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Divine Comedy
Titolo originale: Divine Comedy (Komedie Elahi)
Anno: 2025
Nazione: Iran, Turchia, Italia, Francia, Germania
Genere: Commedia
Casa di produzione: Seven Springs Pictures, Taat Films
Distribuzione italiana: Teodora Film
Durata: 98 minuti
Regia: Ali Asgari
Sceneggiatura: Alireza Khatami, Bahram Ark, Bahman Ark, Ali Asgari
Fotografia: Amin Jafari
Montaggio: Ehsan Vaseghi
Musiche: Hossein Mirzagholi
Attori: Bahram Ark, Sadaf Asgari, Bahman Ark, Faezeh Rad, Mohammad Soori, Milad Ashkali, Shahoo Rostami, Hossein Soleimani, Amirreza Ranjbaran
Trailer di “Divine Comedy”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Ali Asgari, regista, sceneggiatore e produttore, è una delle voci più riconoscibili del cinema iraniano contemporaneo. Da sempre attento a raccontare la fragilità e la marginalità sociale del suo Paese, il suo sguardo dialoga idealmente con il cinema di critica sociale di Asghar Farhadi (Il cliente, Un eroe) e con il realismo della prima filmografia di Abbas Kiarostami (Dov’è la casa del mio amico?, Close‑Up). Dopo una serie di cortometraggi presentati nei più importanti festival internazionali — More Than Two Hours (Cannes 2013), The Silence (Cannes 2016) e The Baby (Venezia 2014) — Asgari debutta nel lungometraggio nel 2017 con Disappearance (Nāpadid šodan), presentato in anteprima nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia e successivamente selezionato al Toronto Film Festival.
Il suo secondo film, La bambina segreta, approda alla Berlinale 2022 nella sezione Panorama e viene distribuito nelle sale italiane il 19 settembre 2024. Kafka a Teheran, presentato a Cannes 2023 nella sezione Un Certain Regard, ottiene un’ottima accoglienza e una distribuzione immediata, uscendo nei cinema italiani il 14 settembre 2023. Nel 2024 Asgari realizza il documentario Higher than Acidic Clouds, selezionato all’IDFA, mentre nel 2025 torna alla Mostra del Cinema di Venezia con Divine Comedy, presentato in prima mondiale nella sezione Orizzonti, la stessa in cui in passato aveva fatto parte della giuria.
Per questo nuovo lungometraggio — distribuito nelle sale italiane dal 15 gennaio 2026 da Teodora Film — Asgari si affida ad attori a lui cari, già presenti in Kafka a Teheran. Il protagonista è Bahram Ark, regista e sceneggiatore, qui anche co‑autore della sceneggiatura insieme ad Asgari e al fratello gemello Bahman. Accanto a lui troviamo Sadaf Asgari, nipote del regista, attrice a cui è stato vietato di lavorare in Iran dopo la partecipazione al Festival di Cannes per la presentazione di Kafka a Teheran. La sua presenza nel film assume quindi un valore politico e simbolico: un gesto di sfida verso le restrizioni culturali e la censura che affliggono il cinema iraniano. La censura, come già in Kafka a Teheran, è infatti il tema portante anche di Divine Comedy. Completano il cast altri interpreti che hanno collaborato in passato con Asgari, tra cui Faezeh Rad, Amirreza Ranjbaran e Hossein Soleimani.
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Trama di “Divine Comedy”
L’8 dicembre 2024 Bahram, un regista quarantenne, vuole a tutti i costi proiettare il suo ultimo lungometraggio, acclamato all’estero ma bloccato dalla censura nel suo Paese, l’Iran, a causa di alcune sequenze con cani e dell’uso della lingua turca al posto del persiano. Non avendo mai ottenuto una distribuzione nazionale proprio per via delle restrizioni imposte dal governo, Bahram decide di recarsi al Ministero della Cultura per cercare una soluzione. Non solo non la trova, ma viene anche avvertito che qualunque proiezione clandestina comporterebbe gravi conseguenze. Ignorando le minacce, Bahram — insieme alla produttrice del film, attrice e sua compagna Sadaf, che rifiuta di indossare il velo e porta i capelli tinti di blu — inizia a girare la città in Vespa alla ricerca di una sala disposta a rischiare pur di mostrare il film al pubblico iraniano. La sua ricerca, però, si trasforma in un percorso a ostacoli: Bahram si scontra con un apparato burocratico feroce e con un sistema di controllo onnipresente, quasi “orwelliano”, in cui ogni cittadino è sorvegliato dal governo senza esserne pienamente consapevole. La caccia a una sala diventa così il simbolo di una lotta più ampia contro un meccanismo di censura che permea ogni aspetto della vita culturale e sociale iraniana.
