La fascinazione dell’oscuro. Come cambia la figura del serial killer dall’età moderna fino ad oggi

Il 1960 rappresenta un anno spartiacque nella storia del cinema. Psycho – il film più macabro di Alfred Hitchcock accolto da un grande successo – ha cambiato la concezione del serial killer per sempre. Con Norman Bates entriamo nella mente dell’assassino seriale più malvagio. E lo facciamo andando a ritroso: dall’adolescenza fino all’età adulta in un ciclo chiamato vita. Provando a raccontare cosa lo ha portato a diventare ciò che poi sarebbe diventato. In un modo completamente nuovo.

Il punto di vista è esterno: Norman Bates racconta, lo spettatore ascolta la genesi del suo disturbo della personalità dovuto al trauma psichico. Il disturbo borderline di personalità vissuto a posteriori, raccontato da fuori appunto.“Norman Bates è l’Amleto dei film horror”, aveva detto lo stesso Anthony Perkins, volto di Bates. Va da sé pensare all’ultima scena del film quando, in uno spazio angusto e opprimente, prende vita la simbiosi tra la vita e la morte – scolpita ormai nell’immaginario collettivo – indelebile come “l’essere o il non essere” shakespeariano. Diversa e significativa la visione di Michael Powell nel suo film – rivalutato nel corso degli anni in primis dal regista Martin ScorsesePeeping Tom (in italiano L’occhio che uccide). Un film potente, intenso, fortemente disturbante che gioca, invece, con il punto di vista interno. La soggettiva costringe lo spettatore a vedere – e a provare e a sperimentare – ciò che sta vedendo il serial killer. E un primo piano fatto con la camera a mano inquadra gli ultimi istanti di vita – e di terrore – della vittima. Come a sottolineare una delle più efficaci riflessioni metatestuali sulla natura “vampiresca” del cinema che si fonda proprio su questo concetto. È Psycho che riesce a battezzare un nuovo genere – lo slasher – e a legittimare un livello di comprensione tale in termini di violenza fisica e di forme di devianze nel cinema. Ed è Peeping Tom a enfatizzarsi quale precursore del suspense movie complesso per come lo si intende oggi. Entrambi nella consapevolezza di dover elaborare “solo” la patologia di un criminale che uccide perché fuorviato. Non è possibile avventurarsi oltre questo dato di fatto. È solo la manifestazione di una disfunzione cognitiva. Nello stesso anno, quindi, due thriller psicologici indagano ed esaminano un rapporto nuovo tra violenza e disturbi della personalità. Portandoci dentro la loro mente. In maniera violenta e originale.

Il 1986 segna la svolta cinematografica. Esce Manhunter – Frammenti di un omicidio di Michael Mann. Da molti considerato come il prequel del film Il silenzio degli innocenti. Tratto dal romanzo di Thomas Harris Red Dragon (in italiano Il delitto della terza luna), entra in scena per la prima volta sul grande schermo Hannibal Lecter – qui “Lecktor” – interpretato dall’attore Brian Cox. Dietro le sbarre, Lecktor aiuterà l’agente dell’FBI Will Graham – bravissimo nella parte William Petersen – a catturare un serial killer. Certo, chiedendo qualcosa in cambio. Ed è esattamente la stessa scena che da lì a poco si sarebbe vista ne Il silenzio degli innocenti, con un’eccezionale Jodie Foster nel ruolo dell’agente Clarice Starling. È l’inizio di un processo d’immedesimazione nel personaggio dello psichiatra cannibale. In particolare – in maniera evidente – è tangibile la volontà di entrare nella sua testa, carpire le sue fantasie, i suoi piaceri, il suo intuito straordinario. Lo spettatore entra all’interno di una mente geniale in cui le più sfrenate manie si trasformano in omicidi premeditati. Un processo che si sarebbe completato qualche anno dopo in un momento fondamentale della storia del cinema.

