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Greenland 2 – Migration
Titolo originale: Greenland 2 – Migration
Anno: 2026
Nazione: Gran Bretagna, Stati Uniti d’America
Casa di produzione: Anton, CineMachine Media Works, G-BASE, STX Entertainment, Thunder Road Pictures
Distribuzione italiana: Lucky Red, Universal Pictures International Italy
Durata: 109 minuti
Regia: Ric Roman Waugh
Sceneggiatura: Mitchell Lafortune, Chris Sparling
Fotografia: Martin Ahlgren
Montaggio: Eric Freidenberg, Colby Parker Jr.
Musiche: David Buckley
Attori: Gerard Butler, Morena Baccarin, Roman Griffin Davis, Amber Rose Revah, Sophie Thompson, Tommie Earl Jenkins, Rachael Evelyn, Nathan Wiley, William Abadie, Trond Fausa, Alex Lanipekun, Peter Polycarpou, Sidsel Siem Koch
Trailer di “Greenland 2 – Migration”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
“Greenland 2 – Migration” è il secondo capitolo del survival movie apocalittico diretto da Ric Roman Waugh, scritto da Chris Sparling e Mitchell LaFortune e con protagonista Gerard Butler, anche in veste di produttore. Accanto a Gerard Butler, Morena Baccarin e Roman Griffin Davis. Completano il cast Amber Rose Revah, Sophie Thompson, William Abadie eTrond Fausa Aurvåg. Il film, prodotto da Thunder Road, G-BASE, Anton e CineMachine Media Works, arriva in sala il 29 gennaio distribuito da Lucky Red e Universal Pictures International Italy.
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Trama di “Greenland 2 – Migration”
Cinque anni sono trascorsi dall’impatto della cometa Clarke che ha devastato il pianeta, la famiglia Garrity – John (Gerard Butler), sua moglie Allison (Morena Baccarin) e il figlio Nathan (Roman Griffin Davis) – è sopravvissuta rifugiandosi in un bunker sotterraneo in Groenlandia, insieme ad altri scampati all’apocalisse. Ma la salvezza si rivela temporanea: quando anche quell’ultimo baluardo di sicurezza viene distrutto, i Garrity sono costretti a fare l’unica cosa possibile – tornare in superficie e affrontare ciò che resta della Terra.
Il mondo che li accoglie è un incubo a occhi aperti. Non più il pianeta che conoscevano, ma una distesa di desolazione dove le catastrofi climatiche sono diventate la norma e l’umanità lotta per la sopravvivenza in condizioni estreme. Tra le macerie di un’Europa congelata e ostile, i Garrity intraprendono una migrazione verso la Francia, dove secondo voci e speranze fragili potrebbe esistere un luogo sicuro in cui ricominciare, dove ricostruire non solo le proprie vite ma i fondamenti stessi della civiltà.
Recensione di “Greenland 2 – Migration”
Dopo aver tenuto il pubblico con il fiato sospeso nel 2020 con la corsa disperata contro una cometa distruttrice, “Greenland 2 – Migration” cambia completamente registro. Il sequel diretto da Ric Roman Waugh non ci chiede più di immaginare come sopravvivere alla fine del mondo, ma ci costringe a confrontarci con qualcosa di ancora più inquietante: cosa succede dopo, quando la catastrofe è passata ma il mondo che conoscevamo non esiste più.
Dall’azione alla riflessione: un’evoluzione necessaria
Se “Greenland” era un disaster movie adrenalinico, costruito sulla tensione del countdown e sull’istinto di sopravvivenza, “Migration” è qualcosa di profondamente diverso. Waugh opera una trasformazione coraggiosa del franchise, spostandosi dal genere catastrofico puro verso un’odissea post-apocalittica che privilegia la riflessione esistenziale senza rinunciare all’azione spettacolare.
Il film esplora territori emotivi e tematici che il primo capitolo poteva solo accennare. Non si tratta più di correre verso un bunker prima che sia troppo tardi, ma di attraversare un continente devastato senza sapere se la destinazione esiste davvero o è solo un miraggio. È un viaggio fisico ed emotivo insieme, dove ogni passo avanti rappresenta una scelta morale, un compromesso, un pezzo di umanità che si rischia di perdere o che si sceglie ostinatamente di preservare.
La sceneggiatura firmata da Chris Sparling e Mitchell LaFortune costruisce una narrazione stratificata, dove la suspense e i pericoli ambientali si alternano a momenti di introspezione. Il paesaggio europeo congelato diventa un personaggio a sé stante, un memento mori costante di ciò che l’umanità ha perso e delle conseguenze irreversibili delle catastrofi globali.
Gerard Butler tra azione e vulnerabilità
Gerard Butler, anche produttore del film, torna nei panni di John Garrity con una performance che evolve il personaggio in modo significativo. Non più solo l’uomo d’azione determinato a salvare la famiglia a ogni costo, John è ora un sopravvissuto segnato, un padre che deve guidare i suoi cari attraverso un mondo di cui non conosce più le regole. Butler riesce a bilanciare l’intensità fisica richiesta dalle sequenze d’azione con momenti di autentica vulnerabilità emotiva, mostrando un uomo che combatte non solo contro i pericoli esterni ma anche contro i propri demoni e la disperazione.