Recensione di “Divine Comedy”
Asgari costruisce un lungometraggio sorretto da un umorismo sottile, sobrio, intellettuale: un umorismo quasi nero, che induce lo spettatore a sorridere amaramente di fronte a situazioni solo in apparenza assurde e illogiche. Attraverso questa ironia trattenuta, il film ci invita a riflettere attivamente e a comprendere — anche grazie all’immedesimazione con il protagonista — cosa significhi essere un cittadino e un artista all’interno di una società teocratica e dittatoriale. In particolare, il film mostra cosa voglia dire essere un regista nella Repubblica islamica guidata da Ali Khamenei, un sistema fondato su un autoritarismo religioso che controlla ogni apparato culturale e ogni modalità di vivere e interpretare la realtà. Gli iraniani si ritrovano così sottomessi a leggi che rispondono più alla dottrina religiosa che a uno stato di diritto e a un libero arbitrio sociale e democratico.
Ambientato interamente in Iran, sviluppandosi nell’arco di una giornata, Divine Comedy analizza le assurdità e l’illogicità della burocrazia dittatoriale del Paese, riprendendo quella critica culturale e quella lotta contro la censura che già animavano Kafka a Teheran, film più volte citato e richiamato all’interno della narrazione. I due lavori dialogano apertamente tra loro, fino a formare quasi una duologia dedicata a smascherare il nonsense e le contraddizioni di un sistema governativo‑culturale che controlla, regola e sanziona con ferocia ogni aspetto dell’esistenza dei cittadini. Anche La bambina segreta affronta tematiche simili, raccontando un sistema oppressivo e di controllo sociale; ma se quel film lo fa attraverso i toni del dramma, in Kafka a Teheran e Divine Comedy Asgari sceglie un umorismo sottile e intellettuale, evitando accuratamente la commedia scurrile e commerciale. Anzi, nel film del 2025 il regista critica apertamente le commedie popolari iraniane, accusate di far ridere senza far pensare. Al contrario, Kafka a Teheran e Divine Comedy mirano a smuovere il pensiero dello spettatore, a farlo ragionare attraverso una prospettiva autoriale che mette a nudo i meccanismi di controllo della cultura iraniana, raccontati con lucidità e precisione, evidenziando l’assurdità e le incongruenze della teocrazia.
Accanto a questa critica — espressa, in entrambi i film, attraverso il punto di vista di un regista, come già accadeva nell’episodio del cineasta in Kafka a Teheran — troviamo anche un’analisi della situazione iraniana contemporanea, oggi segnata da instabilità, proteste e tensioni geopolitiche. Pur evitando di addentrarsi direttamente in questioni storiche o militari, Asgari colloca la vicenda in un giorno altamente simbolico per il mondo arabo: l’8 dicembre 2024, data della caduta di Damasco per mano americana e della fine del regime di Bashar al‑Assad, sostituito dal terrorista Ahmad al‑Shara’. La scelta di chiudere il film con un notiziario su questi eventi non è casuale: è un gesto di protesta, un atto politico che denuncia la brutalità dei regimi dittatoriali e la loro ossessione per il controllo totale, fino a spiare i propri cittadini — proprio come accade a Bahram.
