Audition (1999): l’amore è un incubo

locandina audition

Audition

Titolo originale: Odishon

Anno: 1999

Paese: Giappone, Corea del Sud

Genere: drammatico, horror, thriller

Casa di produzione: Basara Pictures, Creators Company Connection, Omega Project

Distribuzione: Lionsgate

Durata: 115 minuti

Regia: Takashi Miike

Sceneggiatura: Daisuke Tengan (dall’omonimo romanzo di Ryu Murakami)

Fotografia: Hideo Yamamoto

Montaggio: Yasushi Shimamura

Musiche: Koji Endo

Attori: Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Ken Mitsuishi, Fumiyo Kohinata

Trailer internazionale di Audition

Trama di Audition

Tokyo. Shigeharu Aoyama (Ryo Ishibashi) è un borghese di mezza età che gode di un ottimo tenore di vita per via del proprio lavoro in un importante network pubblicitario della città. La vita di Aoyama è però solitaria e triste dal giorno in cui l’amata moglie Ryoko è morta di cancro: Aoyama si è chiuso in sé stesso, e sotto sotto è arrivato a invidiare pure la relazione stabile del figlio ventenne (Tetsu Sawaki). Sarà proprio il ragazzo, preoccupato dalla solitudine del padre, a proporgli di cercare finalmente un’altra donna e – perché no – risposarsi. Ma Aoyama ricorre a un modo alquanto singolare per individuare la nuova consorte: assieme all’amico Yoshigawa (Jun Kunimura), un produttore cinematografico senza scrupoli, organizza un finto provino per attrici, dove ogni candidata verrà valutata sulle proprie caratteristiche da “brava donna di casa”. Ma la prescelta Asami (Eihi Shiina), una bellissima giovane educata e remissiva di cui Aoyama si innamora subito, nasconde qualcosa di ben diverso dietro l’aspetto da ragazza acqua e sapone: perché, infatti, sembrano non esistere tracce del suo passato?

Fotogramma di Audition
Fotogramma di Audition

Recensione di Audition

Takashi Miike è sempre stato un autore eclettico, eccessivo, diciamo iconoclasta. Con all’attivo una serie sterminata di pellicole di vario genere, molte delle quali inedite in Italia, non ha mai rinunciato a imporre allo spettatore una visione del mondo assurda e caotica, piena di allusioni socio-politche, senza concedersi progetti commerciali (in tal caso lo è stato The Call, l’horror del 2003 che rifletteva sulla diffusione del cellulare come nuovo “vaso di Pandora”, in cui il messaggio in segretaria che anticipava data e ora della morte di chi lo riceveva era un’ovvia risposta al fenomeno The Ring per rilanciare sul mercato il cinema di genere asiatico). Non fa eccezione Audition, il film che l’ha reso noto a livello più o meno internazionale: da un romanzo di Ryu Murakami (sceneggiato da Daisuke Tengan), si tratta di un’opera cinica e sgradevole sulla commercializzazione dei sentimenti nella quale Miike si concentra su temi scottanti nella società nipponica, come la preoccupante situazione della donna, vista poco più che un oggetto, e gli abusi infantili insabbiati dalle autorità (SPOILER: alle origini della follia di Asami ci sono ripetuti episodi di violenza compiuti dal suo insegnante di danza quando era una bambina, e svariati anni dopo nessuno ha ancora fatto nulla al riguardo). Il risultato è di un’efficacia destabilizzante: coadiuvato da ottime interpretazioni (Eihi Shiina è davvero inquietante), riesce a inquadrare l’amore – quello vero, sincero, slegato da vincoli di qualsiasi tipo – come una meta irraggiungibile nell’era contemporanea, beffando tutti i suoi personaggi.

Come la sua protagonista femminile, a livello tecnico il film subisce una sorta di sdoppiamento di personalità: se la prima ora – lenta e deputata alla presentazione psicologica dei personaggi – ha un tono quasi melodrammatico, in cui gli eventi scorrono lineari, la narrazione prosegue con un ritmo sempre più forsennato, frammentario, con frequenti incursioni oniriche (Aoyama continua a sognare lo spettro della moglie che lo mette in guardia sul futuro; Asami dà progressivi segni di squilibrio). E mentre Aoyama indaga sul passato della sua nuova amante, ogni logica va a sgretolarsi: il racconto sconfina definitivamente in quel “cinema estremo” tanto caro all’autore edochiano. Audition è quindi montato e fotografato come un lungo incubo in cui la suspense si sviluppa in crescendo, fino a un ultimo quarto d’ora quasi impossibile da vedere: la rivelazione del colpo di scena su cosa abbia veramente intenzione di fare Asami – che tiene anche un altro uomo prigioniero in casa propria, ed è meglio non scendere nei dettagli – coincide con un’esplosione di violenza ai limiti del surrealismo, tanto scioccante quanto funzionale allo sguardo del regista.

In conclusione

Audition è un caposaldo di un cinema non mainstream, molto lontano dalle mode occidentali viste sul grande schermo e quindi decisamente non per tutti i gusti (una curiosità: pare che alla prima del film in un festival europeo una donna abbia accusato Miike di essere uno psicopatico, e che diversi spettatori siano svenuti alle proiezioni in giro per il mondo): in Italia non è uscito nelle sale, ma si è visto direttamente in televisione o in home video. Tuttavia, il suo essere disturbante e tecnicamente perfetto (fotografia e musiche sono ottime) lo rende anche un classico immortale del cinema post-moderno d’Oltreoceano: forse leggermente sopravvalutato, ma imprescindibile per chi vuole conoscere a fondo la filmografia di Miike e la distanza che c’è tra essa e un certo tipo di cinema a cui il pubblico occidentale è abituato.

In definitiva, possiamo inequivocabilmene affermare che Takashi Miike è uno di quegli autori che meglio incapsulano ciò che manca alle produzioni Hollywoodiane dell’ultimo mezzo secolo: il coraggio di sconvolgere davvero chi guarda pur continuando ad avere qualcosa da dire.

Note positive

  • Confezione tecnica impeccabile;
  • La progressiva e intenzionale perdita di logica nel racconto;
  • Regia suggestiva;
  • Violenza messa in scena con perizia notevole;
  • Buon bilancio tra “genere puro” e allusioni socio-politiche;

Note negative

  • A tratti molto lento, soprattutto nella prima parte;
  • Costruzione “a puzzle” non adatta a gli spettatori meno scafati;

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