Un chien andalou – Un cane andaluso (1929). Sogno e pulsioni nel corto di Luis Buñuel

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Trailer di Un chien andalou – Un cane andaluso

Informazioni sul corto e dove vederlo in streaming

L’opera d’arte cinematografica “Un Chien Andalou,” un cortometraggio surrealista del 1929, ha segnato una pietra miliare nella storia del cinema, rimanendo ancorato nel tessuto culturale non solo per la sua avanguardia artistica, ma anche per il suo impatto indelebile sulla percezione e l’interpretazione del medium cinematografico. Frutto della collaborazione tra il regista Luis Buñuel e l’artista Salvador Dalí, questo film è diventato sinonimo di sperimentazione visiva e narrativa, sfidando le convenzioni cinematografiche dell’epoca.

Trama di Un chien andalou

Una storia passionale tra violenza e pulsioni sessuali in cui i due protagonisti, un uomo e una donna, sono attratti l’un l’altro da un forte desiderio carnale e ricercano un modo per congiungersi insieme, ma una serie di persone, eventi e oggetti si mette in mezzo allontanandoli.

Pierre Batcheff in Un chien andalou
Pierre Batcheff in Un chien andalou

Recensione di Un chien andalou

Questo cortometraggio, della durata di poco più di venti minuti, si presenta come un’opera di difficile comprensione, in cui realtà e onirico si fondono, lasciando allo spettatore, sia dell’epoca che moderno, un’opera simbolica che sembra rivolgersi più all’inconscio che alla razionalità umana. Questa fusione inizia fin dal suo emblematico e misterioso titolo: “Un chien andalou,” in italiano “Un cane andaluso,” il cui significato risulta difficile da spiegare, anche se è ripreso da un libro di poesie dello stesso regista francese che porta lo stesso titolo. Nonostante ciò, è possibile rintracciare la storia che narra di una relazione di coppia basata su un amore folle. Questa narrazione attraversa momenti di felicità e infelicità, toccando anche tematiche piuttosto avanguardistiche, come la presenza della femminilità interna a ogni uomo e il senso di cambiamento caratteriale delle persone durante il percorso di vita, in cui nulla rimane immutato.

Conoscendo l’intera storia dietro la creazione narrativa del film, comprendiamo come non potesse che risultare un’opera poetica e irrazionale. La sceneggiatura è stata scritta a quattro mani: da un lato, il cineasta francese Luis Buñuel, che successivamente realizzò solo un’altra opera appartenente al surrealismo francese intitolata “L’age d’or” (1930), dall’altro, il famoso pittore surrealista Salvador Dalì, le cui opere mostrano una forte presenza dell’inconscio. Il tutto, inoltre, come dichiarato dal regista francese, ha origine da un incontro e da due sogni; pertanto, la storia e l’aspetto visivo e spaziale risentono in maniera onnipresente di questa componente trasognante.

Giunto a Figueras da Dalì, invitato a passare qualche giorno gli raccontai che avevo sognato da poco una nuvola lunga e sottile che tagliava la luna e una lama di rasoio che spaccava un occhio. Lui mi raccontà che la notte prima aveva visto in sogno una mano piena di formiche. Aggiunse: e se dai due sogni ne ricavassimo un film?

Luis Buñuel – La medicina della mente. Storia e metodo della psicoterapia di gruppo p. 57

Da questo sogno sono state estratte due scene iconiche nella storia del cinema, come l’incipit narrativo del cortometraggio che diventerà una delle scene più celebri del cinema mondiale, diventando materiale di studio e riferimento per molti registi. Ci troviamo in un’atmosfera notturna; un uomo dietro a un balcone sta affilando una lama di un rasoio per poi scrutare l’esterno attraverso il vetro della finestra. Fuori, c’è la luna piena e una nuvola leggera e sottile si sta avvicinando per passargli sopra. Con uno stacco, siamo su un primissimo piano di una ragazza con gli occhi spalancati che fissano la luna. Il regista poi si riconcentra sul cielo notturno e sulla nuvola che attraversa il satellite terrestre. Con uno splendido dissolversi ricco di poesia, la scena si sposta sulla mano di un uomo che apre uno degli occhi della giovane per poi sezionarlo con un taglio netto della lama del rasoio.