Un film realistico
A livello di impostazione registica il film appare volutamente semplice, ed è proprio in questa semplicità che risiede la forza del suo messaggio. Non si affida a una regia virtuosistica o spettacolare, ma alla costruzione visiva delle scene e alla potenza dei dialoghi, capaci di generare situazioni credibili, concettualmente dense e sostenute da interpretazioni attoriali straordinarie. Gli attori incarnano i loro personaggi con una naturalezza tale da far pensare, in più di un’occasione, che stiano interpretando versioni cinematografiche di sé stessi. La narrazione, pur essendo fiction, si intreccia costantemente con il documentarismo — emblematica la sequenza delle fotografie — dando vita a un cinema del vero e del reale, fondato sul racconto di esperienze autentiche legate alla censura, rilette attraverso una chiave narrativa di finzione. Non è un caso che i personaggi portino gli stessi nomi degli attori, né che Sadaf Asgari abbia i capelli blu e non indossi il velo; non è un caso, soprattutto, che la storia ruoti attorno a un film censurato che il regista protagonista tenta di mostrare al pubblico iraniano attraverso proiezioni clandestine. È esattamente ciò che è accaduto con Kafka a Teheran.
In questo senso, Bahram può essere letto come una trasposizione filmica dello stesso Ali Asgari: un alter ego narrativo che incarna la sua passione per il cinema e la sua posizione critica nei confronti della censura. Ma il personaggio non rappresenta solo il regista: riflette anche l’esperienza dei fratelli gemelli Bahram e Bahman Ark, co‑sceneggiatori del film e, nella vita reale, registi che hanno affrontato in prima persona le restrizioni del sistema iraniano. La loro quotidianità, segnata dal confronto costante con la censura e con le contraddizioni del proprio Paese, permea la scrittura e conferisce al film un’autenticità rara.
ll cast del film confonde ulteriormente il confine tra finzione e realtà. Bahram e Bahman Ark, registi e fratelli nella vita reale , che hanno affrontato a loro volta la censura governativa e un sistematico ostruzionismo, interpretano delle versioni romanzate di se stessi. Lo stesso succede con Sadaf Asgari, che apporta un autenticità ulteriore: come attrice a cui è stato vietato di lavorare in Iran dopo aver partecipato a l Festival di Cannes per Kafka a Teheran , la sua sola presenza ha un peso sovversivo.
Dichiarazione del regista
Come già evidenziato, il film adotta una messa in scena semplice — proprio come il precedente — ma in entrambi i casi questa semplicità è pienamente funzionale alla narrazione. La regia si affida a un susseguirsi di immagini statiche e a piccoli piani sequenza fissi: non troviamo mai campi e controcampi, perché gli eventi vengono sempre mostrati da un unico punto di vista. Ciò vale tanto per gli esterni, quando i due protagonisti attraversano la città in Vespa accompagnati da una musica jazz umoristica e briosa, quanto per gli interni, dove i personaggi sono spesso inquadrati in campi medi o campi a due, osservati da una macchina da presa che rimane a distanza, senza invadere il loro spazio privato. I primi piani e i primissimi piani sono quasi del tutto assenti.
Questa scelta, tuttavia, non priva il film di ritmo. Al contrario, grazie a una sceneggiatura solida e a interpretazioni attoriali di grande naturalezza, la pellicola mantiene una dinamica costante, quasi da road movie distopico e umoristico. Pur partendo da un soggetto semplice, il film risulta sempre interessante e mai banale, perché riempito di dialoghi densi di significato politico, culturale e sociale. Gli sceneggiatori non arretrano di fronte alla rappresentazione dell’oppressione burocratica e culturale dello Stato iraniano, anzi la mettono al centro del racconto, trasformando la linearità formale in un dispositivo critico estremamente efficace.
L’umorismo del film nasce in gran parte dall’assurdità dell’oppressione stessa. I rigidi e complicati processi di censura e di controllo statale diventano così illogici da crollare sotto le loro stesse contraddizioni. I protagonisti , anziché reagire con un ’aperta ribellione, affrontano queste assurdità con un’arguzia e un sarcasmo silenziosi e consapevoli . L’umorismo qui è un meccanismo di sopravvivenza, uno strumento per resistere in un ambiente in cui la sfida aperta comporta conseguenze pericolose. L’atto stesso di realizzare questo film è un’estensione dei suoi temi: è un’affermazione che la verità, anche quando messa a tacere, trova la sua strada. Nel momento finale, mentre un cane osserva quello che accade senza batter ciglio, ci viene ricordato il potere che ha il semplice fatto di testimoniare. Il pubblico può essere disperso, le autorità possono intervenire, ma l’atto del vedere – come il cinema stesso – permane.