È il 1991, infatti, l’anno spartiacque che segna il cambio di prospettiva assoluta. Esce nelle sale degli USA Il silenzio degli innocenti, diretto da Jonathan Demme. Veemenza, sconvolgimento, turbamento nobilitano la figura del serial killer rendendola affascinante nell’immaginario collettivo contemporaneo. Un serial killer che si circonda di un’aurea diversa, che incarna perfettamente i valori e i principi di un uomo dotato di vasta cultura. Che non ha paura di mostrare la sua vena antropofaga. Anzi, la esalta. Come se l’antropofagia fosse accettata nella società. Come se fosse una sorta di anello di congiunzione con Dio che lo salva nonostante la perfidia. O, almeno, se volessimo esplorare i meandri della mente di Lecter. E lo spettatore si ritrova davanti l’immagine capovolta di ciò che conosceva fino a quel momento. O credeva di conoscere. Ma non ne è estraniato, ne è attratto. In maniera scioccante. Siamo catturati dal suo sguardo magnetico – fenomenale Anthony Hopkins che ha dato vita al più temuto psichiatra cannibale di tutti i tempi – che rivela tutto il suo potere spaventoso. Siamo consapevoli dei suoi efferati omicidi, pazienti degradati e seviziati che vengono uccisi e divorati dalla foga del suo cannibalismo, e nonostante ciò sembra quasi di non vederlo come un criminale o come un mostro sadico. Siamo dominati dal suo genio, ipnotizzati dal suo brillante modo di vedere ciò che è oscuro per gli altri, dalla sua capacità di manipolare la mente umana. Per di più, Lecter è un uomo raffinato nel modo d’interloquire, ama Firenze, culla del Rinascimento italiano, ha un ottimo gusto in fatto di musica, buon cibo e buon vino. A tal proposito, iconica la celebre battuta del film: “Uno che faceva un censimento una volta tentò d’interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti“, inserita perfino nella lista delle cento migliori citazioni cinematografiche di sempre.

Un uomo idolatrato per il suo genio famelico. Come recensì il critico cinematografico americano Jonathan Rosenbaum sul “Chicago Reader” trent’anni fa:

Il film di Jonathan Demme postula che il serial killer psicotico sia in sostanza la figura religiosa del nostro tempo: santo, guru, visionario, indovino, tutto in uno. La premessa, radicale, è che la nostra società idolatri gli assassini seriali tanto quanto mostra di temerli

Aveva ragione. Il successo clamoroso e il trionfo in tutte le sale cinematografiche aggiudicandosi i cosiddetti “Big Five” – i cinque Oscar più importanti: film, regia, sceneggiatura, attore protagonista e attrice protagonista – sono la prova. Nessun altro film da allora è riuscito a portarsi a casa i premi più ambiti. Tanto da consacrarlo come uno dei migliori cento lungometraggi statunitensi di tutti i tempi.

La fascinazione dell’oscuro ci seduce: il suo acume nello scoprire ciò che gli altri non percepiscono rappresenta quasi un modo per evadere dalla cella cupa in cui è rinchiuso. La sua fame d’informazioni e la sua gnoseologia intrinseca gli permettono di arrivare dove gli altri non vedono, di trascendere la realtà in cui è costretto a vivere. È la verve che lo anima. Parole pronunciate come se fossero profetiche solo per assaporare il gusto di non fallire mai. E interpellato più e più volte perché solo lui può aiutare Clarice Starling a catturare Buffalo Bill, l’amorfo serial killer che scuoia donne innocenti per il suo piacere vorace. Sembra quasi di essere assoggettati alla sua autorità. E non ce ne vergogniamo. Si è parlato della natura “vampiresca” del cinema. Qui si parla della natura “vampiresca” del personaggio. Il dottor Hannibal Lecter assomiglia – in modo impeccabile – a un vampiro mitizzato con poteri sovrumani che, dall’alto della sua superbia, si nutre delle linfe vitali delle sue vittime sia in termini fisici – la sua antropofagia – sia in termini spirituali, ad esempio le sedute psicologiche con Clarice. Senza placare mai il suo appetito. Ma come ogni vampiro che si rispetti, soccombe ai sentimenti che una giovane donna gli fa provare. E riconosce nell’agente Starling un temperamento diverso dai suoi simili, un’emancipazione guadagnata con sacrificio e impegno. E le mostra la stima dovuta e meritata. In conclusione, nel 1991 la figura dell’assassino seriale esce totalmente rivoluzionata e valorizzata: non più visto come un monstrum negativo e pericoloso che uccide per puro godimento mentale, ma più come un inimicus da temere per il suo quoziente intellettivo ultra naturam.