Morena Baccarin, nel ruolo di Allison, porta profondità e determinazione a un personaggio che rappresenta la resilienza al femminile. Non è la moglie da proteggere dei cliché hollywoodiani, ma una partner alla pari, una madre che prende decisioni difficili e affronta le conseguenze. La chimica tra Butler e Baccarin, già solida nel primo film, qui si arricchisce di sfumature più mature, forgiate dalla sofferenza condivisa e dalla necessità di reinventare costantemente il significato di famiglia in un mondo che non offre certezze.
La nuova generazione: Nathan come simbolo
Una delle aggiunte più interessanti al cast è l’espansione del ruolo di Nathan, interpretato da Roman Griffin Davis. Cresciuto quasi interamente sottoterra, Nathan rappresenta una generazione che non ha memoria diretta del mondo pre-catastrofe. È un adolescente forgiato dalla sopravvivenza, che conosce la Terra solo attraverso i racconti dei genitori e le rovine che attraversa.
Questo dettaglio generazionale aggiunge una dimensione ulteriore alla narrazione: il conflitto non è solo tra l’umanità e un ambiente ostile, ma anche tra chi ricorda il mondo com’era e chi può solo immaginarlo. Nathan incarna la speranza e al tempo stesso la perdita irreparabile – una giovinezza rubata, un’infanzia trascorsa nell’ombra mentre sopra la Terra moriva e rinasceva diversa.
Il cast di supporto, che include Amber Rose Revah, Sophie Thompson, William Abadie e Trond Fausa Aurvåg, costruisce un mosaico di umanità sopravvissuta, ognuno portatore di storie, traumi e piccole resistenze contro la barbarie che minaccia costantemente di prendere il sopravvento.
Temi universali in un contesto apocalittico
“Greenland 2 – Migration” trascende i confini del genere per parlare al presente con una lucidità rara. Il titolo stesso – “Migration” – non è casuale. In un’epoca segnata da crisi climatiche crescenti, spostamenti forzati di popolazioni e dibattiti laceranti sull’accoglienza, il film pone domande scomode: cosa significa essere migranti quando tutti lo sono? Cosa resta dell’identità quando si perde la propria terra? Come si ricostruisce la fiducia in un mondo dove la sopravvivenza ha reso molti spietati?
La famiglia Garrity diventa metafora di milioni di famiglie reali che attraversano frontiere, affrontano pericoli e cercano disperatamente un luogo sicuro. Ma il film non cade nella retorica facile. Mostra anche le tensioni, le diffidenze, i compromessi morali che emergono quando le risorse sono scarse e la paura domina. È un ritratto onesto della condizione umana sotto pressione, dove gli istinti migliori e peggiori convivono in un equilibrio fragile.
La riflessione sulla ricostruzione è altrettanto potente. Non si tratta solo di edifici o infrastrutture, ma di valori, comunità, senso di appartenenza. Il film chiede: su quali fondamenta si può costruire una nuova civiltà? Quali errori del passato vanno evitati? E soprattutto: quanto dell’umanità che eravamo merita di essere salvata e trasmessa alle generazioni future?
La regia di Ric Roman Waugh: continuità e innovazione
Ric Roman Waugh conferma di essere un regista capace di gestire grandi spettacoli d’azione mantenendo uno sguardo attento sui personaggi. In “Migration”, la sua regia si fa più contemplativa rispetto al primo capitolo, indugiando sui paesaggi desolati, sui volti segnati, sui momenti di silenzio che parlano più delle parole.
Le sequenze d’azione, quando esplodono, sono coreografate con perizia e impatto visivo notevole, ma Waugh ha la saggezza di non farne il fulcro del film. Sono punteggiatura drammatica in una narrazione che privilegia il viaggio interiore tanto quanto quello geografico. La fotografia cattura magnificamente la bellezza desolata del mondo post-apocalittico, trasformando le rovine in poesia visiva senza mai perdere di vista l’orrore sottostante.
In conclusione
“Greenland 2 – Migration” arriva in un momento in cui le ansie apocalittiche non sono più solo fantasie cinematografiche ma preoccupazioni concrete. Cambiamenti climatici, pandemie, conflitti: il film risuona con le paure collettive contemporanee offrendo non risposte facili ma la possibilità di elaborarle attraverso la finzione.
È un sequel che non si accontenta di replicare la formula del successo, ma osa esplorare territori nuovi, più complessi e ambiziosi. Un’opera che funziona come intrattenimento spettacolare ma che lascia lo spettatore con domande più profonde sulla resilienza umana, sul valore della famiglia intesa come nucleo fondante ma anche come concetto espandibile a comunità più ampie, e sulla capacità di trovare speranza anche quando ogni evidenza suggerirebbe di arrendersi.
“Greenland 2 – Migration” non è solo un film sulla fine del mondo, ma un’epica di rinascita che ci ricorda che finché restiamo umani – capaci di amare, sperare, lottare insieme – nessuna catastrofe può davvero distruggerci completamente.
Note Positive
- Scrittura
- Regia
- Recitazione
- Ambientazione
Note Negative
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4.2
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