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Lazareth
Titolo originale: Lazareth
Anno: 2024
Nazione: Stati Uniti d’America
Genere: Drammatico, Thriller
Casa di produzione: TPC The Barnum Picture Company
Distribuzione italiana: Blue Swan Entertainment
Durata: 86 minuti
Regia: Alec Tibaldi
Sceneggiatura: Alec Tibaldi
Fotografia: Martim Vian
Montaggio: Joel Griffen
Musiche: Amedeo Ursini
Attori: Ashley Judd, Sarah Pidgeon, Katie Douglas, Asher Angel, Edward Balaban, Christine Uhebe
Trailer di “Lazareth”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Quarto lungometraggio del regista e sceneggiatore australiano Alec Tibaldi (The Daphne Project, 2021; Spiral Farm, 2019), Lazareth è una pellicola del 2024 che si colloca nel filone post‑apocalittico, con toni marcatamente thriller uniti al genere del dramma familiare. Il cast riunisce nomi noti del panorama televisivo e cinematografico: Ashley Judd (la Beverly Paige di Twin Peaks), Sarah Pidgeon (The Wilds, 2020‑22; Le piccole cose della vita, 2023), Katie Douglas (la Abby Littman di Ginny & Georgia) e Asher Angel (Fuoco mortale, 2023; Shazam! Furia degli dei, 2023).
La distribuzione del film ha seguito un percorso irregolare e frammentato: negli Stati Uniti è uscito in modo limitato il 10 maggio 2024, con una presenza circoscritta nelle sale, mentre nel Regno Unito è stato rilasciato direttamente in streaming il 12 maggio dello stesso anno. In Italia non ha avuto una distribuzione cinematografica, ma è approdato nel mercato home video — esclusivamente in formato DVD — il 29 gennaio 2026, grazie a Eagle Pictures e Blue Swan Entertainment.
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Trama di “Lazareth”
Quando nel mondo esplode un’epidemia devastante, con un virus capace di uccidere milioni di persone e di arrestare lo sviluppo della società, Lee si ritrova a prendersi cura delle sue piccole nipoti, Maeve e Imogen, figlie della sorella. Per sfuggire sia al contagio sia alla violenza degli esseri umani, la donna decide di isolarsi in una casa nel bosco: un luogo remoto che, con il tempo, inizierà a chiamare Lazareth, trasformandolo in un vero e proprio tempio sacro, uno spazio protetto, quasi divino, in cui costruire una nuova forma di vita.
Dieci anni dopo, Lee, Maeve e Imogen vivono ancora in quel rifugio. Le due ragazze non hanno mai conosciuto davvero altri esseri umani al di fuori della loro piccola comunità familiare, e il loro mondo coincide con la semplicità della vita quotidiana all’interno della casa e del bosco circostante. Solo Lee si avventura sporadicamente in città per procurarsi qualche provvista, descrivendo quel luogo come contaminato dal virus e corrotto dalla malvagità.
L’equilibrio, fragile ma stabile, si spezza quando Maeve incontra nel bosco Owen, un giovane gravemente ferito all’addome, probabilmente colpito da qualcuno e ormai prossimo a morire dissanguato. Le due ragazze, in totale segreto, decidono di portarlo a Lazareth per curarlo. È una scelta che infrange tutte le regole imposte da Lee e che, inevitabilmente, cambierà per sempre il loro mondo. Owen, infatti, le metterà in grave pericolo, visto che è ricercato da una gang di giovani uomini e donne violenti, determinati a trovarlo e a ucciderlo.
Recensione di “Lazareth”
La mano del regista si percepisce in modo particolare nella costruzione dell’atmosfera drammaturgica entro cui i personaggi si muovono. Alec Tibaldi non realizza una regia memorabile, fatta di grandi sequenze visive o di virtuosismi formali, ma opta per un approccio essenziale, privo di fronzoli, capace però di restituire con attenzione le atmosfere narrative della pellicola. Alterna sequenze asciutte, spesso girate con macchina da presa fissa, a momenti più armoniosi realizzati tramite steadycam o brevi panoramiche, impiegate nei passaggi più dinamici o in quelli in cui vuole trasmettere una dolcezza interna alla narrazione, una componente presente nelle scene d’ambiente e in alcune dinamiche familiari sia a inizio pellicola che nel suo sviluppo drammaturgico. Tale contrapposizione, tra sequenze più asciutte e di dolcezza, è evidente anche nell’uso dei colori all’interno del lungometraggio, poiché, nonostante il predominio di un cromatismo tendente a colori scuri, il film non vive solo di oscurità: Tibaldi inserisce anche momenti di luce, impregnati di romanticismo e frivolezza, elementi che emergono quasi esclusivamente attraverso Imogen, il personaggio più spontaneo e desideroso di scoprire il mondo e le sue bellezze. È proprio questa sua vitalità a distinguerla dalla sorella Maeve, più rigida, impaurita e frenata da ciò che non conosce.