Stessa sorte – pur con qualche tratto differente – per l’opinabile romanzo di Bret Easton Ellis American Psycho. Fino ad allora, il pubblico era rimasto legato a uno stereotipo di antagonista nella sua forma embrionale, con omicidi sanguinari portati a termine ed agenti dell’FBI che davano la caccia al colpevole oggetto dell’indagine. Nello stesso anno, American Psycho – tanto il romanzo quanto il film di Mary Harron che sarebbe uscito nel 2000 – rendono “accettabile” lo stereotipo dell’assassino seriale che agisce secondo le sue parafilie, ovvero tutti quei comportamenti sessuali atipici per i quali il serial killer sente una forte eccitazione erotica dovuta, ad esempio, dall’infliggere dolore o umiliazione a un soggetto degradato ridotto a puro oggetto sessuale. In altre parole, si parla di perversione sessuale nelle sue varie forme e di puro sadismo adesso giustificato. Il psicopatico Patrick Bateman del film – interpretato da un giovanissimo Christian Bale – è tutto questo. Chi volesse conoscerlo, deve prima sapere che la depravazione e il male sono i due motori che muovono la sua indole e che il suo piacere sadico è ormai assodato. E noi – succubi voyeur – riusciamo a tollerarlo senza impressionarci.

Il silenzio degli innocenti ha dato vita a qualcosa di unico, a un campo prima inesplorato che da quel momento in poi è diventato una realtà ammissibile dalla quale non ci si può sottrarre. Dopo il 1991, film su assassini seriali – che hanno avuto la loro diffusione già a partire dalla metà degli anni Ottanta e destinati a espandersi notevolmente – si sono moltiplicati a dismisura. Portandoci anche indietro nel tempo con un salto temporale di più di un secolo. Come una sorta di continuum che unisce le due epoche. Esempio eclatante è il film La vera storia di Jack lo squartatore – From Hell diretto dai fratelli Albert e Allen Hughes. Uscito nel 2001 ma ambientato nella Londra del 1888. L’influenza del film di Jonathan Demme è piuttosto palpabile. Diverse teorie – ancora oggi senza una effettiva risposta – si sono susseguite nel tempo per cercare di svelare l’identità del famigerato serial killer che uccideva brutalmente le sue vittime con naturale accuratezza. L’anonimato come miglior arma per uccidere “senza alcun disturbo”. Insolito per quell’anno in cui, invece, farsi vedere sembrava essere la scelta più giusta. Un concetto che poco più tardi sarà ripreso da un grande regista contemporaneo. Si intravede subito l’ombra di Hannibal Lecter che si cela dietro Jack. E lo si nota dal modo di “operare”: recidere in quel modo significa dedurre una grande competenza medica dietro l’omicidio, o per meglio dire una grande esperienza chirurgica. La stessa del dottor Lecter in fin dei conti.

