Fiori d’equinozio (1958): una questione d’armonia

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locandina Fiori d'equinozio

Fiori d’equinozio

Titolo originale: 彼岸花, Higanbana

Anno: 1958

Nazione: Giappone

Genere: commedia, drammatico

Casa di produzione: Shochiku

Distribuzione italiana: Tucker Film

Durata: 118 min

Regia: Yasujirō Ozu

Sceneggiatura: Yasujirō Ozu, Kōgo Noda

Fotografia: Yuuharu Atsuta

Montaggio: Yoshiyasu Hamamura

Musiche: Kojun Saitô

Attori: Shin Saburi, Kinuyo Tanaka, Ineko Arima, Yoshiko Kuga, Chishū Ryū, Miyuki Kuwano, Keiji Sada, Teiji Takahashi, Chieko Naniwa

Trailer originale del film Fiori d’equinozio

Fiori d’equinozio” (彼岸花, Higanbana) è un film del 1958, diretto da Yasujirō Ozu. È stato il primo film a colori girato dal regista giapponese, e rappresenta una delle sue più alte e stimate produzioni, oltre a uno dei più limpidi esempi del cinema realista giapponese, di cui Yasujirō Ozu fu certamente uno dei massimi esponenti.

Trama di “Fiori d’equinozio”

La vicenda si ambienta nella Tokyo di fine anni ’50. Wataru Hirayama è un padre di famiglia e direttore di una grande azienda, che vede i figli di amici e conoscenti maritarsi uno dopo l’altro. Questo lo spinge a preoccuparsi del futuro delle sue due figlie, Setsuko e Hisako, con la prima che è già in età da marito. In un momento della storia del Giappone in cui la mentalità sta lentamente cambiando, con matrimoni sempre meno combinati dalle famiglie e dettati soprattutto dai sentimenti degli innamorati, Watasu si considera una persona aperta, ma quando uno dei suoi impiegati, Masahiko, gli chiede il permesso di sposare Setsuko, con il quale intraprendeva da qualche tempo una relazione stabile a sua insaputa, tutte le sue certezze vengono meno. Sarà la moglie Kiyoko, più aperta nei confronti delle nuove ideologie, a spingerlo a dare il suo consenso.

Fotogramma del film Fiori d'equinozio
Fotogramma del film Fiori d’equinozio

Recensione di “Fiori d’equinozio”

Non so come sia per gli altri, ma io credo che ogni mio film esprima una novità, sia fatto di nuovi stimoli. Sono come un pittore che continua a dipingere la stessa rosa all’infinito.

(citazione del regista Yasujirō Ozu)

La dichiarazione del regista Yasujirō Ozu è una delle possibili chiavi d’accesso al meraviglioso “Fiori d’Equinozio“, storia familiare in bilico tra melodramma e commedia. Uno shōshimin-eiga dalla messa in scena geometrica, fatta di interni e pochi ma significativi esterni, di passioni trattenute, appena sussurrate, e di un conflitto padre-figlia che riassume lo spartiacque storico e sociale che attraversava il Giappone degli anni Cinquanta e Sessanta.

