Fallout 2 (2025-26). Non è un capolavoro, ma resta un prodotto di qualità

Recensione della seconda stagione di Fallout: produzione tecnica eccellente e worldbuilding ampliato, ma manca una voce autoriale e una scrittura che approfondisca davvero i personaggi.

Condividi su

Trailer di “Fallout 2”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Pur non ottenendo nomination né premi, e pur essendo stata in parte snobbata agli Emmy Awards e ai Golden Globe, la prima stagione di Fallout riscosse immediatamente un ampio consenso sia dalla critica sia dal pubblico, oltre che dal fandom della serie omonima di videogiochi di ruolo ambientati in un futuro post‑apocalittico dall’iconografia atompunk anni ’50 da cui la serie è tratta; molti apprezzarono la coerenza visiva con quanto era rappresentato nella serie videoludica di fine anni Novanta realizzata da Interplay Entertainment. Basti pensare che la prima stagione ha totalizzato oltre 100 milioni di spettatori in tutto il mondo, classificandosi tra i tre titoli più visti di sempre sul servizio streaming, diventando la stagione più vista a livello globale dai tempi di Rings of Power.

Dopo un’attesa di quasi due anni, la seconda stagione è stata rilasciata su Prime Video e ha debuttato il 17 dicembre 2025, con un episodio a settimana fino al finale di stagione del 4 febbraio 2026, per un totale di otto puntate. Se la prima stagione aveva suscitato grande entusiasmo, la seconda, a mio avviso, è passata alquanto in sordina: pochissimi influencer italiani ne hanno parlato sulle loro piattaforme social, offrendo così scarsa visibilità al prodotto audiovisivo in un contesto in cui il passaparola è fondamentale. Denotando questo fenomeno, temerei che Fallout abbia ottenuto un numero di spettatori inferiore alle aspettative di Prime Video; nonostante ciò, sono abbastanza convinto che una terza stagione verrà comunque realizzata.

Anche la seconda stagione è prodotta da Kilter Films, con gli executive producer Jonathan Nolan, Lisa Joy e Athena Wickham. Geneva Robertson‑Dworet e Graham Wagner figurano come executive producer, creatori e showrunner. Todd Howard di Bethesda Game Studios è executive producer insieme a James Altman per Bethesda Softworks; tra gli executive producer figura inoltre Margot Lulick. La serie è prodotta da Amazon MGM Studios e Kilter Films, in associazione con Bethesda Game Studios e Bethesda Softworks. Nel cast ritroviamo Ella Purnell (Yellowjackets, Sweetpea), Aaron Moten (Emancipation – Oltre la libertà, Father Stu), Walton Goggins (The White Lotus, The Righteous Gemstones), Kyle MacLachlan (Twin Peaks), Moisés Arias (Il re di Staten Island) e Frances Turner (The Boys).

Vuoi aggiunger il titolo alla tua collezione Home video?

Trama di “Fallout 2”

Nel 2296, Lucy, ottimista e pacifista ex-residente nella Vault 33, è una giovane donna guidata da un alto senso morale e da uno sguardo idealista sul mondo; ogni suo passo e ogni sua scelta sono ponderati e fondati su un profondo senso di giustizia, democratico e civile — un modo di leggere la realtà in netto contrasto con la legge del più forte e del sangue che regna sovrana nel mondo esterno, dove la civiltà civile, come la si conosceva, fu totalmente annientata 219 anni prima da uno sterminio nucleare.

Costretta ad allearsi con Cooper Howard, detto Il Ghoul — un cacciatore di taglie indipendente dal carattere ambiguo, pronto a uccidere per raggiungere i propri scopi senza alcun rimorso — Lucy, insieme al suo compagno d’avventura dal temperamento fortemente divergente, è obbligata a viaggiare nella zona contaminata, il cosiddetto The Wasteland, per ritrovare e sottoporre alla legge suo padre, Hank MacLean. Hank era per lei una figura profondamente amata; tuttavia, dopo aver scoperto che l’uomo aveva commesso gravi crimini in passato — tra cui la distruzione con una bomba atomica della cittadina di Shady Sands — Lucy avverte dentro di sé l’obbligo morale di portarlo davanti alla giustizia del Vault 33, oltre che a tentare di fermare i suoi misteriosi piani alquanto oscuri e crudeli. 