Tuttavia – ed è molto importante ricordarlo – nell’America degli anni ’70-’80 si assiste a un fatto che ha destato grande scalpore: il processo a Ted Bundy. Per la prima volta, il pubblico segue il processo in tv, ascolta i dettagli di un racconto feroce e disumano di un omicida realmente esistito. Come Hannibal Lecter, è un uomo intelligente e perspicace, un brillante oratore – è un avvocato – in grado di catturare l’attenzione tanto su di sé quanto sui telespettatori. Arrestato definitivamente nel 1978, quando aveva poco più di trent’anni, si difende da solo dichiarandosi innocente per tutto il suo lungo processo. Fino a quando, nel 1986, decide di confessare oltre trenta omicidi raccontando anche particolari sconcertanti circa l’abuso delle proprie vittime post mortem. Morirà nel 1989 sulla sedia elettrica. Ma non perirà la sua leggenda. Al contrario, sulla figura di Ted Bundy verranno scritti e pubblicati libri, condotti show televisivi, girati documentari e usciranno ben sette film. Come l’ultimo uscito nel 2019 Ted Bundy – Fascino criminale di Joe Berlinger – nel ruolo Zac Efron – che si focalizza sull’intera vicenda mediatica fino alla sua morte. È anche vero che il rinomato Ted Bundy vivrà ancora – e sempre – in tutti quei prodotti culturali che lo elogeranno quale figura fondamentale nell’immaginario mondiale. E in particolare nei film. Come nel già citato American Psycho in cui Patrick Bateman legge la biografia di Ted Bundy. O il nevrotico Buffalo Bill che finge di avere un braccio ingessato per rapire le sue vittime e caricarle sul furgone come fossero oggetti materiali. Esattamente come faceva il serial killer Ted Bundy. C’è anche una curiosità, ancora più agghiacciante, legata alla sua figura. È risaputo che, nell’ottobre del 1984, Bundy offrì il proprio aiuto a un investigatore che stava indagando sul caso “Green River Killer”, rivelandogli dettagli utili sulla psiche del serial killer. E Hannibal Lecter e Ted Bundy sembrano sovrapporsi del tutto.

Negli anni Ottanta, quindi, si fa strada la nozione di serial killer come la parafrasiamo oggi nella cultura di massa. Grazie, soprattutto, ai mass media che cavalcano l’onda dell’autentico intrattenimento. Una volta che l’idea si è radicata – non solo a livello cinematografico ma anche a livello letterario con i romanzi di Thomas Harris ad esempio – il pubblico sembra averne fame di sapere. Così, i personaggi descritti dalla penna autoriale di Harris ritornano in prequel, sequel, remake, accolti da un notevole successo. Hannibal (2001) di Ridley Scott, sequel de Il silenzio degli innocenti, Hannibal Lecter – Le origini del male (2007) di Peter Webber, prequel del già citato film, Red Dragon (2002) di Brett Ratner, remake di Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986). A questi si aggiungono anche film che hanno catalizzato l’attenzione negli ultimi trent’anni con un’accezione diversa. Due film del cinema di qualità si distinguono per la loro rilevanza: Se7en (1995) e Zodiac (2007) entrambi diretti da David Fincher. Nella finzione cinematografica, il serial killer sceglie di agire a volto coperto. L’anonimato di cui si accennava prima. Uccide lasciando indizi che la polizia deve decifrare, nel caso di Zodiac. Diversamente, nel caso di Se7en, l’assassino seriale si fa riconoscere nella parte finale, non prima di aver messo alla prova l’abile detective e il suo giovane collega. Due thriller che mettono alla prova il pubblico stesso che, reduce ormai dall’esperienza acquisita in materia di omicidi seriali, riesce a osservare e a immedesimarsi con più facilità. Nessuno si era spinto tanto oltre, eppure sembra che adesso “faccia per noi”.