L’idea di fondo che regge l’intero film è la ricerca dell’armonia, sia sul piano delle forme che su quello dei contenuti. L’opera è una commedia in tre atti. Nel primo, corrispondente all’impostazione, sono presentati i personaggi principali del film ed è introdotto, sequenza dopo sequenza, il tema del matrimonio delle figlie in età da marito. Al secondo, quello del confronto, si accede attraverso il punto di svolta della sequenza dove, inaspettatamente, il giovane Masahiko si reca nell’ufficio di Hirayama per chiedere Setsuko in moglie. Qui il confronto centrale è quello tra padre e figlia, dove il primo non vuole dare la sua autorizzazione al matrimonio e, quando questo si celebrerà lo stesso, decide di non parteciparvi. All’interno di questo segmento mediano, l’evento risolutore che porta al terzo atto si colloca nella sequenza in cui Hirayama, rientrato a casa, comunica a Kiyoko, la moglie, di aver cambiato idea e che parteciperà al rito nuziale anche se solo perché saranno presenti tutti i suoi amici. Si arriverà così al terzo atto, quello della risoluzione, che porterà Hirayama a far visita alla figlia e al marito a Hiroshima, dove questi sono andati a vivere dopo le nozze. Nella narrazione Ozu fa spesso uso di ellissi: infatti il matrimonio non viene mostrato, e neanche la riconciliazione padre-figlia. In questo modo il regista mostra di privilegiare il lavoro su ciò che precede e/o segue gli eventi e conferma così un’idea di cinema in cui ciò che conta non sono tanto i fatti in sé, ma come ci si arriva, che cosa ne consegue e, soprattutto, quel che essi determinano nei protagonisti del racconto. Nel cinema di Ozu, gli eventi contano in funzione dei caratteri e non viceversa. Ozu, inoltre, opta per le pellicole Agfa, che esaltano il rosso, colore che sembra infrangere la linearità del racconto (e della vita) e le linee fin troppo precise della casa della famiglia Hirayama. Il rosso abbellisce il kimono di Yukiko, ragazza moderna che non vuole cedere alle pressioni della madre, il rosso è ostentato in oggetti scientemente prescelti di quel colore. Il colore smuove la fissità della messa in scena, della macchina da presa ad altezza tatami, con quella camminata vivace che sfida le linee dei corridoi, delle porte scorrevoli, dei quadri nei quadri.

Un’altra delle caratteristiche precipue del cinema di Ozu è la particolarità dei suoi piani di transizione, in altre parole di quelle sequenze che servono a passare da un’inquadratura all’altra. Il regista conferisce loro un carattere alquanto particolare, che evita l’uso dei tradizionali campi totali o piani d’insieme, privilegiando invece immagini dalla natura più ambigua, che talvolta non sembrano appartenere chiaramente né alla sequenza di partenza, né a quella di arrivo. Tali inquadrature, inoltre, sono spesso definibili come still life shot, poiché prive di elementi umani in movimento. Si potrebbe dire che il cinema del cineasta giapponese è ripetizione e sottrazione. Gli stessi spazi e oggetti sono destinati a ritornare più volte, ma sempre attraverso variazioni che possono concernere il contenuto di questi spazi, la loro posizione nelle diverse inquadrature, le distanze e angolature di ripresa. Queste transizioni si svolgono soprattutto nei due luoghi più frequentati: la casa e l’ufficio di Hirayama. Ci sono diversi modelli di transizioni ricorrenti, che si differenziano solo leggermente: alcune scene si aprono con inquadrature di transizione su alcuni elementi dell’interno della casa; altre si aprono con l’immagine del corridoio, infondo al quale si trova una sedia di vimini con un cuscino rosso; altre ancora non sono still life shot, in quanto si aprono con un piano della madre. In una delle ultime sequenze del film, quella dello scioglimento del conflitto, la madre, felice dell’armonia ristabilita, si siede su quella sedia di vimini con il cuscino rosso inquadrata infondo al corridoio. La sedia, a questo punto, si fa simbolo della risoluzione e dell’armonia ritrovata. La fissità della messa in scena e delle transizioni ha allora valenza spaziale e non temporale. È semplicemente il mondo della famiglia Hirayama.

Scene di transizione del film Fiori d’equinozio

In conclusione

Ambientato per la maggior parte in ambienti chiusi che permettono al cinema delle piccole cose di Ozu di emergere ancora una volta con toccante umanità, “Fiori d’equinozio” si avvale di toni più leggere in una commedia della vita che emoziona in più occasioni, grazie all’efficace caratterizzazioni di tutti i personaggi in gioco. In un Giappone in continuo mutamento il maestro giapponese scava nei meandri familiari ponendoci un ritratto dolce e gentile che scalda il cuore grazie a piccoli tocchi di emotiva e realistica magia della semplicità. Ozu è nostalgico ma aperto ai cambiamenti, acuto osservatore di un presente che muta lentamente. Il film si fa cantore della semplicità, di una classe media che deve fare i conti con la vita moderna, con le grandi città, con le aziende e gli uffici, con il distacco dalle tradizioni, dal passato, dalla natura. Un film di evoluzioni più che di conflitti.

Note positive

  • Regia
  • Fotografia
  • Tematica

Note negative

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