Green Border (2023). La violenza al confine tra Bielorussia e Polonia

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Trailer di Green Border (2023)

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Green Border, film drammatico del 2023 diretto da Agnieszka Holland, ha conquistato il pubblico e la critica sin dalla sua prima presentazione. Presentato in anteprima all’80esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, vanta all’attivo Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia 2023 e 3 candidature agli European Film Awards 2023 in uscita cinema giovedì 8 febbraio 2024 distribuito da Movies Inspired. Green Border affronta la complessa tematica dei migranti e dei rifugiati in Europa con crudo realismo e profonda umanità. Le interpretazioni degli attori, intense e credibili, rendono questo film un’opera toccante e necessaria.

Trama di Green Border

Nelle foreste paludose tra Bielorussia e Polonia, conosciute come il “confine verde”, i rifugiati si trovano intrappolati in una crisi geopolitica cinicamente orchestrata dal dittatore bielorusso Aljaksandr Lukašėnko. Questi rifugiati, per lo più provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa, cercano di raggiungere l’Unione Europea, attirati dalla propaganda che promette un facile accesso all’UE. Pedine in questa guerra sommersa, le vite di Julia, un’attivista di recente formazione che ha rinunciato a una vita confortevole, di Jan, un giovane guardia di frontiera, e di un’intera famiglia siriana si intrecciano nel tentativo di provocare l’Europa.

Note di regia

Agnieszka Holland

Più di trenta anni fa realizzai un film intitolato “Europa, Europa”. Parlava di un ragazzo ebreo che, per sopravvivere all’Olocausto, aveva assunto prima l’identità di un giovane stalinista, poi di un soldato della Wehrmacht e infine di uno studente di un’esclusiva scuola della Gioventù hitleriana, per poi diventare diventare un giovane nazista. Era il 1989 e il Muro di Berlino era appena caduto. Con il doppio titolo intendevo evocare il dualismo della tradizione europea: da un lato l’Europa delle nostre aspirazioni – culla della cultura e della civiltà, dello Stato di diritto, della democrazia, dei diritti umani, dell’uguaglianza e della fraternità – dall’altro l’Europa come culla di quell’egoismo e di quell’odio che hanno dato origine ai peggiori crimini contro l’umanità. Nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino e della vittoria di Solidarność, sembrava che la prima delle due Europe stesse vincendo. Tuttavia ho sempre avuto la sensazione che il suo lato oscuro fosse solo rimasto sopito e potesse risvegliarsi in qualsiasi momento. Oggi, a trent’anni di distanza, ci troviamo di fronte a un analogo dilemma. Il “vaccino dell’Olocausto” ha smesso di funzionare e l’uovo del serpente è ormai maturo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i Paesi occidentali hanno compreso che il diritto di asilo doveva essere un diritto umano fondamentale per integrare società moralmente distrutte e rispondere alle sfide della disuguaglianza. Negli ultimi anni, il rispetto di questo diritto si è gradualmente eroso, fino a essere completamente ignorato dall’Unione Europea che si è trasformata in una sorta di fortezza, mentre i suoi nemici – come Putin e Lukashenko – usano la miseria dei rifugiati in fuga dai conflitti come una sorta di arma ibrida. Nell’autunno del 2021, Lukashenko attirò sul confine bielorusso con la Polonia e la Lituania un’ondata di profughi provenienti da diversi Paesi (Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen, Congo). La propaganda di Lukashenko aveva fatto credere loro che avrebbero potuto facilmente varcare il confine per ritrovarsi in quel paradiso ricco e democratico che, per le persone tormentate dalla guerra e dalla povertà, è l’Europa. Le autorità polacche, dimenticando cinicamente di avere a che fare con degli esseri umani, li considerarono armi ibride e li dipinsero ai loro connazionali come un’abbietta e terrificante minaccia. Non erano persone che cercavano rifugio nel nostro Paese, ma missili di Putin che attaccavano i nostri sacri confini; erano semplicemente un branco di terroristi, di pedofili e di degenerati. Le forze dell’ordine non si fecero quindi scrupoli a violare il diritto internazionale; i rifugiati che venivano catturati, (fra cui donne, bambini malati ed anziani), erano respinti in Bielorussia, dove ad attenderli c’erano torture, sevizie, stupri e miseria, oppure venivano abbandonati nella “zona della morte. . Quella al confine tra la Polonia e la Bielorussia è una delle ultime foreste vergini d’Europa, tanto imponente quanto pericolosa. Le autorità preclusero la zona sia alla stampa che agli aiuti umanitari. Molti polacchi furono d’accordo con l’adozione di questi metodi e anche l’Unione Europea non protestò, felice che il problema venisse risolto senza che fosse coinvolta. Ma una parte consistente della popolazione locale e alcuni giovani attivisti, di fronte alla sofferenza e alla paura di persone innocenti, reagì naturalmente, gridando: “Queste persone devono essere aiutate”.
Fotogramma di Green Border
Fotogramma di Green Border