L’esemplificazione delle varie sfumature di serial killer sopra delineate trova la sua acme in un film uscito nel 2018 appartenente al cinema d’autore danese, La casa di Jack, scritto e diretto da Lars von Trier. Norman Bates, Hannibal Lecter, Jack lo squartatore, Ted Bundy si assimilano nella mente di Jack. Anche lui, un uomo accorto e geniale – è un ingegnere-architetto – sfrutta tutte le sue potenzialità per elevare i suoi omicidi a opere d’arte sofisticate e perfette, proprio come Hannibal Lecter. Ma qui su uno scenario di morte spirituale, fisica, artistica, metaforica, filosofica, letteraria nella catabasi finale che chiude il film. Il serial killer che ne esce non è soltanto la sommatoria delle più orrende atrocità che un uomo possa compiere. È qualcosa di più. Il male cruento prende il sopravvento portando Jack a fare i conti con sé stesso in una vita crudele che non beatifica il bene. Ancora più inquietante è il fatto che il film sia autobiografico. Lars von Trier si è vestito con i panni e la maschera di Jack e ha voluto dirci qualcosa, forse il suo testamento scritto – e girato – con le sue ultime volontà. Un serial killer diversificato dai precedenti – un Übermensch nietzscheriano perturbante – che antepone il male sublimandolo a unica ragione di vita. Vivendo nell’inferno inteso come habitat per un’anima spietata come la sua. Come lo stesso von Trier aveva dichiarato: “Il film più brutale che abbia mai realizzato” che celebra l’idea “che la vita sia crudele e spietata”. Una concezione singolare che ha diviso il pubblico, sconvolto dalla novità da una parte e ammaliato dall’ “estetica dell’omicidio” dall’altra. Innovativo e controverso, come lo stesso Lars von Trier. Serve tempo ancora per riuscire a capire questo modo d’intendere e di volere, difficile ancora – forse – da digerire.

E in ambito televisivo? Cosa succede?

L’influenza è ancora più considerevole e vengono prodotte innumerevoli serie tv che vertono sull’argomento. Una fra queste è la serie tv britannica e irlandese The Fall – Caccia al serial killer di tre stagioni ideata da Allan Cubitt con protagonisti la sovrintendente Stella Gibson (Gillian Anderson) e Paul Spector (Jamie Dornan). Andata in onda in Italia dal 2014 fino al 2017, la serie si concentra sugli omicidi del serial killer Paul Spector che si divide tra lavoro e famiglia, salvo la notte uccidere giovani donne. E lo fa secondo un rituale che deve essere seguito nei minimi dettagli. La serie ha analizzato “il mito dell’uomo nero” che, contestualizzato, trova il suo significato. Era stato il processo a Ted Bundy a metterne le basi. Eppure con The Fall sembra illuminarsi di una nuova luce. Apparentemente innocuo, benevolo, che ama sua moglie e i suoi figli per poi trasformarsi nell’uomo che ogni donna teme, pronto a strangolare la sua ingenuità. Questo è un approccio rivoluzionario: mai nessuno aveva ritenuto possibile entrare nella mente di un assassino seriale. Capire che cosa lo motivasse, quali desideri avesse, quali piaceri provasse. Soprattutto, che cosa lo spingesse a commettere omicidi che non fossero legati alla dialettica sociale, come il delitto passionale o d’onore.

