Hamnet – Nel nome del figlio (2025): come nasce una tragedia

Recensione, trailer, trama e cast di Hamnet – Nel nome del figlio (2026). Un ritratto profondamente umano, che esplora il dolore e il lutto di una famiglia, alla base della nascita di una delle tragedie più famose della storia.

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Jessie Buckley stars as Agnes and Joe Alwyn as Bartholomew in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release...Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC - Immagine ricevuta a uso editoriale tramite Upi Media
Jessie Buckley stars as Agnes and Joe Alwyn as Bartholomew in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release…Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC – Immagine ricevuta a uso editoriale tramite Upi Media

Trailer di “Hamnet – Nel nome del figlio”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Hamnet – Nel nome del figlio è stato presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, dove ha attirato grande attenzione per il ritorno di Chloé Zhao a un cinema più intimo e dolorosamente umano. Dopo il passaggio nei principali festival internazionali, il film è già considerato uno dei titoli forti della stagione dei premi, con diverse candidature e una solida corsa agli Oscar, soprattutto per regia e interpretazioni, e vantando due Golden Globe 2026, uno per il Miglior film drammatico e uno per la migliore attrice in un film drammatico a Jessie Buckley L’uscita al cinema del film in Italia è avvenuta il 5 febbraio 2026, distribuito da Universal Pictures.

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Trama di “Hamnet – Nel nome del figlio”

Nell’Inghilterra del XVI secolo, Agnes e William Shakespeare vivono un amore profondo e fuori dalle convenzioni del loro tempo, costruendo insieme una famiglia ai margini della società. Quando una tragedia improvvisa colpisce la loro vita domestica, il dolore della perdita segna per sempre il destino di entrambi. Mentre Agnes cerca di sopravvivere a un lutto che sembra incontenibile, William è costretto a confrontarsi con l’assenza e con il senso di colpa, trovando nella scrittura l’unico modo possibile per trasformare il dolore in memoria e immaginazione. Hamnet è il racconto intimo e struggente di una famiglia spezzata e dell’origine emotiva di una delle più grandi tragedie mai scritte.

Recensione di “Hamnet – Nel nome del figlio”

Non ho mai visto così tanta gente piangere in sala da The Whale (ma c’era anche chi dormiva). In Hamnet – Nel nome del figlio, però, il pianto non è effetto, è contagio. Il film di Chloé Zhao comincia lento, quasi sospeso, come se stesse aspettando che lo spettatore si accordi sui suoi tempi. Nei primi minuti, il ritmo meditabondo lascia spazio ai dettagli più minuti della vita familiare, alle piccole tensioni, ai gesti quotidiani che raccontano dolore e affetto. Poi, lentamente, la narrazione si apre: la camera si fissa, la luce e i colori diventano strumenti di introspezione e, prima che ci si accorga, lo spettatore è immerso nell’intimità più fragile e devastante che il cinema recente abbia mostrato. Dopo il successo dei suoi lavori precedenti, Zhao torna con un’opera più raccolta ma altrettanto potente, spostando lo sguardo dal paesaggio esterno dei grandi spazi aperti a quello interiore, domestico, e portando sullo schermo la tragedia privata che ha ispirato una delle più grandi opere teatrali di sempre: Amleto.

Hamnet – Nel nome del figlio però non è un adattamento del dramma di Shakespeare. È qualcosa di più sottile e più umano. È il film che si chiede cosa ci fosse prima dell’Amleto di Shakespeare, cosa poté spingere un uomo, un padre, a immaginare tragedia, follia e perdita. La pellicola, tratta dal romanzo Hamnet di Maggie O’Farrell e co-sceneggiata con Zhao, racconta la storia fictionalizzata della famiglia di William Shakespeare e soprattutto del lutto per la perdita dell’undicenne Hamnet, suo figlio. Agli occhi dell’età moderna, Hamnet è più di un nome: nella lingua e nei documenti dell’epoca “Hamnet” e “Hamlet” erano due varianti dello stesso nome, e questo semplice dettaglio storico diventa il ponte poetico verso la tragedia più celebre di sempre.

Qui la storia non è ancora teatro, non è tragedia classica. Qui è vita, palpabile, dolorosa, sporca di sensi e gesti quotidiani. Jessie Buckley offre una delle sue prove più intense nei panni di Agnes, una figura che non è solo la moglie di Shakespeare, ma la forza vitale che regge l’equilibrio tra amore e perdita. Paul Mescal, nei panni del giovane William, evita qualsiasi cliché dell’intellettuale etereo: è un uomo stanco, spesso incapace di dire con le parole ciò che gli attraversa la mente, ma che trova nella scrittura l’unico modo per restare in piedi.

Questo è il centro emotivo di Hamnet, non la genesi tecnica di un capolavoro, non le battute perfette dell’Amleto, ma il cuore rotto di chi ha perso qualcosa che non tornerà mai più. È un atto d’amore cinematografico costruito con sguardi lunghi come stagioni, silenzi pesanti come piombo, terre aperte e cieli immensi che respirano insieme ai personaggi. Ecco perché il film, che può sembrare lento all’inizio, cresce esattamente come un fiume (tanti i rimandi visivi alla natura e al suo ciclo vitale). Non è mai frettoloso, non ti corre davanti, ti invita piuttosto a entrarci dentro e quando arriva il finale il fiato che hai trattenuto per tutto il tempo si trasforma nella commozione di chi capisce di non essere semplicemente davanti a uno schermo, ma davanti a qualcosa che parla anche di sé. In sala infatti è successo qualcosa di raro: la storia non si è limitata a commuovere, ha chiesto partecipazione. Questa è la forza del cinema di Zhao. Prenderti lentamente e poi farti sentire dentro ogni battito di un dolore universale e necessario.

In conclusione

Hamnet non racconta Amleto, racconta il dolore che lo ha generato. Un film lento all’inizio, ma capace di trasformare lutto e perdita nella nascita di una delle tragedie più grandi di sempre. Ogni lacrima, ogni silenzio, ogni attimo d’attesa ci ritrova davanti allo schermo a vivere qualcosa di profondamente intimo e universale, ricordandoci quanto l’arte e il dolore siano intrecciati e indispensabili. Solo allora diventa chiaro che quella lentezza iniziale non era un difetto: era il tempo necessario perché il dolore potesse diventare arte.

Note positive:

  • Approccio psicologico rigoroso e coinvolgente.
  • Fotografia e cromatismi poetici e simbolici.
  • Interpretazioni centrali intense e convincenti.

Note negative

  • Ritmo lento nei primi segmenti.
  • Personaggi secondari poco sviluppati.
Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
4.5
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Sara Camardella
Sara Camardella

Autrice, sceneggiatrice e filmmaker. Le sue passioni sono da sempre la musica, il genere horror e il cinema indipendente. Attualmente vive a Roma e come L.B. Jefferies trova continua ispirazione dal vicinato chiassoso e multiculturale.