durante la guerra, Michelle perde tutto. Un incidente stradale le porta via l’intera famiglia: i genitori e il fratellino minore, un piccolo genio della matematica con cui aveva un legame profondo. Segnata dal dolore, la ragazza sviluppa un profondo rifiuto per la tecnologia e trascorre la sua infanzia spostandosi da una casa famiglia all’altra, senza mai trovare un vero posto da chiamare casa. Tutto cambia radicalmente quando, una notte, riceve la visita di Cosmo, un robot dolce e misterioso che afferma di essere Christopher, il fratello minore che lei credeva morto. Determinata a scoprire la verità e a ricongiungersi con suo fratello, Michelle intraprende un viaggio attraverso il sud-ovest degli Stati Uniti fino alla Zona di Esclusione. Ad accompagnarla c’è Cosmo, e insieme intendono rintracciare l’unica persona che sembra conoscere la verità: il Dr. Amherst, lo scienziato che aveva dichiarato morto Christopher.

Nel suo viaggio, Michelle si imbatte in Keats, un fuorilegge eccentrico e contrabbandiere di basso rango, accompagnato dal suo inseparabile compagno robotico, Herman. Pur diffidando l’uno dell’altra, Michelle e Keats si trovano costretti a unire le forze per attraversare la Zona di Esclusione, l’ultimo rifugio dei robot banditi dalla società umana. Qui, tra incontri con insoliti alleati animatronici e terre inesplorate, Michelle inizia a comprendere che dietro la scomparsa di Christopher si cela una minaccia ben più grande di quanto avrebbe mai potuto immaginare.

The Electric State. (L to R) Keats (Chris Pratt) and Michelle (Millie Bobby Brown) in The Electric State. Cr. Paul AbellNetflix ©2025
The Electric State. (L to R) Keats (Chris Pratt) and Michelle (Millie Bobby Brown) in The Electric State. Cr. Paul AbellNetflix ©2025

Recensione di “The Electric State”

A volte, assistendo a pellicole di questo tipo, mi domando come sia possibile che le case di produzione commettano ancora, nel 2024-25, errori di questa portata. Mi sembra quasi che i grandi produttori delle principali case cinematografiche non abbiano ancora compreso appieno cosa significhi realizzare un film con la “F” maiuscola, né abbiano sviluppato la capacità di riconoscere quando una sceneggiatura è davvero pronta per essere portata sul grande schermo e quando, invece, necessiterebbe di ulteriore lavoro. Alla fine dei conti, sono i produttori a investire il denaro e, logicamente, dovrebbero volerlo fare per realizzare buoni film, non brutti film, giusto? E allora, come può essere che nel 2025 ci troviamo ancora di fronte a opere come The Electric State? Anche un film d’intrattenimento può essere ben fatto.

Prima che un lungometraggio entri in produzione effettiva—con la ricerca delle ambientazioni, il casting, la definizione di costumi, colonna sonora e troupe tecnica—qualcuno deve pur aver ritenuto che la sceneggiatura fosse solida, ben strutturata e pronta per essere trasposta sul grande o piccolo schermo. Eppure, mi sorprende che qualcuno abbia davvero valutato questo script come pronto per il set, senza riconoscere la necessità di ulteriori revisioni e riscritture per raffinarlo e renderlo all’altezza di un’opera cinematografica ben costruita. Ci sta che parti della sceneggiatura siano state tagliate, ma non credo che il problema sia rintracciabile in ciò. Difatti, a mio parere, se c’è un difetto evidente in The Electric State, non riguarda tanto la regia o l’aspetto tecnico, quanto piuttosto la sua stessa radice: la sceneggiatura, il fondamento su cui tutto si regge, ma che, al contrario, non riesce a rendere la visione del film realmente coinvolgente.

Christopher Markus e Stephen McFeely, nonostante i loro validi lavori cinematografici passati, questa volta smarriscono la via, perdendosi nel processo di scrittura e realizzando una sceneggiatura annacquata e superficiale. Osservando attentamente la pellicola, si nota quanto sia incredibilmente facile per i personaggi muoversi dal punto A al punto B, quanto risulti inverosimile che la protagonista raggiunga senza ostacoli la Zona di Esclusione e che trovi con altrettanta facilità tutte le risposte ai suoi interrogativi e al mistero legato a suo fratello.

