Le onde del destino (1996): il perturbante nella Scozia calvinista

Le onde del destino (1996) locandina film

Le onde del destino

Titolo originale: Breaking the Waves

Anno: 1996

Paese: Danimarca, Svezia, Francia, Paesi Bassi, Norvegia

Genere: drammatico, romantico

Casa di produzione: Zentropa Entertainments

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 159 minuti

Regia: Lars von Trier

Sceneggiatura: Lars von Trier, Peter Asmussen, David Pirie

Fotografia: Robby Müller

Montaggio: Anders Refn

Musiche: Joachim Holbek

Attori: Emily Watson, Stellan Skarsgård, Katrin Cartlidge, Jean Marc-Barr, Adrian Rawlins, Jonathan Hackett, Sandra Voe, Udo Kier

Trailer del film Le onde del destino

Vincitore del Gran Premio della Giuria alla 49ª edizione del Festival di Cannes, Le onde del destino è il film controverso che apre le porte al von Trier più conosciuto sul piano cinematografico. Distribuito dalla Zentropa Entertainments – casa di produzione cinematografica danese da lui fondata – è il primo della Trilogia del cuore d’oro, insieme a Idioti (1998) e Dancer in the dark (2000).

Regista danese provocatorio, von Trier, che ama far parlare di sé in tutti i modi possibili e immaginabili, fondatore del movimento Dogma 95 accanto a Thomas Vinterberg, firma un film innovativo di difficile comprensione e stilisticamente molto interessante per quell’anno.

Trama di Le onde del destino

La scozzese Bess Mcneill (Emily Watson) si ritrova a dover fare i conti con sé stessa dopo che il marito Lars (Stellan Skarsgård), un operaio norvegese che lavora su una piattaforma petrolifera, rimane gravemente ferito dopo un incidente. Paralizzato e costretto a rimanere immobile a letto, Lars esorta Bess a cercare altri amanti e ad avere rapporti sessuali con loro.

Recensione di Le onde del destino

Disturbante è dir poco. Scombussola il panorama cinematografico Le onde del destino, un film che ha fatto tanto discutere fin dalla sua prima visione, in un anno fertile di produzioni cinematografiche note a livello mondiale (spicca fra tutti Fargo dei fratelli Coen).

Con una cinepresa che ondeggia fra gli stati emotivi di Bess, una storia estrema di violenza verso sé stessa trova la sua perfetta messinscena nel punctum vontrieriano: con l’immagine immobile che divide i capitoli, forte nei colori vividi nel presagire la morte imminente, dalle scene più opache – a mo’ di documentario –, fastidiose per certi versi. Nessun limite per la cinepresa di von Trier che riesce in maniera esemplare a inquadrare scene fatte di nudi integrali che trascendono la perversione sessuale. Il sesso è prima idealizzato e poi alla fine consumato. E la religione fa da intermediario. Bess, infatti, è una donna profondamente credente in una società calvinista, affida tutta la sua vita a Dio e prega tanto, come se Dio la ascoltasse e le parlasse. Tanto da ipnotizzare la performance recitativa di Emily Watson, alle prese con un ruolo molto complicato, il migliore di tutta la sua carriera.

“Ritmando la vicenda in capitoli, girando in cinemascope con la macchina a mano manovrata da Robby Müller, ricorrendo all’elettronica e a tecniche numeriche, ha creato un paesaggio interiore ed esterno ammirevole, emozionante, affascinante”

La Stampa, Lietta Tornabuoni, 12/10/96

In un modo (troppo?) conturbante, con l’enfasi saccente di chi sa cosa vuole e come mostrarlo, von Trier dà prova di una maestria cinematografica impeccabile, abile nella sua maniera di scavare nella psicologia recondita dei personaggi. Seppur respingente – volutamente –, riesce a costruire un cinema puro, scevro da qualsiasi effetto speciale troppo macchinoso. Creato su un processo evolutivo della protagonista che dalla semplice genuinità ricercata nella salvezza di Dio culmina all’apice della disperazione, dell’angoscia, della sofferenza e della morte stessa, a cui inesorabilmente Bess – ragazza dal cuore d’oro – andrà incontro.

In un film inquietante e spirituale fuori dagli schemi come questo, sensazioni contrastanti ed emozioni forti sopite nel turbamento dell’anima resusciteranno dal loro lungo sonno. E andranno a scaldare gli animi di chi osanna von Trier e chi, invece, lo disprezza per il suo modo tormentato di fare cinema. Continuerà a infastidire ancora il perturbante del suo cinema autobiografico? Si spera di sì.

Non sarà dannato un cinema d’autore molto personale inteso in questi termini perché si circonderà sempre di un’aurea potente, volente o nolente. Per rimanere abbagliati. È Lars von Trier, dopo tutto.

Note positive

  • Magistrale interpretazione di Emily Watson nel ruolo da protagonista
  • Accurato uso della cinepresa

Note negative

  • Fortemente respingente e disturbante per un pubblico non avvezzo a un cinema fuori dagli schemi

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