I due, per conseguire i rispettivi obiettivi — quello de Il Ghoul è ritrovare la moglie e il figlio — si spingono fino a New Vegas, precisamente alla New Vegas Strip, dove dovrebbe trovarsi un Vault riservato ai dipendenti: un luogo inaccessibile e sorvegliato da creature mostruose. I due riusciranno ad arrivare fino a New Vegas? Riusciranno ad andare d’accordo? Riusciranno a trovare ciò che vogliono? 

Recensione di “Fallout 2”

Onestamente non possiamo dichiarare che Fallout sia un capolavoro né che sia una serie destinata a fare la storia della serialità, come hanno fatto Breaking Bad, I Soprano o perfino Il trono di spade (in particolare nelle sue prime quattro stagioni); allo stesso tempo, però, non possiamo neppure bollare Fallout come una brutta serie. Si tratta, piuttosto, di un prodotto seriale di ottima fattura, soprattutto sul piano visivo e tecnico, pur privo di quel quid in più che lo avrebbe potuto rendere davvero iconico e farci esclamare: «Che capolavoro!».

A livello drammaturgico le premesse per arrivare a tanto c’erano; allora, cosa non funziona completamente in questa serie? Cosa non convince nella seconda stagione? Cosa manca, in termini concreti, perché la produzione raggiunga tali vette? Dal mio punto di vista manca una vera vena autoriale: il prodotto non possiede uno stile visivo e registico unico e realmente impattante. Fallout, sia nella prima stagione sia — ancor più — in questa seconda, dà l’impressione di non avere un’identità registica autoriale definita, di non possedere una propria anima; ne deriva un prodotto privo di una voce realmente unica e originale nel panorama seriale‑cinematografico, risultando registicamente una serie ben realizzata ma abbastanza standardizzata. 

Difatti la regia, la scrittura e la fotografia è buona ma sostanzialmente anonima; la caratterizzazione dei personaggi è interessante, ma oltre a questo resta poco altro. Il risultato è una certa superficialità interna: la serie si limita a raccontare gli eventi senza scavare a fondo nelle sfumature della vicenda, né sul piano tecnico né su quello sceneggiativo. Negli otto episodi della seconda stagione la storia viene sì complicata e resa più misteriosa e intricata, ma manca la forza necessaria per approfondire davvero i personaggi in scena. In particolare la protagonista, Lucy, continua a muoversi entro una dimensione sostanzialmente bidimensionale: la narrazione la riduce spesso a un’unica caratteristica — la moralità, il suo senso di giustizia d’altri tempi — che risulta dissonante rispetto al mondo che le si para davanti, un mondo privo di fiducia nell’altro e pronto a uccidere per timore, per malvagità o per semplice gusto di uccidere.

Un po’ tutta la seconda stagione ruota attorno al tema della moralità e alla distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Da un lato questa tematica viene affrontata attraverso il rapporto tra figlia e padre, Lucy e Hank, che mette in scena un confronto ideologico e una diversa visione del futuro: un confronto interessante, ma raccontato con estrema frettolosità e una certa dose di superficialità che intaccano l’emotività dello spettatore. In parte lo spettatore riesce a emozionarsi e a empatizzare con Lucy, ma non in modo profondo come lo show avrebbe potuto ottenere, a causa di una scrittura talvolta frettolosa, talvolta sbrigativa e poco approfondita. Questa scrittura limitata ostacola sia l’emotività sia lo sviluppo dei personaggi: Lucy, pur sembrando “sporcarsi le mani” in alcuni frangenti della stagione — come nel confronto con Cooper o nei suoi atti criminali da drogata, da cui poi si disintossica in modo improvviso e poco motivato (un vero buco di trama della stagione) —, alla fine non si macchia mai davvero. Ciò che resta è la semina di un dubbio interiore che esplode nel finale: è giusto il suo modo di agire o, in fondo, il padre aveva ragione? Un mezzo sbagliato che produce un bene è davvero male?