La Zona di Esclusione, che avrebbe dovuto essere un luogo carico di tensione e suggestione, ci viene presentata senza epicità né forza empatica, (sia dalla regia che dallo script) risultando priva di qualsiasi fascino. Lo stesso problema affligge i personaggi, a partire dalla protagonista, delineata in modo stereotipato e ridotta alla sua dimensione di giovane tormentata dal proprio dramma interiore. Il modo in cui il personaggio di Michelle viene sviluppato sul piano drammaturgico annulla ogni potenziale interesse narrativo, soprattutto per quanto riguarda il suo rapporto con il fratello-robot. La sceneggiatura, infatti, non costruisce momenti davvero empatici tra i due personaggi, privando lo spettatore di qualsiasi coinvolgimento emotivo e impedendogli di affezionarsi alla loro storia. The Electric State manca totalmente di empatia ed emozione e, senza questo ingrediente essenziale, un film non può funzionare. Perché, se non ci importa nulla dei personaggi, come potremmo mai interessarci alla loro storia? Se gli sceneggiatori non riescono a rendere interessanti né i personaggi né la Zona di Esclusione, allo stesso tempo falliscono anche nel dare spessore alle tematiche trattate all’interno del film. La prima e più evidente è quella legata al concetto di famiglia, intesa come il bisogno di avere accanto persone che sappiano amarti per ciò che sei. Michelle, in questo senso, ha perso la sua famiglia e si ritrova sola, costretta a passare da una casa famiglia all’altra, subendo maltrattamenti e disinteresse, come vediamo chiaramente nelle prime scene del film. Il viaggio che intraprende è, in fin dei conti, una ricerca di appartenenza, la speranza di trovare un gruppo di persone in grado di volerle bene e accettarla.

Accanto a questo tema, troviamo una riflessione sociale sul nostro rapporto malsano con la tecnologia, sviluppata in modo più efficace soprattutto attraverso il monologo finale e alcune scene disseminate lungo la narrazione. In questo mondo, le persone sono costantemente immerse nei “neurocaster”, dispositivi che le trasportano in una sorta di realtà virtuale, facendole vivere più dentro questo spazio che nella realtà. Assorbiti da questa tecnologia, gli esseri umani dimenticano il mondo esterno e l’importanza del contatto sociale e affettivo con gli altri. I neurocaster altro non sono che una metafora dei nostri visori di realtà aumentata, dei social media e degli smartphone, strumenti che per molti sono diventati una dimensione parallela in cui vivere, spesso a discapito della vita reale. Nel film, chi fa uso dei neurocaster viene mostrato alla stregua di un tossicodipendente, sottolineando come l’abuso di questa tecnologia possa portare alla disumanizzazione e all’alienazione dell’individuo.

C’è sicuramente un messaggio evidente che Simon voleva trasmettere, e riguarda l’idea che i neurocaster siano, di fatto, un sostituto dei nostri smartphone, spingendoci sempre più a rifugiarci nel mondo online a scapito di quello reale. È un’ansia che, credo, condividiamo tutti: vivere in un mondo digitale che avanza a una velocità impressionante. L’intelligenza artificiale sta bussando alla nostra porta in un modo che non era nemmeno immaginabile quando abbiamo iniziato questo progetto. [Ride.] Senza girarci troppo intorno, la domanda centrale è: Cosa significa per i nostri figli crescere in un mondo in cui tutto questo sta accadendo? Ed è proprio questa riflessione a costituire il cuore del film. 

Stephen McFeely

La storia raccontata nella graphic novel è piuttosto interessante, grazie anche alle tematiche trattate, e avrebbe meritato una trasposizione più curata. Tuttavia, dal punto di vista tecnico e registico, il film si distingue per un’elevata qualità visiva, dal sapore spiccatamente cinematografico. La regia dei fratelli Russo si dimostra valida, sebbene non sia all’altezza delle loro opere legate all’universo MCU. I Russo riescono a rendere la narrazione fluida, pur senza infondere quel senso di epicità che ci si sarebbe aspettati, soprattutto nelle sequenze ambientata nella Zona di Esclusione. Qui, il viaggio avrebbe potuto essere descritto in maniera più coinvolgente, sia a livello emotivo che sensoriale.

Nonostante queste mancanze narrative, i fratelli Russo confermano la loro abilità sul piano registico e visivo, creando sequenze d’azione ben orchestrate e ricche di ritmo. In particolare, insieme alla squadra degli effetti speciali, sono riusciti a realizzare robot dall’estetica altamente iconica, al punto che questi ultimi risultano più carismatici degli stessi personaggi umani. Possiamo affermare che figure robotiche come Cosmo, Herman e molti abitanti del centro commerciale popolato da macchine sono più accattivanti e divertenti dei protagonisti in carne e ossa, possodendo, addirittura, una maggior tridimensionalità.

