
April
Titolo originale: April
Anno: 2024
Nazione: Georgia, Francia, Italia
Genere: Drammatico
Casa di produzione: First Picture, Frenesy, Memo Films, Independent Film Project
Durata: 134’
Regia: Dea Kulumbegashvili
Sceneggiatura: Dea Kulumbegashvili
Fotografia: Arseni Khachaturan
Montaggio: Jacopo Ramella Pajrin
Scenografia: Beqa Tabukashvili
Costumi: Tornike Kirtadze, Nikolozi Guraspashvili
Musiche: Matthew Herbert
Attori: Ia Sukhitashvili, Kakha Kintsurashvili, Merab Ninidze
Trailer di “April“
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
April è il secondo lungometraggio della regista georgiana Dea Kulumbegashvili. L’autrice aveva attirato l’attenzione con la sua opera prima Beginning (2020), premiata da Luca Guadagnino al Festival Internazionale di San Sebastian. Lo stesso Guadagnino è fra i produttori di questa seconda opera.
La protagonista Ia Sukhitashvili era l’interprete principale di Beginning, a rinforzo di un buon sodalizio artistico con la regista. La pellicola è stata presentata in concorso alla 81^ Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e proiettata il 5 settembre. April è risultata vincitrice del Premio speciale della Giuria.
Al momento non è prevista una data di uscita nelle sale italiane e la pellicola non è disponibile su nessuna piattaforma streaming.
Trama di “April”
Nina, ostetrica, viene messa sotto indagine interna dell’ospedale per la morte di un neonato. Le voci che la vedono praticare aborti clandestini nei villaggi della zona non l’aiutano. Durante le sue vicissitudini professionali, Nina approfondisce la sua esistenza fatta di una solitudine cercata ma forse non poi così voluta. La mera ricerca di appagamento sessuale con sconosciuti non le impedisce di pensare che la sua vita poteva essere diversa, se solo avesse accettato la corte del suo collega, evitando così quello spirito mostruoso che la insegue e la pone davanti a una triste realtà.
Il film approfondisce gli aspetti tangibili e terreni della vita, nonché le dimensioni enigmatiche e inspiegabili dell’essere. (Dea Kulumbegashvili)

Recensione di “April”
Dea Kulumbegashvili non è autrice facile, non si lascia piegare dalla spinta commerciale e continua a perseguire la sua visione artistica. April non è altro che la sostanziale conferma del suo modo rappresentativo e narrativo, fatto di lunghe pause, piani sequenza soggettivi infiniti, immagini didascaliche oniriche.
April apre con questa figura mostruosa che cammina sull’acqua, non è dato distinguere per certo se sia uomo o donna, a sottolineare come rappresenti l’umanità a prescindere dal genere. La scena del parto ha infastidito molti spettatori presenti all’anteprima veneziana, così come l’incedere lento, quasi agonizzante dell’aborto – un lungo piano sequenza a macchina fissa, con il movimento del ventre della donna che lo subiva e con i ferri usati dalla protagonista.
La visione originale e complessa di Dea Kulumbegashvili
Kulumbegashvili non è solo scomoda nel suo porre le immagini ma lo è anche a livello narrativo – è anche l’unica sceneggiatrice dell’opera. Già in Beginning andava ad affrontare la doppia tematica del nucleo sociale – in quel caso, incentrato su una comunità di testimoni di Geova – e dell’introspezione della protagonista. In questa seconda opera, amplia il suo orizzonte, e la società diventa quella generalista, fatta di nascite e aborti che, per quanto non legali, qualcuno deve pur fare.
Nina, la protagonista, si fa carico del mondo femminile, quello che lei non riesce a calzare e che, anzi, pare volontariamente sfuggire. Del resto, meglio che sia un medico ad aiutare chi è disperato piuttosto che lasciare quelle donne alla mercé di qualche macellaio. Lei non è contro la vita o contro i bambini, come la situazione iniziale del film pare voler insinuare, bensì è per il bene.
Il mio obiettivo con April era di esplorare e analizzare la dicotomia e la convergenza tra esistenza e femminilità. (Dea Kulumbegashvili)
Un bene che diventa dicotomico, esasperato dalla ricerca dell’ostetrica di un appagamento che non avrà mai. Le scene di richieste sessuali sono tragiche, quasi disperate e pregne della solitudine della donna. E quella che invece rappresenterebbe l’ideale, la scena d’amore con il collega medico da sempre innamorato di lei, diventa grottesca, con il mostro che prende il sopravvento.
L’epilogo sfocia nel dramma, a denunciare come il mondo perfetto non esiste e che le leggi dovrebbero tener conto dell’aspetto umano. Perché, alla fine, il vero problema non è abortire ma il perché le donne spesso ricorrono a quella scelta.
Un cast tecnico e attoriale a disposizione dell’autorialità
In quest’opera visuale – definirlo film è davvero limitante – Kulumbegashvili è aiutata da un cast tecnico che riesce a seguire il suo ideale visionario e a rendere questo percorso, decisamente difficile, coerente. La fotografia di Arseni Khachaturan, che aveva lavorato con lei già in Beginning, regala emozionanti quadri paesaggistici. Il montaggio di Jacopo Ramella Pajrin è efficace nonostante la complessità di unire scene così lunghe, a volte snervanti.
Ia Sukhitashvili, interprete di Nina, riesce a regalare al suo personaggio epico uno spessore che va oltre l’austerità onnipresente, con una espressione quasi neutra che regala alterità e che ben si sposa al continuo movimento basculante quasi impercettibile della macchina da presa.
Nina è un personaggio che ama universalmente ma non ama nessuno in particolare. Possiede un’empatia sconfinata ma fa fatica a stabilire legami personali. Spinta unicamente dalla propria missione, non desidera e non ha bisogno di nulla per sé. (Dea Kulumbegashvili)
Un connubio che esalta le contraddizioni del personaggio, irrisolto dal punto di vista professionale – combattuta fra obbligo e necessità – e personale – costretta a elemosinare sesso outdoor con un addetto al lavaggio auto.

In conclusione
April di Dea Kulumbegashvili è un film lungo, lento, complesso e cervellotico. Un’invasione di lunghe inquadrature che non tutti possono e riescono a sopportare, scene volutamente fastidiose che mettono a dura prova la pazienza dello spettatore. È un lavoro decisamente autoriale che può essere apprezzato se si ha la pazienza e la voglia di entrare nel mondo visionario dell’artista georgiana. Un film che infastidisce da subito ma che ti rimane dentro, macinando il significato ora dopo ora.
Premiato coraggiosamente dalla giuria veneziana, vista la non brillante accoglienza da parte del pubblico e la poca comprensione della stampa. Un lavoro originale che è stata una eccezione in un festival contraddistinto più da lavori commerciali che altro – eccezion fatta per Why War (2024) di Amos Gitai che era fuori concorso.
Note positive
- Originalità artistica
- Lascia il segno
Note negative
- Per pochi appassionati di cinema
- Lentezza estrema