Recensione di Green Border

Ambientato nella zona remota e boscosa del confine tra Polonia e Bielorussia, soprannominata “Green Border”, il film segue le vite di tre personaggi principali. Le loro vite si intrecciano mentre il film porta in luce una crisi umanitaria in corso. I migranti, attirati da false promesse di un facile passaggio in Europa, si ritrovano bloccati al confine, vittime di un gioco di potere politico tra diversi Paesi. Il film mostra il lato oscuro della gestione dei migranti, con scene di violenza, sofferenza e disumanità. La regia e la sceneggiatura Non si schiera a favore di una sola fazione, ma cercano di presentare la situazione in modo obiettivo e mostrare le conseguenze delle politiche attuate.

La regia della Holland è magistrale nel catturare la durezza e la complessità della situazione; le scene di respingimento al confine sono particolarmente intense e realistiche, e ci mettono di fronte all’assurdità e alla crudeltà di una politica che criminalizza chi cerca solo un futuro migliore. Lo stile è cupo e opprimente con uso di luci fredde e di inquadrature ravvicinate per restituire tutta l’angoscia che viene vissuta dai migranti; La regista usa spesso inquadrature evocative per sottolineare la bellezza del paesaggio naturale e la drammaticità della situazione. Il finale è aperto all’interpretazione, lasciando gli spettatori con domande su cosa ne sarà del futuro dei personaggi e della crisi umanitaria in corso.

I tre livelli narrativi permettono di comprendere e riflettere su diversi temi da prospettive differenti. I conflitti morali e il senso di umanità prevalgono con prepotenza come tema trasversale all’interno di tutte le vicende analizzate. La musica di Green Border è stata composta da Antoni Komasa-Łazarkiewicz, compositore polacco di talento noto per il suo lavoro in film come “Corpus Christi” e “Sweat“. La musica è composta principalmente da archi, percussioni e sintetizzatori. L’uso di questi strumenti crea un suono evocativo e suggestivo che contribuisce a creare l’atmosfera del film e si basa su un’alternanza di momenti di tensione e di quiete. Lo stile recitativo è realistico e asciutto; gli attori evitano di cadere nella retorica e si concentrano sulla concretezza della situazione, dando vita a personaggi complessi e sfaccettati. Alcuni attori, come Behi Djanati Atai, utilizzano il loro dialetto naturale per dare maggiore autenticità ai loro personaggi; la gestualità, le espressioni facciali degli attori, il tono di voce e l’intonazione sono utilizzati per trasmettere le emozioni dei personaggi e per enfatizzare le scene e coinvolgere lo spettatore rendendolo parte integrante del dramma.

Fotogramma di Green Border - Zielona granica foto di Agata Kubis
Fotogramma di Green Border – Zielona granica foto di Agata Kubis

In conclusione

Green Border è un film potente, toccante e necessario che affronta una tematica di grande attualità e rilevanza sociale; un viaggio emozionante e viscerale nel cuore di una delle sfide più urgenti del nostro tempo. Non si rivela un film facile ma è un film necessario. E’ una pellicola che scuote dalle comode certezze e ci interroga sul nostro senso di umanità. Un film che ci spinge ad agire, a fare la nostra parte per costruire un mondo più giusto e accogliente.

Note positive

  • Regia magistrale di Agnieszka Holland: La sua capacità di catturare la durezza e la complessità della situazione rende il film un’opera toccante e necessaria.
  • Tematica di grande attualità e rilevanza sociale: La crisi migratoria è un problema che ci riguarda tutti e il film ci invita a riflettere sulle nostre responsabilità.
  • Personaggi complessi e sfaccettati: Non sono né eroi né santi, ma persone comuni che si trovano ad affrontare una situazione difficile e drammatica.

Note negative

  • Alcune scene possono risultare crude e disturbanti: Il film non nasconde la durezza della realtà che affronta e questo può essere difficile da sostenere per alcuni spettatori.
  • Il ritmo del film è lento: La scelta di una regia realistica e minimalista può risultare un po’ pesante per chi è abituato a film più dinamici.
  • Il finale è aperto: Non ci sono risposte definitive e questo può lasciare alcuni spettatori insoddisfatti.
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Michele Giacchetto
Michele Giacchetto
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