Grazie al nostro lavoro su Infinity War e Endgame, abbiamo acquisito una vasta esperienza nella fusione tra performance in motion capture ed effetti visivi, un aspetto fondamentale per The Electric State. Il nostro obiettivo era spingere i limiti di ciò che è possibile fare con i personaggi robotici, rendendoli autentici e coinvolgenti. Abbiamo lavorato a stretto contatto con Terry Notary e un incredibile team di performer specializzati in motion capture, trattando i robot come personaggi a tutti gli effetti, con personalità distinte e archi emotivi ben definiti. Cosmo, Mr. Peanut, Pop Fly, Penny Pal – ognuno di loro ha una storia, e li abbiamo sviluppati con la stessa cura e profondità riservata ai personaggi umani. Cosmo, in particolare, rappresenta il cuore emotivo del viaggio di Michelle. Le interpretazioni vocali sono state essenziali per dare vita a questi personaggi. Alan Tudyk ha donato a Cosmo il perfetto equilibrio tra calore ed espressività limitata, Jenny Slate ha infuso un’energia contagiosa in Penny Pal, Brian Cox ha conferito a Pop Fly un’intelligenza arguta, mentre Woody Harrelson ha reso Mr. Peanut semplicemente indimenticabile. Tutto il processo si è basato sulla combinazione perfetta tra fisicità, interpretazione vocale ed esecuzione visiva, per far sì che questi personaggi risultassero realmente vivi e creassero un legame emotivo con il pubblico.
Fratelli Russo

Ciò che i fratelli Russo, tuttavia, non riescono a fare è rendere interessanti le interpretazioni degli attori, né di chi interpreta i buoni né di chi dà vita ai cattivi. Millie Bobby Brown, Chris Pratt, Stanley Tucci e Giancarlo Esposito offrono performance decisamente al di sotto di quelle a cui ci avevano abituato, con una particolare delusione per gli ultimi due. Giancarlo Esposito veste ancora una volta i panni del cattivo, un ruolo che ormai risulta stancante. Viene spontaneo chiedersi: perché continua ad accettare questi personaggi? Non sarebbe interessante vederlo cimentarsi in un ruolo completamente diverso?

Stanley Tucci, invece, ricopre un ruolo al contempo rilevante e marginale, interpretando un cattivo che, a causa di una sceneggiatura poco approfondita, risulta difficile da caratterizzare. Anche Chris Pratt offre una performance piuttosto opaca, senza mai brillare. Per quanto riguarda Millie Bobby Brown, continua a sembrare un’attrice legata principalmente al mondo di Netflix. Non è ancora riuscita a trovare una vera dimensione come interprete cinematografica e, ad oggi, l’unico personaggio che ha saputo interpretare in maniera convincente resta Undici. In “The Electric State”, la giovane attrice inglese non riesce ad andare oltre due sole espressioni facciali, senza mai entrare davvero nei panni del suo personaggio. La sua performance, di conseguenza, risulta la meno riuscita della sua carriera fino al 2025.

The Electric State. (L to R) Cosmo (voiced by Alan Tudyk) and Michelle (Millie Bobby Brown) in The Electric State. ™© 2024 Netflix. Used with permission.
The Electric State. (L to R) Cosmo (voiced by Alan Tudyk) and Michelle (Millie Bobby Brown) in The Electric State. ™© 2024 Netflix. Used with permission.

In conclusione

“The Electric State” si presenta come un’opera dalle grandi potenzialità visive e tematiche, ma che viene penalizzata da una sceneggiatura superficiale e poco empatica. Nonostante la regia di qualità e l’ottimo lavoro sugli effetti speciali, il film fatica a coinvolgere il pubblico, mancando di quel legame emotivo che rende memorabile una pellicola. Il risultato è un’esperienza visivamente gradevole ma narrativamente fragile.

Note positive

  • Regia curata e scene d’azione ben orchestrate
  • Effetti speciali e design dei robot di grande impatto visivo

Note negative

  • Sceneggiatura superficiale e personaggi poco empatici
  • Interpretazioni degli attori al di sotto delle aspettative
  • Mancanza di epicità e forza narrativa nella Zona di Esclusione
Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozioni
SUMMARY
3.0
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.