Questa scena non ha solo un valore legato alla drammaturgia mostrata in “Un chien andalou,” ma rappresenta anche una presa di posizione sociale sul cinema stesso. Afferma che il nuovo cinema d’avanguardia possiede un nuovo punto di vista, uno sguardo che sorvola e penetra in tutte le frontiere esterne e interiori dell’anima, sottolineando l’importanza stessa del cinema intimo e rivolto all’essenza dell’individuo. Possiamo affermare che il cineasta rifiuta la visione freudiana, che imponeva agli uomini di chiudere gli occhi; al contrario, Buñuel vuole che lo sguardo sia ben aperto e capace di scorgere, scoprire e vedere anche il mondo inconscio e irrazionale che fino a quel momento era stato completamente cancellato e nascosto all’interno dell’arte cinematografica. Con questa immagine, il regista francese afferma il suo pensiero filosofico e la sua estetica dell’epoca, mostrando l’inconscio degli uomini attraverso la riproduzione visiva dei sogni.

Il mondo e il rapporto del cinema con il suo pubblico non saranno più gli stessi dopo questa scena, poiché il regista ha deciso di sollevare il velo del razionale e di squarciarlo, mostrando all’uomo una visione intimistica e personale.

Simone Mareuil in Un chien andalou (1929)
Simone Mareuil in Un chien andalou (1929)

Struttura e significato di Un chien andalou

Per realizzare la sceneggiatura di “Un chien andalou,” Dalì e Buñuel impiegarono solo una settimana, mentre per effettuare le riprese occorsero solamente quattordici giorni. Il cortometraggio segue una struttura per intervalli temporali che scandiscono la vita della coppia. In questo senso, le uniche didascalie presenti all’interno dell’opera riguardano la localizzazione temporale, non spaziale: “C’era una volta,” “otto anni dopo,” “circa alle tre del mattino,” “sedici anni prima,” e “in primavera.” Gli attori della storia principale sono i due francese, Pierre Batchef e Simone Mareuil mentre nella prima parte, la scena del taglio, il protagonista è lo stesso Buñuel, che dà alla scena ancor di più in importanza d’estetica artistica e filosofica.

La storia ha inizio con un uomo che pedala in bicicletta indossando un vestito piuttosto singolare e femminile. Sul busto dell’uomo è situata una borsetta/scatola a righe con una serratura. Attraverso un montaggio alternato, facciamo la conoscenza di una donna che sta leggendo una pagina de “La merlettaia” di Vermeer, un testo simbolo della femminilità tradizionale e della sottomissione casalinga. La ragazza osserva l’uomo dalla finestra e lo vede cadere a terra, rimanendo immobile. Lei corre in suo soccorso e lo bacia. Una volta tornata a casa, la donna apre la scatola e vi trova al suo interno una cravatta a righe, avvolta a sua volta in carta a righe. Con cura, la donna sistema i vestiti dell’uomo sul letto, ricreando la sua figura con gli abiti distesi e collocando la cravatta nel colletto di cartone.

La donna si siede su una sedia, fissando il letto, finché non si accorge della presenza dell’uomo all’interno della stanza. Quest’ultimo è intento a scrutarsi la mano, dalla quale stanno fuoriuscendo delle formiche (un’immagine proveniente dai sogni di Dalì). La stessa donna si avvicina all’uomo, e lo spettatore rintraccia immagini esplicitamente sessuali in cui viene usata l’immagine di un riccio di mare come paragone alla peluria di un ascella.