Una rivoluzione che viene approfondita nella serie tv Mindhunter di due stagioni (2017 – 2019) ideata da Joe Penhall. Basata sui diversi interrogatori di “assassini sequenziali” che si trovano già in carcere. Una serie tv molto progressista, se si pensa che il concetto di “serial killer” nasce proprio tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Anni, questi, in cui è ambientata la serie. Tanto che ne testimonia la sua inventio intellettuale. Una menzione particolare va fatta per la serie tv Hannibal (2013 – 2015) di tre stagioni sviluppata da Bryan Fuller, in cui un grandioso Mads Mikkelsen idealizza la figura del dottore cannibale Hannibal Lecter decantandola a emblema di cultura e di stile dei giorni nostri. Un dandy – elegante nei suoi completi raffinati e nel suo modo di fare – che dedica anima e corpo a uccidere tutti coloro che lo infastidiscono per poi servirli in tavola come fossero piatti prelibati. Curioso notare, infatti, come ogni puntata delle prime due stagioni si intitoli come un piatto preparato con estrema fantasia creativa. Da farlo sembrare “normale” agli occhi di tutti e indurre lo spettatore a schierarsi dalla parte del dottore antropofago. Una serie, pertanto, che racconta dell’uomo più spaventoso della storia del cinema libero e in pieno fermento lavorativo e del suo rapporto di amore/odio con il profiler dell’FBI Will Graham prima ancora del film di Jonathan Demme. In qualche modo collegata, si accenna semplicemente alla prima stagione della serie tv uscita nel 2021, Clarice, ideata da Alex Kurtzman e Jenny Lumet – accolta perlopiù da critiche negative in America – che racconta le vicende dell’agente Clarice Starling un anno dopo gli eventi de Il silenzio degli innocenti.

Arrivati a questo punto, c’è da chiedersi: che cosa ci sta succedendo? Che cosa stiamo diventando? Stiamo cambiando la logica del mercato audiovisivo. Attraverso i social e diverse piattaforme online – Netflix e Amazon Prime con abbonamento: solo per citare due esempi – stiamo incrementando una domanda di offerta visiva diversa a cui non eravamo avvezzi. Con i nostri click e le nostre scelte, stiamo determinando un dinamismo digitale nuovo, a volte controproducente. Siamo sempre più tesi a lasciarci trasportare – e invadere – da una violenza sempre più abnorme e iperbolica. Ricercandola il più delle volte nel sadismo. Nel puro piacere dei nostri occhi da voyeur che vogliono scavalcare la morale dettata dalle regole classiche del thriller a cui qualche anno fa eravamo assuefatti. Non ci basta più riconoscere le norme che muovono il meccanismo del genere giallo: viene commesso un reato, il detective indaga sugli indizi riscontrati, dà la caccia al colpevole che viene catturato con, infine, un primo piano che inquadra il criminale dietro le sbarre.

Da quando è stato “inventato” il serial killer, tutto è cambiato. Si è arrivati alla morte di quel meccanismo. E lo abbiamo voluto noi, con la nostra insaziabile perversione dell’oscuro. Non ci accontentiamo più di vedere il criminale in gabbia, che giustizia è stata fatta o di compiacersi del bene che trionfa sempre sul male. Non siamo più soddisfatti. Siamo costantemente alla ricerca di qualcosa che ci destabilizzi, che ci aiuti a colmare il vuoto che abbiamo dentro per poter raggiungere l’equilibrio mentale che tanto agogniamo. È come se i nostri demoni interiori stessero emergendo man mano che li provochiamo. Demoni che non vogliono calmarsi, che si stanno impadronendo della nostra personalità e ci stanno trasformando in ciò che non siamo. O almeno che non pensiamo di essere. Come un vaso di Pandora che non riusciamo più a chiudere. E forse ci va bene anche così. Stiamo diventando i serial killer di noi stessi e del grande schermo, sadici dell’ignoto e delle tenebre dell’anima. Perché siamo sempre più interessati a vedere ciò che non deve essere visto, di beatificarci dell’idea disturbante che ci siamo fatti e di arrivare alla conclusione che ormai la morbosa perversione voyeuristica fa parte di noi. E da questo non si può fuggire. Come scrisse il noto scrittore e critico letterario Giuseppe Pontiggia, scomparso nel 2003:

“Il voyeurismo televisivo ha raggiunto dei vertici impensabili perché la tendenza al guardare nell’intimità degli altri è tipicamente umana. L’uomo ha una forte curiosità per l’intimità altrui anche perché sorprende l’uomo nella sua spontaneità, l’uomo che non sa di essere osservato”

Mai parole più vere.

Il saggio è stato presentato in concorso al 37° Premio Festival Adelio Ferrero Cinema e Critica.

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