Dichiarazione del regista
Citazioni cinematografiche e critica al cinema commerciale
Il vero punto di forza del film risiede senza dubbio nella scrittura, raffinata e capace di affrontare temi cruciali come la libertà artistica — o meglio, la sua negazione — e la dicotomia tra cinema commerciale e cinema d’autore. Questa opposizione è incarnata dai due fratelli: uno incline alla commedia più semplice e popolare, l’altro orientato verso un’espressione autoriale. Una dicotomia che trova riscontro anche nella caratterizzazione visiva dei personaggi, a partire dai loro costumi. In questo senso Divine Comedy mantiene pienamente la promessa del titolo: costruisce un gioco di rimandi ironici che mette in luce lo snobismo di Bahram e la tensione costante tra alto e basso culturale. È un richiamo sottile ma pungente e capace di richiamare il passato storico difatti ai tempi di Dante la “commedia” era considerata un genere minore — e il protagonista sembra condividere questa visione. Il film sfrutta questa ambivalenza con grande intelligenza, trasformando il titolo in una lente critica attraverso cui osservare personaggi e situazioni. La “commedia divina” di Asgari non è solo un riferimento letterario, ma un dispositivo narrativo che illumina contraddizioni, fragilità e paradossi del mondo culturale iraniano.
In questo contesto, all’interno di un film che sul piano della scrittura assume spesso una dimensione metacinematografica, troviamo anche numerose citazioni cinefile: alcune evidenti, altre più sottili, molte delle quali legate proprio a quel cinema commerciale che il regista critica con decisione lungo tutta la pellicola. Tra i riferimenti più espliciti compaiono la saga di Rocky, Fast and Furious 2 e persino Matrix, film che assume un ruolo tematico rilevante nel corso della narrazione. Accanto a questi richiami più pop, il film cita anche opere come Noah e Il cigno nero di Darren Aronofsky, La passione di Cristo di Martin Scorsese e Il settimo sigillo di Ingmar Bergman — quest’ultimo evocato esclusivamente attraverso il suono, in un gioco di rimandi che parla direttamente allo spettatore cinefilo.
Non manca un omaggio a Jean‑Luc Godard, assunto come modello di prestigio registico: un suo ritratto campeggia infatti nella casa di Bahman, quasi a sancire un’eredità ideale. Infine, è impossibile non cogliere la citazione evidente del film francese La vita di Adele, richiamato sia dai capelli blu di Sadaf sia dalla costruzione del suo personaggio, che riprende alcune sfumature emotive e narrative del celebre lungometraggio.
In conclusione
Divine Comedy conferma Ali Asgari come una delle voci più lucide, coraggiose e necessarie del cinema iraniano contemporaneo. Attraverso un umorismo sottile, mai compiaciuto, il film smaschera l’assurdità della censura e dell’apparato teocratico, trasformando la quotidianità in un teatro dell’illogico che ricorda Kafka ma affonda le radici nella realtà iraniana. La scelta di una messa in scena essenziale, quasi documentaria, amplifica la forza politica del racconto, mentre l’uso di attori che interpretano versioni di sé stessi dissolve il confine tra finzione e testimonianza. Pur nella sua apparente leggerezza, Divine Comedy è un’opera profondamente sovversiva: un film che denuncia, con ironia e precisione chirurgica, la violenza del controllo culturale e la fragilità dell’artista in un sistema che teme la libertà. Le citazioni cinefile, la riflessione sul cinema commerciale e la dimensione metacinematografica arricchiscono ulteriormente un’opera che, pur semplice nella forma, è densissima nella sostanza. È un film che non alza la voce, ma che colpisce con una chiarezza rara, lasciando allo spettatore la consapevolezza che sotto un regime, il gesto di guardare — e di filmare — resta un atto politico
Note positive
- Critica alla censura iraniana espressa con ironia intelligente e mai banale
- Attori che interpretano sé stessi, rafforzando l’autenticità del racconto
- Ottima scrittura
Note negative
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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SUMMARY
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4.2
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