Da questo momento in poi, la storia diventa sempre più confusa, simbolica e onirica. L’attenzione dei due protagonisti viene catturata da un personaggio androgino che, pur essendo vestito da uomo, presenta tratti fortemente femminili. Questo personaggio gioca per strada con un bastone, toccando una mano mozzata, mentre tiene nell’altra la stessa scatola a righe posseduta dall’uomo iniziale. Questo potrebbe rappresentare una proiezione della femminilità interiore presente nel primo uomo. L’uomo è inizialmente avvolto dalla folla e poi rimane da solo, finché non viene investito da una macchina.

La storia ritorna al protagonista maschile, che, dalla finestra, si sposta sulla donna con uno sguardo animalesco da predatore. L’uomo è vittima di un raptus sessuale e afferra con forza la donna, toccandole i seni, che immagina completamente nudi, come nota lo spettatore. Alla fine, la donna riesce a scappare, finché rimane bloccata in un angolo della casa con una racchetta in mano. L’uomo la desidera, ma non può raggiungerla. Per farlo, deve obbligatoriamente prendere due corde e trascinare uno strano e simbolico fardello, che rappresenta la religione e i suoi ostacoli verso la libertà del corpo e della sessualità. Non a caso, troviamo ad appesantirlo nella sua marcia le tavole dei dieci comandamenti, due pianoforti con sopra un asino e infine due preti, di cui uno personificato da Dalì stesso, seppur per pochi secondi. Tuttavia, la giovane riesce a fuggire dall’uomo, bloccando la sua mano con la porta.

Successivamente, la donna vede l’uomo malato nel letto con addosso la scatola a righe. A questo punto fa la comparsa un altro uomo, che altro non è che un duplicato del protagonista, e si lancia contro il sé malato. La lotta diventa furiosa fino a quando l’uomo strappa dal suo alter ego malato la scatola e gli accessori che fanno parte della sua vita passata o parallela, gettandoli fuori dalla finestra. Infine, prima che l’alter ego riesca ad andarsene, l’uomo gli spara, e prima di morire si trasporta in un altro luogo dove si aggrappa per un breve tempo alla schiena di una donna nuda. L’uomo liberato poi passeggia all’aperto con un amico e viene invitato a vedere il corpo dell’uomo ucciso, che viene successivamente portato via in una sorta di corteo funebre.

La giovane, tornata a casa, trova sul muro un simbolo macabro proveniente dalla farfalla Sfinge testa di morto. Riappare l’uomo, che però ha perso la bocca e al suo posto presenta i peli dell’ascella di lei. La donna si sente offesa ed esce di casa. A questo punto, lo spazio geografico si dissolve e si sposta direttamente al mare, dove è lei a cercare l’uomo. Quest’ultimo appare pitturato e distante fino a quando lei lo bacia. Mentre camminano lungo la spiaggia, la donna e l’uomo notano i resti della loro vita passata, li scansano e ridono, avvicinandosi a un finale apparentemente felice. Tuttavia, nell’ultima scena, li vediamo sepolti sotto la sabbia, vicini ma lontani, in un aspetto piuttosto triste e depresso.

Salvador Dalí e Jaume Miravitlles in Un chien andalou
Salvador Dalí e Jaume Miravitlles in Un chien andalou

In conclusione

“Un Chien Andalou” del 1929, capolavoro surrealista di Luis Buñuel e Salvador Dalí, rimane un’icona indelebile nella storia del cinema. Questo cortometraggio rivoluzionario, caratterizzato dalla sua mancanza di una trama tradizionale e dalla sconvolgente sequenza dell’occhio tagliato, ha sfidato le convenzioni cinematografiche della sua epoca. La collaborazione tra Buñuel e Dalí ha dato vita a un’opera viscerale e provocatoria che continua a stimolare la riflessione e l’interpretazione, affascinando e disturbando gli spettatori per oltre nove decadi. La sua influenza sull’arte cinematografica, la cultura surreale e la libertà espressiva persiste, mantenendo “Un Chien Andalou” come un tassello fondamentale nella panoramica del cinema d’avanguardia.

Note positive

  • Montaggio
  • Creatività narrativa

Note negative

  • Eccessivamente complesso
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