Tibaldi non si limita a raccontare l’ambientazione attraverso un uso insistito di toni freddi o tramite l’illuminazione a candele che caratterizza gli interni; riesce anche a far emergere — talvolta in modo un po’ scolastico e didascalico — le emozioni dei personaggi. Alterna piani a due, primi piani e primissimi piani con un ritmo interno ben calibrato, come nella sequenza in cui le due ragazze conducono Owen nella loro abitazione. In quel momento il regista mette in evidenza i turbamenti delle protagoniste: la paura di Maeve, il timore di essere scoperta e di trovarsi per la prima volta davanti a un uomo; e, dall’altra parte, l’interesse romantico‑sessuale di Imogen, visibilmente attratta dallo sconosciuto e affascinata dalla sua presenza. Questa sequenza non solo restituisce le emozioni delle due giovani, ma mostra con intelligenza le loro differenze caratteriali, differenze che il racconto approfondirà ulteriormente nel corso della pellicola, concentrandosi soprattutto su Maeve e sulla sua crescente gelosia nei confronti della sorella più giovane.
Tale diversità di caratteri viene sviluppata con efficacia nella fase iniziale: dopo la presentazione delle protagoniste nel loro mondo ordinario, già segnato da piccole ma significative differenze tra le due sorelle, la narrazione introduce un elemento di rottura — l’arrivo dello straniero proveniente dal mondo esterno — che scuote le loro vite e porta dentro l’abitazione femminile pericoli, desideri e tensioni. È il momento in cui Lazareth smette di essere un semplice rifugio e si trasforma in un luogo di conflitto, crescita e rivelazioni interiori, facendo emergere i primi rancori, i primi segreti e le prime gelosie. L’introduzione di Owen è, in questo senso, funzionale: la sua presenza altera gli equilibri, incrina la routine e apre uno spazio di trasformazione emotiva. Nonostante ciò, questa trasformazione — che avrebbe potuto diventare il cuore pulsante del film — si raffredda rapidamente. Dopo un iniziale scatto narrativo, la caratterizzazione delle due protagoniste si arresta, stagnando per il resto della pellicola. Le tensioni tra le sorelle, che avrebbero potuto intensificarsi e stratificarsi, si bloccano dopo una breve litigata, senza ulteriori sviluppi significativi.
La premessa del film, con l’arrivo dello sconosciuto, è ricca di potenzialità e avrebbe potuto aprire a un approfondimento psicologico significativo nel cuore dei personaggi: il confronto con l’alterità, con ciò che è diverso da sé, rappresenta infatti il motore naturale di ogni racconto di formazione. Purtroppo, questa possibilità viene in gran parte sprecata a causa di scelte narrative poco efficaci da parte degli autori, che decidono di spostare il baricentro dal dramma familiare verso il thriller, senza però permettere al thriller di prendere davvero forma o di trovare uno spazio compiuto di sviluppo. Le dinamiche legate al passato di Owen, alle ragioni del suo ferimento e alla gang che lo insegue vengono solo accennate, senza un reale approfondimento. Secondo il sottoscritto, il film avrebbe trovato maggior potenziale se il thriller, più che emergere dall’esterno, avesse preso vita dall’interno — dalle tensioni emotive, dai conflitti psicologici, dalle fratture tra le tre protagoniste — ma ciò non avviene. Il risultato è che, alla lunga, il film perde forza e i personaggi scivolano verso una rappresentazione didascalica e bidimensionale, in particolare Lee e Owen, che non possiede quella densità caratteriale che un personaggio di rottura dovrebbe avere.
Owen diventa così il personaggio più abbozzato dell’intera pellicola, e con lui resta abbozzato tutto ciò che riguarda il mondo esterno: la società, la violenza, la minaccia che incombe oltre il bosco. Elementi introdotti ma trattati superficialmente, che avrebbero potuto donare al film svolte più inattese e originali. Invece, Lazareth scivola progressivamente in una prevedibilità che smorza l’impatto emotivo e riduce la forza del racconto, nonostante un avvio promettente dai toni intimi e familiari. La tematica centrale appare così confusa: cosa vuole davvero raccontare il film? Vuole forse suggerire che l’unico modo per vivere pacificamente sia isolarsi dal mondo? Oppure intende criticare l’illusione di poter sfuggire alla società e ai suoi pericoli? La sceneggiatura non sembra prendere una posizione chiara, lasciando lo spettatore con interrogativi più legati alla struttura narrativa che al contenuto tematico.
Eppure, il film funziona grazie alle sue scelte visive e stilistiche: la discreta colonna sonora, le interpretazioni solide del cast e la cura nella costruzione dell’atmosfera donano al racconto un ritmo godibile. È proprio questo contrasto a emergere con forza: una confezione visiva efficace che sostiene una sceneggiatura debole, poco originale e incapace di approfondire davvero gli elementi che essa stessa mette in campo.
In conclusione
Lazareth è un film che parte con un potenziale notevole, costruendo un’atmosfera sospesa e intima che Alec Tibaldi dirige con mano controllata. La regia non cerca virtuosismi, ma lavora per sottrazione: immagini pulite, contrasti cromatici tra buio e luce. Se la regia funziona il limite risiede nella sceneggiatura: dopo un avvio promettente, il racconto si irrigidisce, rinuncia a esplorare davvero le tensioni interne tra le sorelle e si affida a un thriller esterno che rimane abbozzato, privo di peso drammaturgico.
Note positive
- Regia essenziale ma coerente, capace di restituire emozioni e tensioni interne
- Atmosfera visiva curata
Note negative
- Personaggi secondari e mondo esterno trattati in modo superficiale
- Trasformazione emotiva delle protagoniste che si arresta troppo presto
- Tematica poco chiara
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Interpretazione |
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| Emozione |
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SUMMARY
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3.2
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