La tematica morale viene raccontata anche tramite i numerosi salti indietro nel tempo riguardanti Cooper, che conferiscono alla serie maggior ritmo e dinamismo e forniscono approfondimenti funzionali sugli eventi presenti. Questa narrazione retrospettiva è l’elemento di maggior spessore dell’intera drammaturgia: dona sfumature alla vicenda, la rende più complessa e misteriosa e arricchisce il profilo del nostro Ghoul. Cooper è uno dei pochi personaggi — insieme a Hank MacLean — a ricevere in questa seconda stagione una scrittura ricca di sfumature caratteriali: se da un lato viene descritto come un bruto e un villain, dall’altro assume le sembianze di salvatore ed eroe, guadagnando una tridimensionalità efficace per il suo archetipo di “cowboy” americano.

L’introduzione di personaggi come Hank da giovane, Stephanie “Steph” Harper da giovane, il misterioso amministratore delegato della RobCo Robert Edwin House, l’aggiunta di creature mostruose e la presentazione della crudele Legione romana ampliano la narrazione in nuove direzioni sceneggiative e di ambientazione, riempiendo la stagione di informazioni ed eventi — più o meno rilevanti. Tuttavia, nel presente della trama accade relativamente poco: la stagione rimane memorabile soprattutto per lo scontro tra Maxime e la sua confraternità dei Cavalieri di San Fernando (non sufficientemente approfondito) e per il confronto finale tra Lucy e suo padre, emotivo ma in parte prevedibile nella sua evoluzione.

All’interno di questo quadro emergono alcune leggerezze narrative: la Legione non viene trattata con la profondità che meriterebbe; la storyline di Maxime, dopo il conflitto interno alla sua confraternita, resta in sospeso (elemento che, a quanto pare, verrà sviluppato nella terza stagione); gli eventi legati al Vault 31 e al Vault 33 presentano svolte interessanti ma sono spesso gestiti da uno sceneggiatore che, in alcuni passaggi, adotta toni quasi da commedia, perdendo così la tensione drammatica. Anche la trama di Norman, fratello di Lucy — che vediamo sconvolgere i piani del Vault — non viene sviluppata interiormente come sarebbe stato necessario: rimane un personaggio potenzialmente interessante ma, al momento, ancora troppo superficiale.

In conclusione

Fallout non è un capolavoro ma nemmeno un fallimento: è una serie tecnicamente solida e visivamente curata che però paga la mancanza di una voce autoriale distintiva e di una profondità drammaturgica costante. La seconda stagione amplia il mondo e introduce elementi interessanti — flashback su Cooper, nuove fazioni, creature e conflitti — ma spesso lo fa in modo frammentario, privilegiando l’evento rispetto alla scansione interiore dei personaggi. Alcuni archi, come quello di Cooper e di Hank, guadagnano spessore; altri, come Lucy e Norman, restano in superficie o subiscono accelerazioni narrative che ne attenuano l’impatto emotivo.

Note positive

  • Montaggio e ritmo dinamici, con i flashback che arricchiscono la narrazione.
  • Cooper e Hank: archi caratteriali tra i più riusciti della stagione.
  • Espansione del worldbuilding: nuove fazioni, Vault e creature che ampliano l’universo.
  • Sequenze d’azione e set‑piece visivamente efficaci
  • Produzione tecnica di alto livello: scenografie, costumi ed effetti ben curati.
  • Interpretazioni

Note negative

  • Mancanza di una voce autoriale
  • Alcune storyline lasciate in sospeso o trattate con superficialità (Legione, Maxime, Norman).

L’occhio del cineasta è un progetto libero e indipendente: nessuno ci impone cosa scrivere o come farlo, ma sono i singoli recensori a scegliere cosa e come trattarlo. Crediamo in una critica cinematografica sincera, appassionata e approfondita, lontana da logiche commerciali. Se apprezzi il nostro modo di raccontare il Cinema, aiutaci a far crescere questo spazio: con una piccola donazione mensile od occasionale, in questo modo puoi entrare a far parte della nostra comunità di sostenitori e contribuire concretamente alla qualità dei contenuti che trovi sul sito e sui nostri canali. Sostienici e diventa anche tu parte de L’occhio del cineasta!

Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.5
Condividi su
Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.