Visioni da Pesaro – 60° edizione del Pesaro Film Festival

Scopriamo in un breve focus i film di questa edizione della Mostra di Pesaro che ci hanno più colpito e coinvolto.
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Si è detto in un precedente articolo di quanto la Mostra di Pesaro riesca a intercettare forme e linguaggi “non conformi”, in luce di una continua ricerca di uno sperimentalismo vivo e mai fine al puro esercizio autoriale. Così è stato anche per l’edizione 2024 Abbiamo deciso di raccogliere in un articolo i più interessanti “pezzi di cinema” che abbiamo avuto modo di vedere

Les Horizons

Frame di Les Horizons
Frame di Les Horizons

Luci, colori e ritmo sono la materia del cinema. Questo il sentimento che muove Antoine Ledroit, regista di Les Horizons facente parte di un collettivo artistico francese. Ecco che in un’ opera di 15 minuti Ledroit intervalla e monta riprese di mari e orizzonti, uno dietro l’altro, senza sosta. A legarle vi è un’unione cromatica solo raramente interrotta: si passa da un’oscurità iniziale verso una fase più illuminata per poi spostarsi su cromatismi rossi ed infine su una nuova, e finale, oscurità.

Interessante l’esperimento di Ledroit, affascina e avvolge in quella che potrebbe essere un’ode alla natura, o forse al tempo ritrovato. Nel caos della vita moderna c’è ancora chi si ferma a guardare (e riprendere) il mare.

“Ovunque andremo gli orizzonti saranno con noi”

Cada Gesto

Frame di Cada Gesto
Frame di Cada Gesto

Se quella di “Les Horizons” è una materia filmica impastata negli orizzonti in “Cada Gesto” Valentina Alvarado Matos (che vive a Barcellona, dove ambienta il suo corto) sceglie di rendere i gesti manuali i protagonisti di teorie per immagini che alternate ci danno il ritmo lento della poesia, del lavoro, di quelle mani anziane che forse ci ricordano le nostre nonne o le anziane signore del nostro paesino. Le vediamo intarsiare, tagliare il legno, cucire la seta. Il cortometraggio di Alvarado Natos trasmuta un loop di immagini nell’essenza del fare e della città di cui percepiamo l’attività senza sosta. In tutto ciò un dettaglio: non vediamo mai l’opera finale, il risultato del gesto. A contare, infatti, è solo il gesto in sè, in un eterno divenire

La laguna del Soldado

Fotogramma de La laguna del soldado
Fotogramma de La laguna del soldado

E ora un piccolo focus su quella che forse è stata la visione più potente e perturbante del concorso di questa Mostra: La Laguna del Soldado di Pablo Alvarez Mesa (non a caso vincitore di una menzione speciale).

Documentario in certe forme ma scopertamente immaginico nelle intenzioni il film di Alvarez Mesa si introduce in una realtà nascosta ai più: sulle montagne delle Ande, laddove anni fa 200 uomini dell’esercito di Bolivar morirono in battaglia.

Esplorando i volti delle persone ed espandendosi in una stasi dell’immagine fra le montagne sudamericane in maniere che ricordano da vicino l’ipnosi scatenatata dal modo di Tarkovsky di rivolgersi alla natura panica e fluviale (o esperienze simili come “Il Pianeta Azzurro” di Franco Piavoli), l’opera mescola linguaggi diversi, fra documentario e fiction, spostandosi su diversi piani: dall’altezza vertiginosa delle montagne piene di nuvole sino all’oscurità delle grotte per poi sfociare in un afflato poetico e di puro cinema nelle profondità marine di quelle acque che per tutto il film son state soltanto lambite, arrivando sino alle forme di vita batteriche, particellari, luminescenti, in una sinfonia di suoni e colori.

Ancora, suoni e colori, ritmo. Queste tre costanti sembrano tornare in tutto il cinema che abbiam visto a Pesaro, una Mostra “del Nuovo Cinema” che esplora i linguaggi e le regioni non ancora viste di ciò che il cinema può offrire

Mary e lo spirito di Mezzanotte

Spostandoci ora oltre i film del concorso non si può non citare la stupenda opera di Enzo d’Alò, ispirata al romanzo “La gita di Mezzanotte” di Roddy Doyle.

L’ultimo film del regista de “La Gabianella e il gatto” (uscito in Italia lo scorso Novembre) è stato protagonista di una serata in piazza al cui termine il pubblico nella sua totalità era visibilmente emozionato. Difficile non comprendere il perché: Mary e lo spirito di mezzanotte è l’opera di un maestro dell’animazione che sa amalgamare al meglio gioia e dolore, stupore dell’infanzia e paure per l’ignoto. Negli occhi di Mary (disegnati e animati con così tanta cura da D’Alò, protagonista di un bel dibattito iniziale) passa di tutto, ogni emozione possibile, una piccola donna che si confronta con le generazioni di donne che l’hanno preceduta e con la necessità di crescere, provando in tutto ciò a raggiungere i propri sogni (nel suo caso quello di divenire una chef). Una storia di cui non vogliamo rivelare troppo ma che sa stupirci ed emozionarci rimanendo sempre ben lontana da intrecci troppo tradizionali.

Da vedere e da lasciarci il cuore.

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Marco D'Agostino
Marco D'Agostino

Nasco nel 1998, inizio fin da bambino ad amare il cinema, arte che mi permetteva di proiettarmi in mondi e storie lontane.
Da allora guardo continuamente film, provenienti da ogni parte del mondo, di ogni genere e epoca.
Amo perdermi nell'immaginario di Wong Kar Wai e ho continuamente in mente il cinema di Terrence Malick.
Mi piacciono anche tanti film brutti che eviterò di citare.

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